Ci sono opere pubbliche che dividono l'opinione pubblica e generano confronti accesi. E poi ci sono opere che sembrano avviate lungo un percorso già scritto, dove il dibattito arriva soltanto dopo che una direzione politica è stata individuata. Il collegamento funiviario tra Pila e Cogne rischia di rientrare in questa seconda categoria. Il confronto sviluppatosi in Consiglio Valle ha infatti lasciato emergere una sensazione difficile da ignorare: quella di una comunità chiamata a discutere un progetto quando la scelta di fondo appare già maturata. Eppure, quando si parla di un'infrastruttura destinata a incidere sul paesaggio, sull'economia e sull'identità di una valle, la partecipazione non dovrebbe essere un atto formale da esibire alla fine del percorso, ma il punto di partenza dell'intero processo decisionale.
La questione appare ancora più evidente se si guarda alla petizione sottoscritta da 191 cittadini e indirizzata al Sindaco di Cogne, alla Regione e al Consiglio Valle. Una richiesta semplice, lineare, perfino moderata nei toni: pubblicazione degli studi, accesso alle informazioni e apertura di un confronto pubblico. Nessuna pregiudiziale ideologica, nessun rifiuto aprioristico dell'opera. Soltanto la domanda, assolutamente legittima, di poter conoscere e discutere. Una domanda che, almeno fino ad oggi, non sembra aver ricevuto risposte all'altezza delle aspettative. Come abbiamo scritto anche nei giorni scorsi, quella petizione è rimasta sostanzialmente lettera morta, mentre il progetto continua il proprio cammino all'interno delle istituzioni.
Nel dibattito consiliare è stato il vicecapogruppo di AVS, Eugenio Torrione, a riportare l'attenzione proprio su questo aspetto, ricordando l'esistenza della raccolta firme e chiedendo quale risposta intendesse dare la Regione alle richieste provenienti dal territorio. Ma soprattutto, nella replica, Torrione ha sollevato una questione politica tutt'altro che marginale: «Il punto vero è un altro: non si tratta solo di quando e come verranno rese pubbliche le informazioni, ma della base su cui sono state costruite. Lo studio è stato commissionato da una società che ha una propria missione statutaria e finalità legate allo sviluppo turistico di Pila, che non coincidono necessariamente con l'interesse generale della Regione e specifico della Valle di Cogne». Un'affermazione che merita attenzione perché sposta il dibattito dalla trasparenza formale alla sostanza delle scelte compiute a monte.
Lo stesso consigliere ha poi evidenziato un altro elemento che dovrebbe far riflettere chiunque affronti la questione senza paraocchi ideologici: «Bisogna valutare tutte le opzioni, anche sotto il profilo della sicurezza e dell'impatto sul territorio. Ad esempio l'opzione zero, la soluzione galleria del Drinc e la messa in sicurezza della strada regionale non sono minimamente considerate dallo studio». Ed è forse proprio qui che si trova il cuore del problema. Perché una decisione pubblica è davvero libera soltanto quando vengono analizzate tutte le alternative possibili, con i rispettivi vantaggi, svantaggi e costi. Se invece il percorso viene costruito attorno a una soluzione già individuata, il rischio è che le altre opzioni finiscano inevitabilmente in secondo piano.
Da parte sua, l'assessore Luigi Bertschy ha assicurato la volontà della maggioranza di procedere con «la massima trasparenza» e di aprire un confronto in Commissione e in Consiglio, sottolineando che il Governo regionale è «convintamente orientato alla realizzazione dell'opera». Una dichiarazione che, probabilmente, voleva rappresentare un segnale di chiarezza politica ma che rischia di produrre l'effetto opposto. Perché se il confronto deve ancora iniziare, appare quantomeno singolare che la conclusione sembri già delineata. È difficile chiedere ai cittadini di partecipare a una discussione quando la percezione diffusa è che il risultato finale sia già stato deciso.
A rendere ancora più evidente questa impressione sono state le parole del capogruppo di Fratelli d'Italia, Alberto Zucchi, che ha dichiarato di essere «contento di sentire che permane la volontà di dare corso al progetto» e che «ora è necessario passare dalle parole ai fatti e procedere senza ulteriori rinvii». Una posizione legittima, certamente, ma che conferma come una parte della politica regionale consideri ormai acquisita la necessità dell'opera. Ed è proprio questo che preoccupa. Perché il dibattito pubblico dovrebbe servire a capire se una scelta sia opportuna, non soltanto a stabilire quanto rapidamente realizzarla.
Dietro questa vicenda emerge inoltre una questione più ampia che riguarda il modello di sviluppo della Valle d'Aosta. Da anni si tende a considerare ogni nuova infrastruttura turistica come un investimento automaticamente positivo, quasi che la crescita del territorio dipenda esclusivamente dall'aumento dei collegamenti e dall'espansione dell'offerta impiantistica. Ma Cogne non è soltanto una destinazione turistica. È una comunità viva, con una propria identità, una propria storia e una collocazione ambientale particolarissima, strettamente legata al Parco Nazionale del Gran Paradiso. Prima di immaginare nuove opere bisognerebbe forse chiedersi quale idea di montagna si intenda costruire per i prossimi decenni e se tale visione coincida realmente con le aspettative di chi quel territorio lo abita tutto l'anno.
Sorprende, inoltre, che si parli così poco dei costi complessivi dell'operazione e dei benefici comparati rispetto ad altri investimenti possibili. La stessa Pila Spa ha finanziato lo studio con oltre 210 mila euro di risorse proprie, ma il vero tema riguarda ciò che potrebbe arrivare dopo. Quale sarà il costo effettivo dell'infrastruttura? Quali saranno gli impatti ambientali? Quali le conseguenze sulla mobilità e sull'assetto del territorio? E soprattutto: esistono soluzioni meno invasive e più efficaci per garantire collegamenti sicuri e continuità di accesso alla valle? Domande che attendono ancora risposte approfondite.
La sensazione è che si stia discutendo molto del tipo di impianto, dei possibili tracciati e delle soluzioni tecniche, ma troppo poco della scelta fondamentale: realizzare oppure no la funivia. Eppure dovrebbe essere proprio questa la domanda centrale. Prima di costruire piloni, stazioni e cabine sarebbe opportuno costruire un consenso reale. Prima di investire decine di milioni di euro sarebbe opportuno dimostrare che tutte le alternative sono state valutate seriamente. Prima di parlare di cantieri sarebbe opportuno ascoltare davvero il territorio.
Perché una grande opera può essere tecnicamente perfetta, finanziariamente sostenibile e politicamente sostenuta. Ma se nasce ignorando le richieste di confronto provenienti dai cittadini rischia di trasformarsi nel simbolo di una politica che confonde l'informazione con la partecipazione e l'ascolto con la comunicazione. E una funivia costruita sopra una comunità che non si sente coinvolta rischia di essere molto più pesante dell'acciaio necessario a sostenerla.













