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Chez Nous | 02 ottobre 2026, 08:00

Politique et mafias

Politica e mafie

Politique et mafias

L’Osservatorio valdostano sulla legalità nasce nel momento in cui il nuovo rapporto Ecomafia di Legambiente racconta un Paese nel quale la criminalità ambientale continua a muovere miliardi. Ma la Valle d’Aosta deve evitare che il presidio contro le infiltrazioni finisca per diventare un organismo troppo dipendente dai palazzi che dovrebbe contribuire a controllare.

C’è qualcosa di profondamente stonato nella coincidenza temporale. Da una parte l’Italia scopre, ancora una volta, che dietro rifiuti, cemento, appalti, incendi e corruzione esiste un’economia criminale capace di adattarsi, infiltrarsi e produrre profitti. Dall’altra, proprio mentre questi numeri vengono messi nero su bianco, la Valle d’Aosta si presenta con il suo nuovo Osservatorio regionale permanente sulla legalità e sulla criminalità organizzata e di tipo mafioso.

Il 23 settembre 2026 il Consiglio Valle ne ha deliberato la costituzione. Una decisione formalmente importante, arrivata dopo la modifica della legge istitutiva approvata nel giugno 2026. Il voto è stato unanime, ma PD-FP e AVS non hanno partecipato alla votazione, confermando la loro contrarietà alle modifiche legislative che hanno ridisegnato l'organismo.

Sia chiaro: avere un Osservatorio antimafia in Valle d’Aosta non è un problema. È il contrario. È necessario. In una regione piccola, ricca, economicamente interconnessa con il Nord Italia e caratterizzata da un sistema di appalti, edilizia, turismo, commercio e servizi nel quale circolano interessi economici rilevanti, conoscere i fenomeni criminali e prevenirne le infiltrazioni dovrebbe essere una priorità assoluta.

Il problema è come lo si costruisce.

Ed è qui che comincia la domanda politica più scomoda: un organismo chiamato a studiare la legalità, monitorare la criminalità organizzata, analizzare corruzione, usura, estorsione, riciclaggio e infiltrazioni mafiose può permettersi di essere percepito come un organismo prevalentemente istituzionale?

La legge regionale n. 1/2022, nella sua formulazione oggi vigente dopo le modifiche introdotte dalla legge regionale n. 7 del 17 giugno 2026, prevede una composizione di 17 componenti: otto provengono direttamente dalle istituzioni regionali e locali, mentre gli altri rappresentano organizzazioni sindacali, datoriali, ordini professionali, Chambre e associazioni antimafia, antiusura, antiracket, ambientaliste e dei consumatori.

Non è dunque corretto parlare di un Osservatorio composto soltanto dalla politica. Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare un dato: quasi la metà dei suoi componenti appartiene direttamente alle istituzioni politiche o agli organismi istituzionali territoriali.

E tra questi ci sono il Presidente del Consiglio Valle, che presiede l’Osservatorio, il vicepresidente del Consiglio, il presidente della commissione consiliare competente, il presidente della Regione, due assessori regionali, il vertice del Comune di Aosta e il presidente del CPEL. È una presenza istituzionale enorme.

E allora la domanda non è se questi rappresentanti siano legittimati a stare lì. Naturalmente lo sono. La domanda è un’altra: quanto sarà realmente autonomo lo sguardo dell’Osservatorio?

Perché quando si istituisce un organismo per osservare un fenomeno delicatissimo, l’autorevolezza non dipende soltanto dalle competenze formali. Dipende anche dalla distanza che riesce a mantenere dal potere politico. Ed è proprio su questo terreno che la riforma del 2026 merita attenzione.

Nel precedente impianto della legge era previsto un comitato tecnico composto da tre esperti nel contrasto alla criminalità organizzata e nella promozione della legalità, chiamati ad assicurare indipendenza di giudizio e di azione rispetto alla pubblica amministrazione e alle organizzazioni politiche, sindacali e di categoria. Il nuovo testo non mantiene quel comitato nella stessa forma: prevede invece la possibilità di conferire incarichi di consulenza specialistica o stipulare contratti di servizi per specifiche attività, subordinatamente anche alla verifica dell’assenza, all’interno del Consiglio regionale, di professionalità idonee.

È una differenza tutt’altro che secondaria.

