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ISTRUZIONE E FORMAZIONE | 29 agosto 2026, 15:30

Scuola, per chi suona la campanella? Il rientro degli insegnanti tra stress e responsabilità

Il ritorno in classe non coincide per tutti con un nuovo inizio. Tra carichi burocratici, conflitti, rapporti con le famiglie e comunicazioni che si prolungano oltre l’orario di lavoro, cresce il disagio emotivo dei docenti. I dati europei fotografano una professione sempre più esposta allo stress, mentre il dibattito chiama in causa anche salari, riconoscimento sociale e organizzazione del lavoro

Scuola, per chi suona la campanella? Il rientro degli insegnanti tra stress e responsabilità

La campanella che annuncia l’inizio delle lezioni segna per gli studenti la fine delle vacanze e il ritorno alla quotidianità scolastica. Per molti insegnanti, però, quel suono può assumere un significato diverso: non soltanto l’avvio di un nuovo anno, ma anche il ritorno a una pressione professionale che durante i mesi estivi può essersi soltanto attenuata, senza necessariamente scomparire.

L’ansia da rientro riguarda una parte del corpo docente e si inserisce in un fenomeno più ampio, quello dello stress legato al lavoro e del rischio di burn-out. A richiamare l’attenzione sul tema è anche il portale Treccani.it, attraverso la voce dedicata al burn-out firmata dalla linguista Beatrice Cristalli nell’ambito della nuova rubrica “L’alfabeto del lavoro. Parole e cose in trasformazione”.

Il fenomeno non riguarda soltanto la percezione individuale. Secondo un recente approfondimento dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, quasi il 50% degli insegnanti delle scuole secondarie di primo grado sperimenta stress sul lavoro. Il 24% dichiara inoltre che la professione ha un impatto negativo sulla propria salute mentale, mentre il 22% segnala conseguenze sulla salute fisica.

Numeri che aiutano a comprendere perché il ritorno tra i banchi possa trasformarsi, per alcuni docenti, in una fonte di apprensione. La scuola contemporanea richiede infatti agli insegnanti molto più della semplice attività didattica. Alla preparazione delle lezioni e alla valutazione degli studenti si aggiungono la gestione dei conflitti, il rapporto con le famiglie, il confronto con i colleghi, gli adempimenti amministrativi e una quantità crescente di comunicazioni professionali.

Il confine tra tempo di lavoro e tempo personale può diventare così sempre più sottile. Messaggi, e-mail e comunicazioni possono proseguire anche oltre l’orario formalmente previsto, alimentando quella condizione di iperconnessione che interessa ormai numerosi settori professionali. Per gli insegnanti, il problema assume una particolare rilevanza perché alla responsabilità educativa si aggiunge una dimensione relazionale difficilmente comprimibile entro un semplice orario di servizio.

A questo si somma una questione economica. Le retribuzioni degli insegnanti italiani sono tradizionalmente considerate poco competitive rispetto a quelle di numerosi altri Paesi europei, mentre il riconoscimento sociale della professione appare spesso distante dal livello di responsabilità richiesto. È una contraddizione che riguarda non soltanto la scuola, ma il modo in cui il lavoro viene considerato e remunerato nella società.

Il burn-out, entrato nel lessico medico e psicologico negli anni Settanta del Novecento, è stato studiato in particolare dallo psicoanalista Herbert J. Freudenberger e dalla psicologa Christina Maslach. Il termine descrive una condizione di esaurimento legata a uno stress lavorativo cronico e prolungato. Nel 2019, l’Organizzazione mondiale della sanità lo ha inserito nella classificazione internazionale delle malattie come fenomeno occupazionale, riconoscendone la rilevanza nel mondo del lavoro.

Il rischio, però, è che la fatica venga interpretata come una normale conseguenza della professionalità. È una questione culturale prima ancora che organizzativa: in molti ambienti il sacrificio continua a essere considerato una dimostrazione di serietà, disponibilità e dedizione. Ma quando la disponibilità diventa permanente e l'esaurimento viene normalizzato, il confine tra impegno e consumo delle proprie energie rischia di essere superato.

È proprio questo uno degli interrogativi suggeriti dalla riflessione di Treccani. “L’alfabeto del lavoro”, curato da Beatrice Cristalli, viene presentato come un percorso in 21 tappe attraverso le parole che descrivono le trasformazioni del lavoro contemporaneo. Da ageismo a burn-out, da carriera a dimissioni, da equilibrio a freelance, passando per gender gap, hustle culture, iperconnessione, limite, motivazione, nomadismo digitale, occupazione, pensione, quadro, retribuzione, sicurezza, tossico, urgenza, valore e zero ore, il progetto prova a raccontare una realtà professionale nella quale stanno cambiando tanto le condizioni concrete quanto le parole utilizzate per descriverle.

Nel caso della scuola, il tema dello stress degli insegnanti non può quindi essere ridotto a una questione individuale. Se un lavoratore manifesta un disagio, certamente esiste una dimensione personale da considerare; quando però il fenomeno coinvolge una quota significativa di una categoria professionale, diventa necessario interrogarsi anche sull'organizzazione del lavoro, sulle risorse disponibili, sulla formazione, sulle responsabilità assegnate e sul riconoscimento economico e sociale.

La salute psicologica degli insegnanti, del resto, non è una questione separata dalla qualità dell'istruzione. Un docente sottoposto a una pressione continua non è soltanto un lavoratore in difficoltà: è una componente fondamentale di un sistema educativo che coinvolge studenti, famiglie, dirigenti scolastici e istituzioni. Investire sulle condizioni di lavoro degli insegnanti significa dunque intervenire indirettamente anche sulla qualità della scuola.

La campanella, allora, non dovrebbe suonare soltanto per annunciare il ritorno degli studenti sui banchi. Dovrebbe ricordare anche alla politica e alla società che dietro ogni classe c'è un adulto chiamato ogni giorno a educare, insegnare, ascoltare e gestire responsabilità crescenti. Se il nuovo anno scolastico deve rappresentare davvero un nuovo inizio, la sfida non può essere soltanto quella di riportare tutti in aula: occorre creare le condizioni perché chi insegna possa farlo senza trasformare la propria dedizione in una fonte permanente di logoramento.

j-p. sa.

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