Apriamo il sipario. Siamo a Condove, all’imbocco della Valle di Susa, sulla sinistra orografica della Dora Riparia. Un paese che guarda alla montagna e che conserva, accanto alla dimensione quotidiana del fondovalle, una lunga tradizione di socialità e associazionismo. Il territorio comunale, uno dei più estesi della bassa Valle di Susa, si sviluppa infatti dalla Dora fino alle numerose borgate sulle pendici montane.
È un tranquillo pomeriggio d’estate. In piazza arrivano le voci allegre di un gruppo di bambini e bambine che giocano a “mosca cieca”. Corrono, si cercano, ridono. Per qualche istante sembra di essere dentro una vecchia cartolina, sospesa nel tempo.
Ed è proprio quella scena, apparentemente semplice, a diventare la chiave per comprendere lo spirito della Condove Jazz Band. Perché anche fare musica insieme significa, in fondo, imparare a giocare: ascoltarsi, rispettare le regole, accettare ruoli e differenze, affrontare gli imprevisti e soprattutto condividere uno spazio comune.
È con questo spirito che si incontrano Pietro Giunta, direttore dell’orchestra, e alcuni dei musicisti che ne fanno parte.
La prima sorpresa arriva dall’età degli elementi che compongono la formazione. «Siamo un gruppo molto eterogeneo, anche anagraficamente: si va dai 13 ai 78 anni», racconta Giunta. Un dato che dice già molto sulla filosofia della CJB. Non una formazione costruita attorno alla ricerca della perfezione tecnica fine a se stessa, ma un gruppo di studio nel quale persone con percorsi diversi si incontrano per imparare, sperimentare e, soprattutto, divertirsi.
«Suonare insieme è un po’ come tornare bambini», spiega il direttore. E torna inevitabilmente alla mente quella scena osservata poco prima in piazza. Giocare insieme significa avere regole e ruoli, ma anche accettare che qualcosa possa andare diversamente dal previsto. È proprio lì che nasce il senso di appartenenza: mettere a disposizione degli altri ciò che si sa fare e condividere un’esperienza.
La piazza, del resto, è il luogo naturale della comunità. Lo è stata per secoli per le feste, gli incontri, le rappresentazioni e le manifestazioni artistiche. E può esserlo anche per la musica. La Condove Jazz Band sembra voler riportare proprio questo concetto al centro: la musica non come esperienza riservata a pochi specialisti, ma come occasione di incontro.
Il repertorio della formazione guarda a generi differenti, con una particolare attenzione allo swing e al jazz. «Nessuno ha deciso che dovessi fare io il maestro», scherza Giunta. «Sto imparando a dirigere insieme a loro». Una frase che restituisce bene il carattere informale dell’esperienza. La CJB nasce infatti più come gruppo di studio che come orchestra tradizionale. Un po’ come accade in un Jazz Club, dove ci si ritrova per ascoltare, provare, confrontarsi e mettere continuamente alla prova le proprie capacità.
Il riferimento al jazz non è casuale. In Valle di Susa il linguaggio jazzistico ha trovato negli anni spazi di ascolto e di formazione, anche grazie all’esperienza del Due Laghi Jazz Festival, che già nei primi anni Duemila portava concerti, workshop e momenti di musica d’insieme ad Avigliana e in altri centri della valle. Nell’edizione del 2003, per esempio, il festival proponeva concerti a Condove e Avigliana e un workshop di perfezionamento jazzistico ad Avigliana, confermando una presenza del genere musicale nel territorio che va oltre il semplice intrattenimento.
Per Giunta il valore dell’esperienza è soprattutto nella possibilità di condividere. «Vogliamo dimostrare il valore della musica, il senso di comunità e di appartenenza all’orchestra. Il nostro primo desiderio è suonare insieme». E nel parlare del jazz lo definisce un linguaggio particolarmente democratico, capace di mettere in relazione persone differenti attraverso una continua condivisione di idee.
La formazione musicale di Pietro è importante, ma altrettanto significativo è il suo modo di intendere la creatività. Diplomato in tromba al Conservatorio di Bolzano, oggi lavora come insegnante di sostegno. «La musica è una componente molto importante della mia vita», racconta. Accanto alla musica c’è anche la pittura: «Mi sento un creativo». Una curiosità intellettuale che lo porta ad appassionarsi a discipline diverse, dalla matematica alla letteratura, fino all’arte. E il suo interesse per il cosiddetto Nord Scandinavian Jazz testimonia una ricerca musicale che non si ferma ai confini del repertorio più conosciuto.