Prima c’era un presidio tecnico strutturato. Ora il supporto specialistico può essere attivato quando serve.

Prima la competenza indipendente era incorporata stabilmente nell’architettura dell’Osservatorio. Ora l’expertise può essere acquisita attraverso incarichi e servizi.

Sono scelte legittime, naturalmente. Ma non sono neutre.

E se l’obiettivo è costruire un organismo capace di parlare di mafia senza preoccuparsi di chi siede dall’altra parte del tavolo, forse l’indipendenza tecnica non dovrebbe essere una possibilità da attivare all’occorrenza. Dovrebbe essere una garanzia strutturale.

Poi c’è il capitolo del sorteggio.

La legge stabilisce che, quando per le organizzazioni, gli ordini e le associazioni le designazioni ammissibili sono superiori ai posti disponibili, si procede attraverso l’estrazione.

Il sorteggio può essere un meccanismo trasparente per risolvere una sovrabbondanza di candidature. Ma quando si parla di antimafia e legalità, viene spontaneo chiedersi se la casualità sia davvero il criterio più convincente.

Non stiamo scegliendo una squadra per un torneo.

Non stiamo assegnando un premio.

Stiamo scegliendo chi dovrà portare dentro un organismo pubblico conoscenze, esperienze e competenze su fenomeni criminali estremamente complessi.

E allora il merito dovrebbe pesare. La storia dell’impegno dovrebbe pesare. Le competenze documentate dovrebbero pesare. La conoscenza del territorio dovrebbe pesare.

Il sorteggio garantisce imparzialità nella selezione, ma non garantisce automaticamente competenza.

E qui si apre una questione che riguarda anche la società civile valdostana. Le associazioni antimafia, antiusura, antiracket, ambientaliste e dei consumatori dispongono complessivamente di due rappresentanti. Due soltanto, chiamati peraltro a rappresentare un universo estremamente ampio e diversificato.

Non è una bocciatura automatica dell’Osservatorio. È un problema di equilibrio.

Perché un organismo che deve osservare la criminalità organizzata dovrebbe avere dentro di sé anche una robusta capacità di osservare la politica, le istituzioni, l’economia e gli interessi che attraversano la società.

Il controllore, per essere credibile, deve poter guardare anche verso chi lo ha nominato.

E oggi la domanda resta tutta aperta.

Non perché in Valle d’Aosta ci siano automaticamente più mafie di quanto dicano i numeri. Non perché la presenza di amministratori nell’Osservatorio significhi qualcosa di illecito. E nemmeno perché ogni fenomeno di illegalità ambientale debba essere automaticamente classificato come criminalità mafiosa. Al contrario: proprio perché bisogna distinguere i fenomeni, servono strumenti seri.

E i numeri arrivati oggi da Legambiente dicono che non è il momento di abbassare la guardia.

Il rapporto “Ecomafia 2026”, presentato il 1° ottobre 2026, fotografa per il 2025 35.735 reati ambientali accertati in Italia, in calo del 12% rispetto all’anno precedente, ma anche 77.895 illeciti amministrativi, in crescita dell’11,4%. Complessivamente le violazioni ambientali accertate arrivano a 113.630, una media di 13 ogni ora.

E c’è un dato che dovrebbe far drizzare le antenne: il business illegale delle ecomafie viene stimato in 11,5 miliardi di euro, contro i 9,3 miliardi del 2024.

Nonostante il calo dei reati, dunque, il denaro continua a correre.

Il ciclo illegale dei rifiuti torna al primo posto con 10.914 reati accertati. Gli incendi negli impianti di gestione dei rifiuti salgono a 76, con un incremento del 24,7%. I reati nel ciclo del cemento sono 8.034, mentre quelli contro gli animali raggiungono quota 6.930.

E poi c’è la corruzione.

Tra il 1° maggio 2025 e il 30 aprile 2026, Legambiente ha censito 75 inchieste giudiziarie su fenomeni di corruzione collegati ad attività con impatto ambientale, con 1.066 persone denunciate, 307 arresti e 151 sequestri.

Sono numeri nazionali. Non possono essere trasferiti automaticamente sulla Valle d’Aosta.

Ma proprio per questo dovrebbero essere letti con maggiore attenzione in una regione che spesso ama raccontarsi come un’isola felice.

