Stupri, corna, omicidi e femminicidi: quando la televisione trasforma il dolore in spettacolo
Non se ne può più. Davvero.
Non se ne può più di una televisione che sembra aver smarrito ogni senso della misura, del rispetto e, soprattutto, della propria responsabilità educativa e sociale. Basta accendere il televisore per ritrovarsi immersi in ore e ore di trasmissioni dedicate a stupri, tradimenti, omicidi e femminicidi. Un interminabile susseguirsi di delitti, ricostruzioni, ipotesi, polemiche e discussioni che, troppo spesso, sembrano avere un unico obiettivo: tenere incollato il telespettatore allo schermo.
Si prende un fatto di cronaca, magari una tragedia familiare, e lo si trasforma in un interminabile processo televisivo. Si convocano opinionisti, esperti, presunti conoscitori dell'animo umano e commentatori di ogni genere. Tutti pronti a dire la propria, a formulare ipotesi, a ricostruire rapporti sentimentali e dinamiche familiari, talvolta sulla base di elementi fragili o di supposizioni che poco hanno a che fare con un'informazione seria e responsabile.
E così, per interi pomeriggi e serate, si discute del nulla o quasi. Si alimentano polemiche, si cercano contraddizioni, si frugano nelle vite private delle persone, si sviscerano relazioni sentimentali e tradimenti, come se ogni particolare della vita altrui dovesse necessariamente diventare materia di pubblico consumo.
Informazione? A volte, certamente. Approfondimento? Non sempre. In troppi casi, il confine con il voyeurismo e il pettegolezzo viene pericolosamente superato.
Il dolore diventa intrattenimento. La tragedia si trasforma in una sceneggiatura a puntate. Il dramma umano viene sezionato, riproposto e commentato fino allo sfinimento, nella speranza di conquistare qualche punto di ascolto in più.
Ma c'è una domanda che dovremmo porci: dov'è finito il rispetto?
Rispetto per le vittime, innanzitutto. Rispetto per chi ha perso una figlia, una sorella, una madre. Rispetto per i familiari che, mentre cercano faticosamente di sopravvivere a un dolore indicibile, devono assistere alla continua esposizione pubblica della propria tragedia. Un dolore che non si esaurisce con la fine di una trasmissione e che non può essere considerato una merce da esibire per soddisfare la curiosità morbosa del pubblico.
C'è qualcosa di profondamente sbagliato in una televisione che pretende di spiegare tutto, giudicare tutti e discutere di qualsiasi dettaglio, senza chiedersi se sia davvero necessario farlo. La libertà di informazione è un valore irrinunciabile, ma non può diventare un alibi per trasformare ogni tragedia in uno spettacolo permanente.
E il problema diventa ancora più evidente quando si guarda alla programmazione del servizio pubblico, quello stesso servizio che dovrebbe garantire pluralismo, qualità culturale e attenzione alla crescita civile della collettività.
Una televisione pubblica che troppo spesso sembra inseguire le logiche della televisione commerciale, puntando sulla cronaca nera, sulle polemiche e sulle vicende private, anziché distinguersi per la qualità e l'utilità della propria offerta.
La cosiddetta televisione meloniana, tanto per intenderci, dovrebbe forse ricordarsi che governare un Paese significa anche assumersi la responsabilità delle istituzioni culturali che contribuiscono a formare l'opinione pubblica. Non basta parlare di valori, famiglia, educazione e rispetto: occorre dimostrarli anche attraverso le scelte concrete.
E invece ci ritroviamo spesso davanti a un palinsesto nel quale il dramma, il delitto e il pettegolezzo sembrano avere un posto privilegiato, mentre la cultura, la formazione e l'approfondimento rischiano di essere relegati ai margini.
Il tutto mentre i cittadini sono obbligati a pagare il canone televisivo. Un prelievo che, se vogliamo usare il linguaggio polemico della stessa Giorgia Meloni quando parla di imposizioni fiscali, potrebbe essere provocatoriamente ribattezzato «pizzo di Stato». Una provocazione, naturalmente, ma che rende bene il sentimento di chi si domanda perché debba finanziare un servizio pubblico nel quale non sempre riesce a riconoscersi.
Perché il punto è proprio questo: il canone non dovrebbe essere soltanto una tassa da riscuotere. Dovrebbe rappresentare il contributo dei cittadini a un servizio pubblico capace di offrire qualcosa che vada oltre la semplice ricerca dell'audience.
Una televisione che appartiene alla collettività dovrebbe investire maggiormente in programmi capaci di informare senza spettacolarizzare, divertire senza volgarizzare, raccontare la società senza trasformarne ogni ferita in un'occasione commerciale.
Non si pretende certo una televisione noiosa, paludata o incapace di affrontare i problemi reali. Nessuno mette in discussione il diritto di raccontare i delitti, denunciare la violenza o approfondire il fenomeno dei femminicidi. Al contrario: sono temi che meritano attenzione, competenza e continuità.
Ma una cosa è informare, un'altra è ripetere per ore le stesse ricostruzioni, alimentare congetture, inseguire dettagli privati e trasformare il dolore in un interminabile spettacolo mediatico.