A dare voce alla chitarra è Gianfranco Bortolotto, per il quale la musica possiede anche una funzione quasi terapeutica. «La musica è una terapia di gruppo. Ci curiamo con lo swing», racconta con una battuta che contiene però una convinzione profonda. La musica, spiega, non elimina necessariamente il dolore, ma può contribuire a renderlo più abitabile.
Bortolotto cita anche Pete Townshend, chitarrista e principale autore degli Who, per sottolineare come il rock e la musica possano diventare un modo per affrontare le difficoltà senza negarle. Da qui nasce la sua convinzione che lo swing possa aiutare a curare le tristezze, attraverso quel particolare scambio emotivo che si crea tra chi suona e chi ascolta.
Il suo rapporto con la musica nasce da giovanissimo, da autodidatta, insieme agli amici. Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta frequenta corsi organizzati dai quartieri di Torino, quindi la Scuola Ricordi e, successivamente, la Jazz School di Torino. Importante anche l’esperienza maturata attraverso i seminari didattici collegati al Due Laghi Jazz Festival di Avigliana.
La sua memoria musicale affonda però ancora più indietro, negli anni dell’adolescenza. Nato alla fine degli anni Cinquanta, ha avuto l’opportunità di assistere ai concerti di gruppi che sarebbero entrati nella storia del rock: Genesis, King Crimson, Gentle Giant, Yes, Jethro Tull e Deep Purple. «Quei ricordi sono indelebili», racconta. Sono esperienze che, a distanza di decenni, continuano a riaffiorare e spiegano quell’amore per la musica che lo ha accompagnato fino a oggi.
Tra i suoi riferimenti jazzistici ci sono McCoy Tyner, pianista fondamentale del quartetto di John Coltrane, e Bill Evans, uno dei grandi innovatori del pianoforte jazz. Tyner fu protagonista, insieme a Coltrane, di registrazioni decisive come A Love Supreme, inciso nel 1964; Evans, invece, partecipò al celeberrimo Kind of Blue di Miles Davis, pubblicato nel 1959 e registrato tra marzo e aprile dello stesso anno.
Ed è proprio parlando di questi musicisti che emerge un altro elemento importante della CJB: dietro la leggerezza dello swing c’è una grande passione per la storia della musica, per i suoi protagonisti e per l’ascolto. Suonare non significa soltanto eseguire uno spartito, ma conoscere ciò che si sta suonando e lasciarsi attraversare dalle esperienze musicali che lo hanno preceduto.
Poi c’è Silvano, sax tenore. La sua è una storia differente, ma altrettanto significativa. Dopo una vita dedicata a un altro mestiere, da anni si dedica allo studio del sax tenore. Il desiderio di suonare nasce molto presto: aveva appena 11 anni quando partecipò ai corsi dell’ANBIMA.
Da allora la musica è rimasta una presenza costante. Silvano ha collaborato con diverse formazioni bandistiche del territorio, tra cui Avigliana e Condove, superando il traguardo dei 50 anni di attività musicale in banda. Ha anche suonato in un’orchestra di liscio fino alla partenza per il servizio militare.
L’ingresso nella CJB rappresenta oggi una nuova tappa. «Mi sono unito alla CJB con curiosità», racconta. Un’esperienza che gli ha già regalato soddisfazioni e che intende proseguire con passione e impegno. I suoi generi preferiti sono swing e pop. Ma, soprattutto, la musica rimane uno svago, un modo per stare bene e condividere tempo con gli altri.
La componente generazionale diventa ancora più evidente incontrando Tommaso, trombonista e universitario. Suona il trombone da circa 10 anni e, parallelamente alla musica, sta seguendo un percorso universitario nel campo dell’informatica.
Il suo primo approccio con lo strumento è avvenuto nella banda musicale del paese, insieme al fratello. È lì che ha imparato le basi e soprattutto ha scoperto il valore educativo della musica d’insieme.
«Un gruppo bandistico offre molte possibilità, soprattutto ai giovani che intendono avvicinarsi alla musica», spiega. La banda, secondo Tommaso, mette in relazione persone di età differenti e crea un forte senso di appartenenza. È anche custode di tradizioni popolari che vengono trasmesse di generazione in generazione.
C’è poi un aspetto educativo che non va trascurato: imparare a suonare in una formazione significa imparare ad ascoltare gli altri, rispettare i tempi, seguire le regole e collaborare. Non a caso, per molti musicisti la banda rappresenta il primo passo di un percorso che può condurre successivamente alle scuole di musica e ai Conservatori.
Per Tommaso la musica è soprattutto «un modo per esprimermi, divertirmi e stare insieme agli altri». E l’esperienza nella Condove Jazz Band gli permette di conoscere un modo differente di fare musica, mettendosi alla prova in un contesto nel quale l’improvvisazione assume un ruolo particolare.