Perché l’isola felice non esiste.

Esiste invece una regione che deve dimostrare ogni giorno di essere capace di proteggere la propria autonomia, la propria economia e il proprio territorio anche dalle infiltrazioni criminali.

E i numeri valdostani del rapporto Ecomafia non sono numeri da ignorare: nel 2025 sono stati accertati 91 reati ambientali, con 106 persone denunciate e 27 sequestri.

Novantuno reati non significano novantuno episodi mafiosi. Sarebbe una forzatura giornalistica e soprattutto una forzatura nel merito.

Ma novantuno reati significano che l’illegalità ambientale esiste anche qui.

Ed è proprio questa la ragione per cui l’Osservatorio deve funzionare davvero.

Non deve essere una vetrina. Non deve diventare una passerella istituzionale. Non deve trasformarsi nell’ennesimo luogo nel quale la politica si guarda allo specchio e si fa i complimenti per avere creato un organismo contro la criminalità organizzata.

Deve fare esattamente il contrario. Deve disturbare. Deve fare domande. Deve chiedere dati. Deve analizzare gli appalti. Deve studiare i passaggi societari.

Deve osservare il mondo dei rifiuti, dell’edilizia, degli appalti pubblici, del turismo, della logistica, del commercio e delle grandi trasformazioni immobiliari.

Deve capire dove arrivano i capitali e da dove partono. Deve mettere in relazione informazioni diverse. Deve coinvolgere le forze dell’ordine, l’Università, gli esperti, il mondo economico e le associazioni. E soprattutto deve poter dire alla politica, quando necessario: qui c’è qualcosa che non torna.

Altrimenti è soltanto un altro organismo. E di organismi, in politica, ne abbiamo già abbastanza.

La Valle d’Aosta non ha bisogno di un Osservatorio antimafia che esista perché una legge dice che deve esistere. Ha bisogno di un Osservatorio che abbia la forza di essere scomodo.

Perché la criminalità organizzata non chiede il permesso alla politica prima di entrare in un territorio.

Non arriva con la coppola e la lupara. Arriva attraverso i soldi. Attraverso le società. Attraverso gli appalti. Attraverso i rapporti economici. Attraverso prestanome e intermediari. Attraverso la disponibilità di capitale. Attraverso la corruzione. E soprattutto attraverso il silenzio.

È per questo che il titolo può essere soltanto uno: Politica e mafie.

Non perché si possa o si debba affermare che la politica valdostana sia mafiosa. Non lo dimostrano i dati disponibili e sarebbe irresponsabile sostenerlo.

Ma perché politica e mafie sono due mondi che devono essere tenuti a distanza, con strumenti di controllo capaci di funzionare proprio quando il potere preferirebbe non essere disturbato.

Il vero esame dell’Osservatorio comincia adesso.

Non con la sua costituzione. Non con una fotografia di gruppo.

Non con un comunicato. Comincia quando arriverà la prima questione scomoda.

Quando ci sarà da analizzare un appalto. Quando bisognerà interrogarsi sulla provenienza di un capitale. Quando emergerà un intreccio societario. Quando un’associazione denuncerà una criticità. Quando un esperto dirà qualcosa che la politica non vuole sentirsi dire.

Sarà allora che capiremo se abbiamo costruito un presidio di legalità oppure soltanto l’ennesima stanza della politica.

E sarebbe davvero imperdonabile che, mentre le ecomafie in Italia fanno crescere il loro business fino a 11,5 miliardi di euro, la Valle d’Aosta si accontentasse di avere costruito un Osservatorio impeccabile sulla carta e innocuo nella realtà.

La lotta alla mafia non ha bisogno di organismi rassicuranti.

Ha bisogno di organismi liberi, competenti e capaci di fare paura a chi ha qualcosa da nascondere. E la prima cosa che dovrebbe fare un Osservatorio sulla legalità è non avere paura di nessuno.

Politica e mafie

’Observatoire valdôtain sur la légalité voit le jour au moment même où le nouveau rapport Ecomafia de Legambiente raconte une Italie dans laquelle la criminalité environnementale continue de brasser des milliards. Mais la Vallée d’Aoste doit éviter que le dispositif de lutte contre les infiltrations ne devienne un organisme trop dépendant des palais qu’il devrait contribuer à contrôler.

