In Italia la Costituzione è chiara: l’articolo 67 dice che il parlamentare rappresenta la Nazione e vota senza vincolo di mandato. Tradotto dal giuridichese: una volta eletto, può fare quello che vuole, tranne forse parcheggiare in doppia fila in via del Corso.
Il partito che lo ha candidato? Un ricordo affettuoso, come il primo amore o la tessera della biblioteca.
E così, mentre in altri Paesi il cambio di partito è un evento raro, da noi è diventato uno sport nazionale. C’è chi colleziona francobolli, chi farfalle e chi colleziona gruppi parlamentari. Con passione, dedizione e un certo talento atletico.
Il contratto con penale: l’ultima frontiera della fantasia politica: ogni tanto, qualche segreteria illuminata si sveglia e dice: «E se facessimo firmare ai candidati un contratto con penale? Così, se scappano, almeno ci pagano la cena». Idea creativa, non c’è che dire. Peccato che il diritto civile e la Costituzione rispondano con un sorriso di compassione: quel contratto sarebbe nullo come una banconota da 17 euro.
Perché?
Perché la libertà del parlamentare è sacra.
Sacra come il presepe a Natale, come la pausa caffè negli uffici pubblici, come il diritto inalienabile di cambiare partito tre volte in una legislatura.
Qualsiasi penale che provi a frenare il trasformismo verrebbe vista dai giudici come un tentativo di “vincolo di mandato” mascherato. Se la penale ha lo scopo di condizionare la libertà del parlamentare, il contratto viola un principio costituzionale. Un giudice civile lo dichiarerebbe nullo per illiceità della causa.
E il vincolo di mandato, in Italia, è proibito. Il trasformismo, invece, è patrimonio culturale immateriale.
La vera soluzione? Una riforma costituzionale. Ma tranquilli: non succederà mai. L’unico modo per impedire il cambio di casacca sarebbe modificare la Costituzione. Serve una procedura complessa, votazioni, maggioranze qualificate, referendum… Insomma, un percorso lungo e faticoso.
E se c’è una cosa che i parlamentari non amano, è faticare per limitare la propria libertà di cambiare idea. È come chiedere a un gatto di firmare un contratto per non salire più sul tavolo: tecnicamente possibile, praticamente ridicolo.
Finché l’articolo 67 resterà com’è, il cambio di casacca sarà un diritto costituzionale, un rito di passaggio, un’esperienza spirituale.
E ogni tentativo di frenarlo con contratti, penali o giuramenti solenni finirà come sempre: in un nulla di fatto, condito da un comunicato stampa pieno di parole come “responsabilità”, “nuovo percorso” e “scelta sofferta”. In fondo, la politica italiana è un grande teatro. E il pubblico, ormai, conosce la trama a memoria.
Caro elettore, come direbbe il grande Totò: «Sei stato cornuto e mazziato, fattene una ragione».
Una riflessione ironica ma giuridicamente fondata sull’articolo 67 della Costituzione e sull’impossibilità di introdurre penali o contratti per frenare il cambio di casacca dei parlamentari. Tra diritto civile, principi costituzionali e teatro politico, il trasformismo resta perfettamente legittimo — e difficilmente riformabile.













