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EVENTI E APPUNTAMENTI | 13 gennaio 2026, 20:43

La millenaria fiera di Sant’Orso tra radici e futuro

Presentata la nuova edizione della Foire di fine gennaio ad Aosta: oltre mille espositori, numeri da grande evento e una novità simbolica, la collaborazione con la Stella di Pila. L’artigianato come identità collettiva più che semplice settore economico

Presentazione Foire 2026

Presentazione Foire 2026

La Fiera di Sant’Orso arriva puntuale, come una sorta di Capodanno laico della Valle d’Aosta, e anche quest’anno si presenta con l’abituale miscela di orgoglio identitario e folla festosa. Il 30 e 31 gennaio, il centro storico di Aosta tornerà a trasformarsi in un lungo corridoio di bancarelle, legno profumato, sculture, oggetti d’uso e chiacchiere in patois: non un semplice “evento”, ma una ritualità collettiva che, da più di mille anni, tiene insieme una comunità di montagna e la mette in vetrina.

I numeri raccontano già molto: 1.067 espositori, 57 artigiani professionisti nell’Atelier des Métiers, 69 imprese nel padiglione enogastronomico. Accanto alle cifre, c’è però la linea politica della Foire, esplicitata dall’assessore alle attività produttive Luigi Bertschy: l’artigianato di tradizione non è folclore decorativo, ma parte essenziale dell’economia e soprattutto dell’identità valdostana. La nuova legge di settore, ricordata in conferenza stampa, va esattamente in questa direzione: riconoscere che chi lavora il legno, la pietra, il cuoio o il ferro non “intrattiene” i turisti, ma rappresenta una filiera culturale ed economica da sostenere con convinzione.

La vera novità dell’edizione è la collaborazione con la Stella di Pila, il bar-ristorante panoramico a 2.700 metri, quasi un balcone sospeso sulle Alpi. Sconti dedicati, una cabina tematizzata sulla Foire, biglietti omaggio per gli espositori: non è solo marketing, ma un segnale di dialogo tra la città-fiera e la montagna-turistica. In pratica, la Sant’Orso sale di quota e stringe un patto con chi vive la neve, portando l’artigianato tradizionale dentro lo sguardo contemporaneo sulle località sciistiche. È un modo, neanche tanto implicito, per dire che la Valle d’Aosta non può dividersi tra “piste” e “centro storico”: la stessa comunità tiene insieme legno e funivia, banco dell’artigiano e terrazza panoramica.

Il calendario delle iniziative conferma la struttura ormai rodata: Veillà di Petchou negli spazi di Plus, punti rossoneri per la ristorazione, geolocalizzazione degli artigiani per non perdersi nel fiume umano, potenziamento dei collegamenti con Ivrea e dei servizi notturni, mostra “La Foire des savoir-faire” alla Collegiata di Santi Pietro e Orso, gran finale musicale allo Splendor. Manifesto, ciondolo e spot parlano un linguaggio contemporaneo ma sempre ancorato alla tradizione, con i nomi di Annie Roveyaz, Peter Trojer e Davide Bongiovanni a firmare l’immagine di quest’anno.

Il presidente della Regione Renzo Testolin ha insistito su un punto che, a onor del vero, si percepisce camminando tra i banchi: la Fiera non appartiene solo alle istituzioni, ma a un popolo intero. Pro loco, associazioni, albergatori, ristoratori, volontari, forze dell’ordine, artigiani, studenti in giro fino a notte fonda: è la fotografia di una comunità che, per due giorni, dimostra di saper organizzare e accogliere. Il sindaco di Aosta, Raffaele Rocco, ha parlato di macchina oliata. E non ha torto: la Foire è anche una grande prova logistica, un’onda di presenze che si abbatte sulla città e che, ormai, viene gestita con professionalità e un pizzico di inevitabile caos creativo.

Per le imprese, come ha ricordato il presidente della Chambre, Roberto Sapia, la Fiera è molto più che una vetrina: è un luogo dove si costruiscono relazioni, dove la credibilità passa dal contatto diretto e non solo dai social, e dove la “cohesione” della comunità valdostana diventa tangibile. Non è un caso che molti artigiani, finito l’evento, raccontino meno degli incassi e più degli incontri, dei volti riconosciuti di anno in anno, dei clienti che tornano non per comprare, ma per salutare.

Tradizione e innovazione, questa è la formula ripetuta. Dietro, però, c’è una sfida più grande: non trasformare la Foire in una cartolina per turisti, ma continuare a farne un luogo vivo in cui il sapere manuale viene rispettato come patrimonio. In un’epoca in cui tutto tende a diventare digitale, la Sant’Orso ricorda testardamente che le mani valgono quanto le tastiere e che una comunità autonoma si riconosce anche dal modo in cui custodisce i propri mestieri.

Alla fine, come ogni anno, resterà la sensazione di aver attraversato non solo una fiera, ma un pezzo di identità collettiva. Ed è probabilmente questo il vero motivo per cui, nonostante il freddo, le ore in piedi e la confusione, la gente continua a venire. Perché tra una grolla, una coppa in noce e una stretta di mano, la Valle d’Aosta si guarda allo specchio.

j-p.sa.

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