I femminicidi, in particolare, meriterebbero programmi capaci di affrontare seriamente le radici della violenza contro le donne, l'educazione affettiva, la prevenzione, i segnali di una relazione pericolosa, il funzionamento dei servizi di protezione e le responsabilità delle istituzioni. Servirebbero meno processi televisivi improvvisati e più strumenti per comprendere e prevenire.
Lo stesso vale per tanti altri drammi della nostra società. Perché non dedicare più spazio ai giovani, alla scuola, al disagio sociale, alla solitudine degli anziani, alla salute, all'ambiente, alla cultura e alle comunità locali? Perché non proporre programmi leggeri, piacevoli e intelligenti, capaci di intrattenere e, nello stesso tempo, lasciare qualcosa a chi li guarda?
Non tutto deve essere una lezione. Ma nemmeno tutto deve ridursi a un pettegolezzo.
La televisione entra ogni giorno nelle case di milioni di persone. Ha quindi una responsabilità che non può essere misurata soltanto attraverso gli indici di ascolto e i ricavi pubblicitari. Può contribuire ad alimentare la curiosità, il senso critico, la conoscenza e la consapevolezza. Oppure può abituare il pubblico a consumare il dolore degli altri come una qualsiasi forma di intrattenimento.
È una scelta editoriale, prima ancora che commerciale. E nel caso del servizio pubblico è anche una questione di responsabilità verso i cittadini che lo finanziano.
Per questo, di fronte all'ennesima maratona televisiva dedicata a un delitto, viene spontaneo chiedersi se non sia arrivato il momento di cambiare rotta.
Non chiediamo di nascondere la realtà. Chiediamo di raccontarla con intelligenza, misura e rispetto. Non chiediamo di censurare la cronaca nera. Chiediamo di sottrarla alla logica del sensazionalismo. Non chiediamo una televisione che rinunci a intrattenere. Chiediamo una televisione che sappia farlo senza rinunciare alla propria dignità.
In fondo, non sarebbe poi così difficile.
Basterebbe ricordare che dietro ogni delitto c'è una persona, dietro ogni vittima una vita spezzata, dietro ogni tragedia una famiglia che porta una ferita destinata a non rimarginarsi mai completamente.
E che nessun punto di ascolto vale la dignità di una persona.
Non se ne può più di una televisione che confonde l'informazione con l'esibizione, il dibattito con la polemica e l'approfondimento con il pettegolezzo.
Il servizio pubblico dovrebbe aiutarci a capire il mondo, non costringerci a guardare per ore sempre lo stesso abisso.
Perché una televisione degna di questo nome non deve limitarsi a riempire il tempo dei cittadini. Dovrebbe contribuire a migliorarlo.
NON SE NE PUÒ PIÙ
Viols, adultères, meurtres et féminicides : quand la télévision fait spectacle de la souffrance humaine
On n’en peut plus de cette télévision qui consacre des heures et des heures aux faits divers, aux meurtres, aux viols, aux trahisons conjugales et aux féminicides. Des émissions interminables, ponctuées de polémiques, de suppositions et de commentaires souvent stériles, qui flirtent dangereusement avec le voyeurisme et le commérage.
Sous prétexte d’informer, on dissèque la vie privée des victimes, on multiplie les hypothèses et l’on transforme des tragédies humaines en feuilletons télévisés. Mais où est passé le respect ? Le respect des victimes, de leurs familles et de leur douleur, qui ne devrait jamais devenir un spectacle destiné à attirer davantage de téléspectateurs.
Le problème est particulièrement préoccupant lorsqu’il concerne le service public, financé par les citoyens eux-mêmes. La télévision publique italienne, souvent associée aujourd’hui à la ligne politique du gouvernement Meloni, devrait pourtant se distinguer par la qualité de ses programmes, son indépendance et sa responsabilité culturelle et sociale.
Les citoyens sont contraints de payer la redevance audiovisuelle, ce que l’on pourrait qualifier, par provocation, de « racket d’État ». En contrepartie, ils sont en droit d’attendre un service public digne de ce nom, capable d’informer sans sensationnalisme et de divertir sans tomber dans la vulgarité.
Pourquoi ne pas consacrer davantage de temps à des émissions culturelles, éducatives et sociales ? Pourquoi ne pas parler davantage des jeunes, de l’école, de la prévention des violences, de la solitude, de l’environnement et des réalités de nos territoires ?
Les féminicides, notamment, méritent des analyses sérieuses sur les causes de la violence, la prévention et les moyens de protéger les femmes, plutôt que des heures de débats répétitifs et de spéculations.
Il ne s’agit pas de censurer les faits divers, mais de retrouver le sens de la mesure, de la dignité et de la responsabilité. Informer est une mission ; exploiter la douleur humaine pour faire de l’audience est une tout autre affaire.
La télévision publique ne devrait pas se contenter de remplir le temps des citoyens : elle devrait contribuer à enrichir leur regard sur le monde.
Oui, décidément, on n’en peut plus d’une télévision qui confond information et exhibition, débat et polémique, approfondissement et commérage. Il est temps de remettre l’intelligence, la culture et le respect au cœur du service public.




