La Corte di Cassazione ha accolto il nuovo quesito referendario sulla riforma della giustizia promosso dal comitato dei quindici, dopo la raccolta di oltre cinquecentomila firme. Un passaggio tutt’altro che formale, che rimette al centro il ruolo delle iniziative popolari e segna uno stop netto alla linea del governo, che aveva liquidato l’operazione come inutile e superflua. L’ordinanza non è ancora stata depositata, ma la sostanza politica e istituzionale della decisione è già chiara: il referendum va riconvocato e la fretta dell’esecutivo si rivela, oggi, un azzardo.
Il nodo non riguarda soltanto la formulazione del quesito. Quello originario, proposto dai parlamentari, era essenziale fino all’osso, una domanda secca sull’approvazione di una legge costituzionale. Il nuovo quesito, invece, entra nel merito e indica puntualmente i sette articoli della Costituzione che verrebbero modificati dalla riforma Nordio-Meloni. Non è un dettaglio linguistico, ma una scelta che incide direttamente sulla consapevolezza degli elettori e sulla qualità del voto. In una materia delicata come la giustizia, la chiarezza non è un optional.
La decisione della Cassazione apre ora una fase inedita. Il governo dovrà adottare un nuovo provvedimento per riconvocare il voto, mentre sullo sfondo si profila una possibile stagione di ricorsi e conflitti di attribuzione. La data fissata per il 22 e 23 marzo potrebbe non reggere. C’è chi, come il costituzionalista Michele Ainis, ricorda che quella data è incorporata nel decreto e quindi difficilmente modificabile, ma altri osservano che la Costituzione impone un intervallo minimo di cinquanta giorni per la convocazione delle urne. Tradotto: si rischia di scivolare alla fine di marzo o, più realisticamente, ad aprile. In questo quadro, il suggerimento arrivato dal Quirinale di attendere la pronuncia della Suprema Corte prima di stampare le schede si rivela oggi una scelta di prudenza istituzionale tutt’altro che banale.
Il comitato dei quindici, che ama definirsi ironicamente un gruppo di “signori nessuno”, incassa la decisione con soddisfazione misurata. Gli avvocati Pietro Adami e Carlo Contaldi La Grotteria parlano di una conferma di quanto sostenuto fin dall’inizio: la convocazione del referendum era prematura e il governo ha bruciato i tempi. La democrazia, ricordano, ha procedure e scansioni che non possono essere forzate senza pagarne il prezzo. Non a caso, la Cassazione ha espresso rilievi netti anche sulla precedente decisione del Tar, arrivando a sostenere che il tribunale amministrativo si sia mosso su un terreno che non gli competeva. Un passaggio che potrebbe riaprire la strada all’appello.
Nel frattempo, la campagna referendaria continua a dividersi tra opposte letture. Per la maggioranza, con Forza Italia in prima linea, il sì sarebbe una battaglia di verità contro chi descrive la riforma come un tentativo di assoggettare la magistratura al potere politico. Per le opposizioni, a partire dal Movimento 5 Stelle, il referendum parla invece a una classe dirigente che cerca di mettere al riparo se stessa, più che ai cittadini.
Al di là delle posizioni politiche, la decisione della Cassazione segna un punto fermo: le firme contano, i quesiti devono essere chiari e i tempi istituzionali vanno rispettati. In un Paese spesso distratto e disincantato, non è poco. È un richiamo sobrio ma deciso al fatto che la partecipazione popolare non è un fastidio da aggirare, bensì una parte essenziale del gioco democratico. E questa volta, almeno per ora, la Suprema Corte lo ha ricordato a tutti.













