Per rispondere bisogna partire da un fatto elementare, spesso dimenticato nei palazzi di Aosta: la Valle d'Aosta non è una regione come le altre. Non lo è per storia, non lo è per cultura e soprattutto non lo è per geografia.
Chi non la conosce tende a immaginarla come un comprensorio turistico di montagna: qualche ski resort, qualche castello medievale. La realtà è più complessa e più dura. La Valle è un sistema di vallate laterali che si diramano dalla Dora Baltea come rami da un tronco — Valpelline, Val di Cogne, Valtournenche, Val d'Ayas, Valle del Lys e tante altre — ognuna con i propri borghi, la propria storia, la propria comunità e i propri problemi di accessibilità.
In queste vallate vivono persone reali, spesso anziane, spesso sole, in frazioni che in inverno possono essere tagliate fuori per giorni, in un territorio dove la distanza non si misura in chilometri ma in tempo, in condizioni atmosferiche, in curve e tornanti. Un territorio che richiede soluzioni che nessun manuale di governance nazionale è in grado di fornire, perché quel manuale è scritto per la pianura, per le grandi città, per realtà che con la Valle d'Aosta non hanno nulla in comune. Ecco perché esiste l'autonomia. O almeno, ecco perché dovrebbe esistere.
Eppure c'è una crisi che avanza lentamente, senza fare rumore, senza comparire nei titoli dei telegiornali. È lo spopolamento dei piccoli comuni montani. Borghi che cinquant'anni fa erano vivi, abitati, produttivi, si stanno svuotando. I giovani se ne vanno non perché non amino la loro terra, ma perché non trovano lavoro. E senza lavoro non si costruisce una vita, non si mette su famiglia, non si resta.
Il risultato è un territorio che si spegne: scuole che chiudono per mancanza di bambini, negozi che abbassano le serrande, servizi che si riducono fino a scomparire. Il che, a sua volta, accelera la fuga in un circolo vizioso difficile da spezzare.
La risposta politica, fino a oggi, è stata quasi sempre la stessa: incentivare il pendolarismo, migliorare le strade, sperare che il turismo faccia da volano. Soluzioni parziali, palliative, che non toccano il nodo centrale. Perché il nodo centrale è il lavoro.
E qui sta una delle grandi occasioni sprecate dell'autonomia valdostana. La montagna offre qualcosa che la pianura non ha: un bisogno strutturale, costante e urgente di manutenzione. Il territorio alpino non si governa da solo: richiede cura continua, pulizia dei boschi, manutenzione dei sentieri e dei canali di scolo, consolidamento dei versanti, gestione dei corsi d'acqua, monitoraggio del rischio idrogeologico.
Lavori che esistono da sempre e che per decenni sono stati fatti quando c'era gente che viveva in montagna e che quella montagna la conosceva palmo a palmo. Con lo spopolamento, quella manutenzione diffusa è venuta meno. E il territorio lo paga: frane, alluvioni, smottamenti che in passato sarebbero stati prevenuti da chi viveva lì diventano oggi emergenze costose e drammatiche.
Creare figure professionali dedicate alla cura e alla difesa del suolo — operai forestali, tecnici del territorio, guardiani idrogeologici — significherebbe contemporaneamente presidiare il territorio, ridurre il rischio ambientale e offrire lavoro stabile nelle vallate. Lavoro con un senso profondo: quello di chi si prende cura di un luogo perché ci vive, perché lo conosce, perché ne ha a cuore il futuro.
Una Regione autonoma con competenze proprie in materia di territorio, foreste e protezione civile avrebbe tutti gli strumenti per costruire questa politica senza chiedere permesso a Roma. Servirebbe solo visione.
C'è poi un altro elemento che rende ancora più urgente ragionare sul lavoro di prossimità: i trasporti. In una regione come la Valle d'Aosta, garantire un sistema di trasporto pubblico capillare ed efficiente nelle vallate laterali è oggettivamente complesso e costoso. Le frequenze sono basse, i percorsi lunghi, le condizioni invernali spesso proibitive.
Costringere chi vive in alta valle a scendere ogni giorno in fondovalle o ad Aosta per lavorare significa scaricare su di lui un peso enorme: ore di viaggio, costi, stress e soprattutto un legame sempre più debole con il proprio territorio, un legame che prima o poi si spezza.
Portare il lavoro nelle vallate, anziché portare le persone fuori dalle vallate, è una delle risposte più logiche a questo problema. Non l'unica, ma una di quelle che una Regione autonoma potrebbe perseguire con convinzione, senza aspettare che qualcuno a Roma o a Bruxelles disegni un piano calato dall'alto.
Tutto questo converge su un punto solo: l'autonomia valdostana ha senso se viene usata. Se diventa lo strumento attraverso cui una piccola comunità alpina elabora risposte originali a problemi che le regioni ordinarie non hanno — e che le politiche nazionali non sanno affrontare.
Spopolamento, difesa del suolo, lavoro in quota, trasporti impossibili, servizi che svaniscono: non sono problemi nuovi. Sono la cifra permanente di questo territorio e sono esattamente la ragione per cui nel 1948 si scrisse uno Statuto speciale.
Se di fronte a queste sfide la risposta istituzionale continua a essere l'attesa, la delega, l'impotenza, allora sì: l'autonomia valdostana rischia davvero di restare una bella parola scritta su documenti che nessuno legge più.
La montagna non aspetta. E nemmeno chi ci vive ancora.













