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ATTUALITÀ | 24 ottobre 2026, 12:36

Laboratorio clandestino in casa studenti a Torino, il CNDDU: «Il diritto diventi un insegnamento obbligatorio nelle scuole»

Il diciottenne arrestato è iscritto a Ingegneria dei Materiali. Dopo il sequestro di circa 1,28 chilogrammi di materiale contenente dimetiltriptammina, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani chiede un’ora settimanale di diritto in tutti gli indirizzi delle superiori che ne sono attualmente privi, docenti specializzati e finanziamenti strutturali

Romano Pesavento

Romano Pesavento

Il ritrovamento di un laboratorio clandestino destinato, secondo le contestazioni investigative, alla produzione di sostanze stupefacenti all’interno di un appartamento condiviso da studenti universitari riporta al centro del dibattito il rapporto tra istruzione, responsabilità individuale e consapevolezza delle conseguenze giuridiche delle proprie azioni. A intervenire sulla vicenda di Torino è il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), che esprime forte preoccupazione non soltanto per la gravità delle condotte ipotizzate, ancora da accertare nelle sedi competenti, ma anche per i potenziali rischi per la sicurezza degli altri occupanti dell’immobile.

Il caso riguarda un diciottenne, iscritto al corso di laurea in Ingegneria dei Materiali, arrestato dopo il ritrovamento, nella sua camera da letto, di un laboratorio attrezzato con apparecchiature chimiche, reagenti e solventi. Il materiale sequestrato, pari a circa 1,28 chilogrammi e contenente dimetiltriptammina, ha delineato un quadro che, secondo il coordinamento, impone una riflessione più ampia sulle responsabilità educative della scuola e sulla preparazione dei giovani alla vita adulta.

Per il presidente del CNDDU, Romano Pesavento, non è sufficiente ricondurre episodi di questa natura a una generica condizione di disagio giovanile. «L’allestimento di un laboratorio per la lavorazione di sostanze stupefacenti, qualora confermato, presuppone una successione di decisioni, l’acquisizione di materiali, l’organizzazione di uno spazio operativo e l’accettazione di rischi che investono la sicurezza individuale e collettiva», osserva il coordinamento nella nota diffusa da Pesavento. Una valutazione che invita a distinguere le responsabilità individuali, che dovranno essere accertate dall’autorità giudiziaria, dalle questioni educative e istituzionali che il caso contribuisce a sollevare.

Al centro della posizione del CNDDU c’è infatti una criticità del sistema scolastico italiano: la distanza tra la preparazione scientifica e tecnologica degli studenti e la conoscenza delle norme che regolano l’utilizzo delle competenze acquisite. Il sistema di istruzione, sottolinea l’organizzazione, investe nello sviluppo di conoscenze specialistiche e dell’autonomia operativa, senza garantire però a tutti gli studenti un insegnamento sistematico del diritto penale, delle responsabilità connesse alle proprie azioni e dei limiti giuridici entro i quali possono essere impiegate le conoscenze tecniche.

Non si tratta di sostenere che una maggiore conoscenza delle leggi impedisca automaticamente la commissione di reati, ma di riconoscere che la formazione scolastica rimane incompleta se non comprende anche gli strumenti necessari per comprendere la portata giuridica delle proprie decisioni. In una società in cui le competenze scientifiche, l’accesso alle informazioni e la disponibilità di strumenti tecnici ampliano le possibilità operative degli individui, la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni assume, secondo il coordinamento, un’importanza crescente.

La critica investe anche il modello con cui viene impartita l’educazione civica. La sua natura trasversale, osserva il CNDDU, rischia di tradursi in una soluzione organizzativa che non assicura sempre una preparazione specialistica nell’insegnamento dei contenuti giuridici. Il diritto, infatti, non può essere ridotto a un insieme di raccomandazioni comportamentali o alla trattazione occasionale di temi di attualità: richiede conoscenza delle fonti normative, capacità interpretativa e comprensione delle conseguenze sanzionatorie.

