La Fiera di Sant’Orso arriva puntuale, come una sorta di Capodanno laico della Valle d’Aosta, e anche quest’anno si presenta con l’abituale miscela di orgoglio identitario e folla festosa. Il 30 e 31 gennaio, il centro storico di Aosta tornerà a trasformarsi in un lungo corridoio di bancarelle, legno profumato, sculture, oggetti d’uso e chiacchiere in patois: non un semplice “evento”, ma una ritualità collettiva che, da più di mille anni, tiene insieme una comunità di montagna e la mette in vetrina.
I numeri raccontano già molto: 1.067 espositori, 57 artigiani professionisti nell’Atelier des Métiers, 69 imprese nel padiglione enogastronomico. Accanto alle cifre, c’è però la linea politica della Foire, esplicitata dall’assessore alle attività produttive Luigi Bertschy: l’artigianato di tradizione non è folclore decorativo, ma parte essenziale dell’economia e soprattutto dell’identità valdostana. La nuova legge di settore, ricordata in conferenza stampa, va esattamente in questa direzione: riconoscere che chi lavora il legno, la pietra, il cuoio o il ferro non “intrattiene” i turisti, ma rappresenta una filiera culturale ed economica da sostenere con convinzione.
La vera novità dell’edizione è la collaborazione con la Stella di Pila, il bar-ristorante panoramico a 2.700 metri, quasi un balcone sospeso sulle Alpi. Sconti dedicati, una cabina tematizzata sulla Foire, biglietti omaggio per gli espositori: non è solo marketing, ma un segnale di dialogo tra la città-fiera e la montagna-turistica. In pratica, la Sant’Orso sale di quota e stringe un patto con chi vive la neve, portando l’artigianato tradizionale dentro lo sguardo contemporaneo sulle località sciistiche. È un modo, neanche tanto implicito, per dire che la Valle d’Aosta non può dividersi tra “piste” e “centro storico”: la stessa comunità tiene insieme legno e funivia, banco dell’artigiano e terrazza panoramica.
Il calendario delle iniziative conferma la struttura ormai rodata: Veillà di Petchou negli spazi di Plus, punti rossoneri per la ristorazione, geolocalizzazione degli artigiani per non perdersi nel fiume umano, potenziamento dei collegamenti con Ivrea e dei servizi notturni, mostra “La Foire des savoir-faire” alla Collegiata di Santi Pietro e Orso, gran finale musicale allo Splendor. Manifesto, ciondolo e spot parlano un linguaggio contemporaneo ma sempre ancorato alla tradizione, con i nomi di Annie Roveyaz, Peter Trojer e Davide Bongiovanni a firmare l’immagine di quest’anno.
Il presidente della Regione Renzo Testolin ha insistito su un punto che, a onor del vero, si percepisce camminando tra i banchi: la Fiera non appartiene solo alle istituzioni, ma a un popolo intero. Pro loco, associazioni, albergatori, ristoratori, volontari, forze dell’ordine, artigiani, studenti in giro fino a notte fonda: è la fotografia di una comunità che, per due giorni, dimostra di saper organizzare e accogliere. Il sindaco di Aosta, Raffaele Rocco, ha parlato di macchina oliata. E non ha torto: la Foire è anche una grande prova logistica, un’onda di presenze che si abbatte sulla città e che, ormai, viene gestita con professionalità e un pizzico di inevitabile caos creativo.
Per le imprese, come ha ricordato il presidente della Chambre, Roberto Sapia, la Fiera è molto più che una vetrina: è un luogo dove si costruiscono relazioni, dove la credibilità passa dal contatto diretto e non solo dai social, e dove la “cohesione” della comunità valdostana diventa tangibile. Non è un caso che molti artigiani, finito l’evento, raccontino meno degli incassi e più degli incontri, dei volti riconosciuti di anno in anno, dei clienti che tornano non per comprare, ma per salutare.
Tradizione e innovazione, questa è la formula ripetuta. Dietro, però, c’è una sfida più grande: non trasformare la Foire in una cartolina per turisti, ma continuare a farne un luogo vivo in cui il sapere manuale viene rispettato come patrimonio. In un’epoca in cui tutto tende a diventare digitale, la Sant’Orso ricorda testardamente che le mani valgono quanto le tastiere e che una comunità autonoma si riconosce anche dal modo in cui custodisce i propri mestieri.
Alla fine, come ogni anno, resterà la sensazione di aver attraversato non solo una fiera, ma un pezzo di identità collettiva. Ed è probabilmente questo il vero motivo per cui, nonostante il freddo, le ore in piedi e la confusione, la gente continua a venire. Perché tra una grolla, una coppa in noce e una stretta di mano, la Valle d’Aosta si guarda allo specchio.













