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ATTUALITÀ POLITICA | 06 febbraio 2026, 21:20

La sala stampa della Camera bloccata della Camera, la democrazia un po’ meno

Il caso Casapound fa scattare il freno alle prenotazioni della sala stampa di Montecitorio. Una decisione tampone che solleva più di una domanda sulla libertà di espressione, sulle regole della Camera e sulle responsabilità politiche di chi flirta con l’estrema destra. Franco Manes invita a ripensare i meccanismi. Ma il problema, forse, non è il regolamento: sono certi deputati

Il deputato della Valle d'Aosta, Franco Manes

Il deputato della Valle d'Aosta, Franco Manes

C’è qualcosa che non torna quando, per fermare una forzatura politica, si finisce per spegnere l’interruttore a tutti. È quanto sta accadendo a Montecitorio, dove – secondo quanto si apprende da fonti parlamentari – l’ufficio stampa della Camera ha bloccato le nuove prenotazioni telematiche della sala stampa per lo svolgimento di conferenze.

Uno stop improvviso, deciso lo scorso venerdì, figlio diretto della polemica esplosa dopo la prenotazione della sala da parte del deputato leghista Domenico Furgiuele, che aveva pensato bene di organizzare una conferenza stampa insieme a Casapound sul tema della cosiddetta “remigrazione”. Un termine ripulito, ma un concetto che puzza di vecchio, anzi di nerissimo.

Risultato: al momento è impossibile prenotare nuove conferenze stampa. Quelle già fissate prima del 30 gennaio si faranno regolarmente, le altre restano nel limbo. Nel frattempo, nei corridoi del Parlamento si discute di “altri metodi” di prenotazione, visto che fino a venerdì tutto passava – legittimamente – da una semplice richiesta online dei deputati.

Ed è qui che entra in gioco anche il deputato valdostano Franco Manes, che nei giorni scorsi aveva detto una cosa di puro buon senso: forse è arrivato il momento di cambiare alcune regole della Camera. Non per restringere spazi, ma per chiarirli. Per evitare che strumenti istituzionali vengano piegati a operazioni di propaganda che nulla hanno a che vedere con il confronto democratico.

Il punto, però, è delicato. Perché se il problema diventa la procedura, si rischia di non vedere il vero nodo politico. La sala stampa non è stata “occupata” da Casapound per caso, né per un buco normativo astratto. È stata concessa perché un deputato della Repubblica – della Lega, non di un collettivo studentesco – ha scelto consapevolmente di offrire una legittimazione istituzionale a un’organizzazione che con i valori costituzionali ha un rapporto quantomeno conflittuale.

E allora sì, qualche domanda va fatta. Alla Lega, innanzitutto. A quel partito che continua a giocare con il fuoco dell’estrema destra, strizzando l’occhio a nostalgie e slogan che pensavamo archiviati. E a quel mondo che ruota attorno a personaggi come Vannacci, sempre pronti a parlare di patria, ordine e identità, ma molto meno di diritti, pluralismo e responsabilità.

Bloccare la sala stampa può sembrare una soluzione rapida, ma sa tanto di cerotto messo male. La democrazia non si difende chiudendo spazi, ma pretendendo che chi li usa lo faccia nel rispetto delle istituzioni. Cambiare le regole, come suggerisce Manes, può avere senso. Purché sia chiaro l’obiettivo: non imbavagliare il Parlamento, ma impedire che venga trasformato in un megafono per ideologie che con la Costituzione fanno a pugni.

Perché alla fine il problema non è la piattaforma di prenotazione. Il problema è chi prenota, con chi, e per dire cosa. E su questo, più che un clic online, servirebbe un sussulto politico. Anche – e soprattutto – da parte della maggioranza.

pi.mi.

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