Per questo, secondo Pesavento, non è sufficiente affidare tali contenuti indistintamente ai docenti già in servizio, indipendentemente dal percorso accademico seguito. La trasversalità può rappresentare uno strumento pedagogico utile, ma non dovrebbe sostituire le competenze specifiche necessarie per insegnare una disciplina scientifica. Il problema, in questa prospettiva, non riguarda soltanto il numero delle ore dedicate all’educazione civica, ma anche la qualità della preparazione offerta e la possibilità di garantire a tutti gli studenti un’effettiva alfabetizzazione giuridica.

La vicenda torinese, precisa il coordinamento, non consente di stabilire quale ruolo abbia avuto la formazione scolastica nelle scelte del giovane coinvolto. Offre tuttavia l’occasione per interrogarsi su una lacuna che riguarda l’intero percorso educativo: perché uno studente può concludere la scuola secondaria superiore, anche con competenze scientifiche avanzate, senza aver necessariamente seguito un insegnamento sistematico del diritto e delle responsabilità penali? È questa la domanda che il CNDDU rivolge alle istituzioni, chiedendo di superare un approccio che considera la conoscenza giuridica una competenza accessoria rispetto alle materie tradizionali.

La proposta avanzata dall’organizzazione è precisa e richiede un intervento strutturale. Il CNDDU chiede l’introduzione progressiva di almeno un’ora settimanale obbligatoria di diritto in tutti gli indirizzi della scuola secondaria di secondo grado che attualmente ne sono privi. Per realizzare la misura, secondo il coordinamento, sarebbe necessario istituire un apposito capitolo di finanziamento nel bilancio del Ministero dell’Istruzione e del Merito, accompagnato dalla costituzione dei relativi posti di insegnamento e da un piano pluriennale di reclutamento di docenti delle discipline giuridiche ed economiche.

La riforma dovrebbe inoltre essere sostenuta da una quantificazione trasparente dei costi, basata sul numero delle classi interessate e sul fabbisogno effettivo di personale. L’obiettivo è evitare che il rafforzamento della formazione giuridica venga affidato a progetti temporanei, finanziamenti occasionali o ulteriori responsabilità assegnate alle scuole senza risorse aggiuntive. Per il CNDDU, la questione deve entrare stabilmente nella programmazione finanziaria e negli organici del sistema scolastico, trasformandosi da dichiarazione di principio in una scelta concreta.

La richiesta chiama direttamente in causa il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, al quale Pesavento chiede una decisione verificabile sul futuro dell’insegnamento del diritto. La scelta, nella lettura del coordinamento, è tra investire in personale qualificato e garantire una formazione giuridica continuativa oppure continuare a fare affidamento su un modello che non assicura universalmente né la specializzazione né la continuità didattica.

La questione presenta anche una dimensione economica e sociale. Formare i giovani alla conoscenza delle regole comporta costi organizzativi e finanziari, ma lasciare scoperta questa componente educativa significa rinunciare a uno strumento di prevenzione e di responsabilizzazione. L’intervento repressivo resta indispensabile quando vengono commessi illeciti, ma non può essere l’unica risposta: la scuola è chiamata anche a fornire conoscenze che aiutino a riconoscere i rischi, rispettare i diritti altrui e comprendere le conseguenze delle proprie scelte.

Il messaggio conclusivo del CNDDU è rivolto dunque alla responsabilità delle istituzioni. Non si può pretendere dai giovani una crescente consapevolezza giuridica senza garantire loro gli strumenti per acquisirla, né si può considerare completa una formazione orientata alle competenze professionali se trascura il rapporto tra conoscenza, legalità e sicurezza collettiva. Il caso di Torino non dimostra che una diversa organizzazione dell’insegnamento avrebbe evitato quanto contestato al diciottenne, ma riporta l’attenzione su una questione più ampia: quale preparazione debba offrire la scuola a chi si appresta a entrare nell’università, nel lavoro e nella società. Per Romano Pesavento, la risposta passa da un investimento pubblico riconoscibile, da docenti qualificati e da un insegnamento del diritto che non sia più affidato alla disponibilità occasionale delle singole scuole, ma diventi una componente stabile della formazione delle nuove generazioni.

je.fe.

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