Il y a quelque chose de profondément discordant dans cette coïncidence temporelle. D’un côté, l’Italie découvre une fois encore que derrière les déchets, le béton, les marchés publics, les incendies et la corruption existe une économie criminelle capable de s’adapter, de s’infiltrer et de générer des profits. De l’autre, au moment même où ces chiffres sont noir sur blanc, la Vallée d’Aoste se présente avec son nouvel Observatoire régional permanent sur la légalité et la criminalité organisée et de type mafieux.

Le 23 septembre 2026, le Conseil de la Vallée a décidé de sa constitution. Une décision institutionnellement importante, intervenue après la modification de la loi fondatrice approuvée en juin 2026. Le vote a été unanime, mais le PD-FP et AVS n’ont pas participé au scrutin, confirmant ainsi leur opposition aux modifications législatives ayant redéfini l’organisme.

Soyons clairs : disposer d’un Observatoire antimafia en Vallée d’Aoste n’est pas un problème. C’est exactement le contraire. C’est nécessaire. Dans une petite région, riche, économiquement interconnectée avec le Nord de l’Italie et caractérisée par un système de marchés publics, de construction, de tourisme, de commerce et de services dans lequel circulent des intérêts économiques importants, connaître les phénomènes criminels et prévenir les infiltrations devrait être une priorité absolue.

Le problème est de savoir comment on le construit.

Et c’est ici que commence la question politique la plus dérangeante : un organisme chargé d’étudier la légalité, de surveiller la criminalité organisée, d’analyser la corruption, l’usure, l’extorsion, le blanchiment d’argent et les infiltrations mafieuses peut-il se permettre d’être perçu comme un organisme essentiellement institutionnel ?

La loi régionale n° 1/2022, dans sa formulation actuellement en vigueur après les modifications introduites par la loi régionale n° 7 du 17 juin 2026, prévoit une composition de 17 membres : huit proviennent directement des institutions régionales et locales, tandis que les autres représentent les organisations syndicales et patronales, les ordres professionnels, la Chambre valdôtaine et les associations antimafia, de lutte contre l’usure et le racket, les associations environnementales et de défense des consommateurs.

Il n’est donc pas exact de parler d’un Observatoire composé uniquement de responsables politiques. Mais il serait tout aussi erroné d’ignorer un fait : près de la moitié de ses membres appartiennent directement aux institutions politiques ou aux organismes institutionnels territoriaux.

Parmi eux figurent le président du Conseil de la Vallée, qui préside l’Observatoire, le vice-président du Conseil, le président de la commission consulaire compétente, le président de la Région, deux conseillers régionaux, le maire adjoint d’Aoste et le président du CPEL.

La présence institutionnelle est considérable.

Dès lors, la question n’est pas de savoir si ces représentants sont légitimes à siéger au sein de cet organisme. Ils le sont, évidemment. La véritable question est autre : dans quelle mesure le regard de l’Observatoire sera-t-il réellement autonome ?

Car lorsqu’on crée un organisme chargé d’observer un phénomène aussi délicat, son autorité ne dépend pas uniquement de ses compétences formelles. Elle dépend également de la distance qu’il est capable de maintenir à l’égard du pouvoir politique.

Et c’est précisément sur ce terrain que la réforme de 2026 mérite d’être examinée.

Dans la version précédente de la loi, un comité technique composé de trois experts dans la lutte contre la criminalité organisée et dans la promotion de la légalité était prévu. Ces experts avaient notamment pour fonction de garantir une indépendance de jugement et d’action à l’égard de l’administration publique ainsi que des organisations politiques, syndicales et professionnelles.

Le nouveau texte ne maintient pas ce comité sous la même forme. Il prévoit plutôt la possibilité de confier des missions de conseil spécialisé ou de conclure des contrats de services pour des activités spécifiques, notamment après avoir vérifié l’absence, au sein du Conseil régional, de compétences professionnelles appropriées.

Ce n’est pas une différence secondaire.

Auparavant, il existait un dispositif technique structuré. Désormais, le soutien spécialisé peut être activé lorsque cela est nécessaire.

Auparavant, l’expertise indépendante était intégrée de manière permanente à l’architecture de l’Observatoire. Désormais, l’expertise peut être acquise au moyen de missions et de prestations de services.