Che cos’è, allora, improvvisare? La risposta arriva semplice e diretta: «È qualcosa di diverso da quello che leggi sul rigo di uno spartito musicale, qualcosa di orecchiabile, bello da ascoltare». Una definizione forse elementare, ma efficace: l’improvvisazione è lo spazio nel quale lo spartito smette di essere un confine e diventa un punto di partenza.
Infine c’è Alessandra Brezzo, cantante e architetto. Anche nel suo caso la musica è una presenza familiare, quasi domestica. «Per me la musica è parte essenziale della vita», racconta. Da bambina è cresciuta con il pianoforte classico della nonna e ha iniziato a studiarlo con lezioni private. Ha poi coltivato anche la passione per la chitarra, che ama suonare in maniera informale.
La musica è diventata una sorta di patrimonio familiare. I suoi figli si sono avvicinati a loro volta allo studio musicale grazie anche alla preparazione all’Istituto Musicale G.B. Somis di Susa: il primogenito si è diplomato al Conservatorio Ghedini di Cuneo in chitarra Pop-Rock, mentre il secondogenito suona il basso elettrico.
Il percorso vocale di Alessandra prende forma circa 15 anni prima dell’intervista, quando l’Istituto Somis apre un corso di canto. Prima il canto lirico, poi il pop e la musica d’insieme, quindi il gospel e infine gli standard jazz.
L’esperienza con i Seven Swing la porta a esibirsi in diversi locali fino al 2018. Poi arriva l’incontro con la Condove Jazz Band. Un invito alle prove, qualche nota condivisa e nasce una nuova avventura.
«Questo bel gruppo mi ha reso molto felice perché sentivo la mancanza di un’esperienza di questo genere», racconta. La parola che utilizza è significativa: «È un vero toccasana». Al momento dell’intervista ha partecipato soltanto a 3 concerti, ma parla già di un forte affiatamento.
I suoi gusti musicali spaziano dalla musica classica alla grande tradizione dei cantautori italiani, con una particolare predilezione per Fabrizio De André e Pino Daniele. Tra le grandi voci internazionali cita Aretha Franklin e Whitney Houston, mentre per l’Italia guarda a Giorgia. Una passione per gli interpreti capaci di usare la voce non soltanto come strumento tecnico, ma come veicolo di emozioni.
Ed è forse proprio questa la parola che meglio riassume il viaggio dentro la Condove Jazz Band: emozione.
Emozione per chi suona, ma anche per chi ascolta. Emozione per chi ha iniziato a 11 anni in una banda e per chi si è avvicinato alla musica molto più tardi. Per chi ha studiato in Conservatorio e per chi ha imparato da autodidatta. Per chi nella vita fa l'insegnante, chi studia informatica, chi lavora, chi ha percorso altre strade professionali e oggi trova nella musica un nuovo spazio personale.
In fondo, è questa la forza di un'orchestra: mettere insieme persone diverse senza chiedere loro di diventare uguali.
La Condove Jazz Band porta con sé anche questo messaggio. Il jazz, con la sua storia fatta di ascolto, dialogo e improvvisazione, diventa così una metafora particolarmente efficace della vita comunitaria. Nessuno può suonare completamente da solo: bisogna ascoltare ciò che fanno gli altri, trovare il proprio spazio, lasciare spazio agli altri e, quando arriva il momento, assumersi la responsabilità della propria nota.
I musicisti della CJB li abbiamo già incontrati in alcuni luoghi suggestivi della Valle di Susa. Ora c’è una nuova occasione per ascoltarli dal vivo.
L’appuntamento è fissato per venerdì 9 ottobre, alle 21, presso il Salone del Centro Sociale di Milanere, ad Almese, in via alla Chiesa 1.
Sarà un’occasione per ritrovare lo swing e, insieme alla musica, quella dimensione di socialità che troppo spesso rischiamo di perdere. Perché dietro ogni concerto non ci sono soltanto note, strumenti e spartiti. Ci sono persone che hanno deciso di mettere in comune il proprio tempo, le proprie capacità e la propria passione.
Ed è forse questa, alla fine, la vera partitura della Condove Jazz Band: suonare insieme.
Un ringraziamento va a tutte le persone che hanno contribuito, con impegno e costanza, alla realizzazione dell’evento. Ma il ringraziamento più sentito spetta ai musicisti della Condove Jazz Band e al loro direttore, maestro Pietro Giunta, per aver trasformato una passione individuale in un’esperienza collettiva.
Perché, a Condove, a quanto pare, la ricetta è semplice: quando la vita qualche volta stona, si può sempre provare a prescrivere un po’ di swing.













