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ATTUALITÀ POLITICA | 27 febbraio 2026, 21:46

Nuova legge elettorale, la fretta della maggioranza e il rischio di un potere troppo concentrato

Sullo “Stabilicum” pesano dubbi politici e costituzionali: premio di maggioranza, liste bloccate e tempistiche sospette alimentano una forte preoccupazione sulla qualità della nostra democrazia

Nuova legge elettorale, la fretta della maggioranza e il rischio di un potere troppo concentrato

C’è qualcosa che non torna quando le regole del gioco vengono riscritte in corsa, con un’accelerazione improvvisa e in un clima politico già teso. La nuova proposta di legge elettorale, ribattezzata “Stabilicum”, porta con sé proprio questa sensazione: la percezione che si stia intervenendo sull’architettura democratica non per un largo consenso riformatore, ma per un’esigenza contingente, tutta politica.

Mercoledì sera i capigruppo del centrodestra hanno firmato l’intesa sul testo che dovrebbe superare il Rosatellum entro l’estate. La bozza è stata depositata in Parlamento e l’iter è iniziato in Commissione Affari costituzionali alla Camera. La maggioranza parla di una legge pensata per garantire “stabilità e pluralismo” e assicura, con le parole di Giovanni Donzelli, di essere “pronta al dialogo con tutti per migliorare il testo”. Ma fuori da quel perimetro, le perplessità crescono.

Le opposizioni collegano le tempistiche al referendum sulla giustizia previsto a marzo. Il sospetto è che il governo abbia voluto giocare d’anticipo per evitare che la riforma fosse letta alla luce dell’esito referendario: in caso di vittoria, come una legittimazione politica ulteriore; in caso di sconfitta, come una reazione muscolare. È una lettura politica, certo, ma che contribuisce ad alimentare un clima di diffidenza.

Sul piano tecnico, le differenze rispetto al Rosatellum sono profonde. Spariscono i collegi uninominali, sostituiti da collegi plurinominali con sistema proporzionale su base nazionale alla Camera e regionale al Senato. Viene introdotto un premio di governabilità: 70 seggi in più a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama per la lista o la coalizione che superi il 40%. Se nessuno raggiunge quella soglia, è previsto un ballottaggio tra i primi due schieramenti sopra il 35%. Resta la soglia di sbarramento al 3%, ma scompaiono le preferenze e tornano, di fatto, liste bloccate. Il nome del candidato premier non comparirà sulla scheda, ma dovrà essere presentato contestualmente alle liste.

Le simulazioni realizzate da YouTrend per SkyTg24, sulla base degli attuali sondaggi, disegnano scenari radicalmente diversi da quelli che produrrebbe il Rosatellum. Con il sistema vigente, nessuno schieramento otterrebbe la maggioranza. Con lo Stabilicum, il centrodestra arriverebbe a circa il 57% dei seggi. In caso di sorpasso del centrosinistra al momento del voto, l’effetto sarebbe speculare. È il meccanismo stesso a determinare un forte effetto amplificatore.

Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha sintetizzato la filosofia della riforma con uno slogan semplice: consentire a “chi vince di governare”. È un principio comprensibile, in un Paese che ha conosciuto instabilità cronica. Ma la domanda resta: a quale prezzo?

Dal fronte delle opposizioni, le critiche sono nette. La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha parlato di “elementi inaccettabili”. Riccardo Magi, di +Europa, ha usato l’espressione “legge truffa”. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha osservato che le priorità del Paese sarebbero altre. Toni diversi, ma un filo comune: la preoccupazione che si stia costruendo un sistema troppo sbilanciato.

Anche tra gli studiosi il dibattito è acceso. Il politologo Gianfranco Pasquino ha ricordato che le democrazie “che funzionano bene, non cambiano spesso sistema di voto”. È un richiamo alla stabilità delle regole, non dei governi. In trentatré anni, l’Italia sarebbe alla quinta riforma elettorale: un dato che dice molto sulla fragilità del nostro impianto.

Il professor Lorenzo Sio, ordinario di Scienza politica alla Luiss, ha sottolineato come la sostituzione dei collegi uninominali elimini un meccanismo di legittimazione diretta. Nei collegi maggioritari, chi vince lo fa perché ha prevalso in un territorio preciso. Con il premio di maggioranza nazionale, invece, “può scattare anche per pochissimi voti”, alterando in modo significativo la proporzione tra consenso reale e forza parlamentare.

C’è poi il nodo delle liste bloccate. Senza preferenze, gli eletti vengono di fatto scelti dai vertici di partito. Secondo Sio, questo rafforza la concentrazione del potere nelle mani di pochi leader, riducendo la possibilità per i cittadini di incidere sulla selezione della classe dirigente. Non è un dettaglio tecnico: è il cuore del rapporto tra elettori ed eletti.

Infine, un aspetto che merita particolare attenzione: una maggioranza costruita grazie al premio potrebbe avvicinarsi o superare il 60% dei seggi, soglia che consente l’elezione di giudici costituzionali e di altre cariche di garanzia. Una concentrazione così ampia, ottenuta attraverso un meccanismo premiale e non solo per effetto diretto del voto proporzionale, rischia di avere un impatto rilevante sugli equilibri istituzionali.

Non si tratta di negare il problema della governabilità. Si tratta di chiedersi se la soluzione proposta non sia eccessiva rispetto alla diagnosi. Una democrazia matura dovrebbe saper bilanciare stabilità e rappresentanza, evitando che la prima diventi una giustificazione per comprimere la seconda.

Le leggi elettorali non sono strumenti neutri: disegnano il modo in cui il potere viene distribuito. E quando una riforma concentra così tanto potere potenziale nelle mani di una maggioranza costruita anche grazie a un premio, la preoccupazione non è ideologica. È istituzionale.

pi.mi.

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