Ces choix sont naturellement légitimes. Mais ils ne sont pas neutres.

Et si l’objectif est de construire un organisme capable de parler de mafia sans se préoccuper de savoir qui se trouve de l’autre côté de la table, alors l’indépendance technique ne devrait peut-être pas être une possibilité activée au besoin. Elle devrait constituer une garantie structurelle.

Il y a ensuite la question du tirage au sort.

La loi prévoit que, lorsque le nombre de candidatures recevables des organisations, ordres et associations dépasse le nombre de sièges disponibles, il est procédé par tirage au sort.

Le tirage au sort peut constituer un mécanisme transparent pour départager un nombre excessif de candidatures. Mais lorsqu’il est question d’antimafia et de légalité, il est légitime de se demander si le hasard est réellement le critère le plus convaincant.

Nous ne sommes pas en train de choisir une équipe pour un tournoi.

Nous n’attribuons pas un prix.

Nous choisissons les personnes qui devront apporter au sein d’un organisme public des connaissances, des expériences et des compétences concernant des phénomènes criminels extrêmement complexes.

Dans ce cas, le mérite devrait compter. L’histoire de l’engagement devrait compter. Les compétences documentées devraient compter. La connaissance du territoire devrait compter.

Le tirage au sort garantit l’impartialité de la sélection, mais il ne garantit pas automatiquement la compétence.

Et c’est là qu’apparaît une question qui concerne également la société civile valdôtaine. Les associations antimafia, de lutte contre l’usure et le racket, les associations environnementales et de défense des consommateurs disposent au total de deux représentants. Deux seulement, chargés en outre de représenter un univers extrêmement vaste et diversifié.

Ce n’est pas une condamnation automatique de l’Observatoire. C’est une question d’équilibre.

Car un organisme chargé d’observer la criminalité organisée devrait également disposer en son sein d’une solide capacité à observer la politique, les institutions, l’économie et les intérêts qui traversent la société.

Pour être crédible, le contrôleur doit également pouvoir regarder du côté de ceux qui l’ont nommé.

Et aujourd’hui, la question reste entièrement ouverte.

Non pas parce qu’il y aurait automatiquement davantage de mafias en Vallée d’Aoste que ne le montrent les chiffres. Non pas parce que la présence d’élus et d’administrateurs au sein de l’Observatoire signifierait quoi que ce soit d’illégal. Et pas davantage parce que tout phénomène d’illégalité environnementale devrait automatiquement être qualifié de criminalité mafieuse.

Au contraire : précisément parce qu’il faut distinguer les phénomènes, il faut des instruments sérieux.

Et les chiffres publiés aujourd’hui par Legambiente montrent que ce n’est pas le moment de baisser la garde.

Le rapport « Ecomafia 2026 », présenté le 1er octobre 2026, dresse pour l’année 2025 le bilan de 35 735 délits environnementaux constatés en Italie, soit une baisse de 12 % par rapport à l’année précédente, mais également de 77 895 infractions administratives, en hausse de 11,4 %.

Au total, les violations environnementales constatées atteignent 113 630 cas, soit une moyenne de 13 par heure.

Et il y a un chiffre qui devrait particulièrement attirer l’attention : le chiffre d’affaires illégal des écomafias est estimé à 11,5 milliards d’euros, contre 9,3 milliards en 2024.

Malgré la baisse du nombre de délits, donc, l’argent continue de circuler.

La filière illégale des déchets revient au premier rang avec 10 914 délits constatés. Les incendies dans les installations de gestion des déchets atteignent 76 cas, soit une hausse de 24,7 %. Les délits liés au cycle du béton sont au nombre de 8 034, tandis que ceux commis contre les animaux atteignent 6 930.

Et puis il y a la corruption.

Entre le 1er mai 2025 et le 30 avril 2026, Legambiente a recensé 75 enquêtes judiciaires portant sur des phénomènes de corruption liés à des activités ayant un impact environnemental, avec 1 066 personnes dénoncées, 307 arrestations et 151 saisies.

Ce sont des chiffres nationaux. Ils ne peuvent pas être automatiquement transposés à la Vallée d’Aoste.

Mais c’est précisément pour cette raison qu’ils devraient être examinés avec davantage d’attention dans une région qui aime souvent se raconter comme une île heureuse.

Car l’île heureuse n’existe pas.

Il existe en revanche une région qui doit démontrer chaque jour qu’elle est capable de protéger son autonomie, son économie et son territoire également contre les infiltrations criminelles.

Et les chiffres valdôtains du rapport Ecomafia ne sont pas à négliger : en 2025, 91 délits environnementaux ont été constatés, avec 106 personnes dénoncées et 27 saisies.

Quatre-vingt-onze délits ne signifient pas quatre-vingt-onze épisodes mafieux. Ce serait une extrapolation journalistique et surtout une déformation des faits.

Mais quatre-vingt-onze délits signifient que l’illégalité environnementale existe également ici.

Et c’est précisément pour cette raison que l’Observatoire doit réellement fonctionner.

Il ne doit pas être une vitrine.

Il ne doit pas devenir une passerelle institutionnelle.

Il ne doit pas se transformer en un énième lieu où la politique se regarde dans le miroir et se félicite d’avoir créé un organisme contre la criminalité organisée.

Il doit faire exactement le contraire.

Il doit déranger.

Il doit poser des questions.

Il doit demander des données.

Il doit analyser les marchés publics.

Il doit étudier les mouvements et les montages sociétaires.

Il doit observer le monde des déchets, de la construction, des marchés publics, du tourisme, de la logistique, du commerce et des grandes transformations immobilières.

Il doit comprendre d’où viennent les capitaux et où ils vont.

Il doit mettre en relation des informations différentes.

Il doit associer les forces de l’ordre, l’Université, les experts, le monde économique et les associations.

Et surtout, il doit pouvoir dire à la politique, lorsque cela est nécessaire : ici, quelque chose ne va pas.

Sinon, ce ne sera qu’un organisme de plus.

Et des organismes, en politique, nous en avons déjà suffisamment.

La Vallée d’Aoste n’a pas besoin d’un Observatoire antimafia qui existe simplement parce qu’une loi prévoit son existence. Elle a besoin d’un Observatoire ayant la force d’être dérangeant.

Parce que la criminalité organisée ne demande pas la permission à la politique avant d’entrer sur un territoire.

Elle n’arrive pas avec une casquette et une mitraillette.

Elle arrive par l’argent.

Par les sociétés.

Par les marchés publics.

Par les relations économiques.

Par les prête-noms et les intermédiaires.

Par la disponibilité de capitaux.

Par la corruption.

Et surtout par le silence.

C’est pourquoi le titre ne peut être qu’un seul : Politique et mafias.

Non pas parce que l’on pourrait ou devrait affirmer que la politique valdôtaine est mafieuse. Les données disponibles ne le démontrent pas et il serait irresponsable de l’affirmer.

Mais parce que la politique et les mafias sont deux mondes qui doivent être maintenus à distance l’un de l’autre, au moyen d’instruments de contrôle capables de fonctionner précisément lorsque le pouvoir préférerait ne pas être dérangé.

Le véritable examen de l’Observatoire commence maintenant.

Pas avec sa constitution.

Pas avec une photo de groupe.

Pas avec un communiqué.

Il commencera lorsqu’arrivera la première question dérangeante.

Lorsqu’il faudra analyser un marché public.

Lorsqu’il faudra s’interroger sur l’origine d’un capital.

Lorsqu’un montage sociétaire apparaîtra.

Lorsqu’une association dénoncera une situation préoccupante.

Lorsqu’un expert dira quelque chose que la politique n’a pas envie d’entendre.

Ce sera alors que nous saurons si nous avons construit un véritable dispositif de protection de la légalité ou simplement une pièce supplémentaire du palais de la politique.

Et il serait véritablement impardonnable que, tandis que les écomafias en Italie portent leur activité illégale jusqu’à 11,5 milliards d’euros, la Vallée d’Aoste se contente d’avoir construit un Observatoire impeccable sur le papier et inoffensif dans la réalité.

La lutte contre la mafia n’a pas besoin d’organismes rassurants.

Elle a besoin d’organismes libres, compétents et capables de faire peur à ceux qui ont quelque chose à cacher.

Et la première chose qu’un Observatoire de la légalité devrait faire, c’est de n’avoir peur de personne.

piero.minuzzo@gmail.com

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