Ad Aosta, per un mese, dalle 19 alle 7 del mattino, non si può più bere alcol per strada, nei parchi, alle fermate degli autobus e nelle piazze. Un’ordinanza appena varata, multe pesanti e un obiettivo dichiarato: combattere vandalismi, schiamazzi, bottiglie rotte e degrado urbano.
Fin qui, tutto comprensibile: quando la gente esagera, il Comune prova a mettere un argine. Ma appena compare la parola «divieto», si apre un sipario molto più grande: quello del proibizionismo, la nostra antica arte di risolvere problemi complessi con soluzioni semplici.
E allora, partendo da Aosta, vale la pena guardare il quadro più ampio. Perché l’umanità, quando non sa bene cosa fare, ha una risposta preferita: vietare. Vietare l’alcol, vietare le droghe, vietare la musica, vietare il chewing gum, vietare i jeans, vietare Halloween. Vietare tutto, tranne il problema.
Il divieto di bere per strada non è una novità. L’Occidente ci ha provato in grande stile: negli Stati Uniti, tra il 1920 e il 1933, con il Proibizionismo con la P maiuscola.
L’idea era nobile: salvare la moralità nazionale, ridurre la violenza domestica, combattere la povertà. Il risultato?
Un’esplosione del crimine organizzato, contrabbando ovunque, corruzione dilagante e gangster trasformati in icone pop. E la gente continuava a bere, soltanto in condizioni peggiori e più pericolose.
Anche Islanda, Finlandia, Norvegia e Russia hanno sperimentato, in forme e periodi diversi, restrizioni molto severe sull’alcol. Le esperienze storiche, pur differenti, mostrano quanto sia difficile eliminare il consumo per decreto e quanto spesso i divieti producano conseguenze indesiderate.
Perché l’alcol, piaccia o no, è anche un pezzo di cultura. E vietarlo non elimina automaticamente il problema: può spostarlo, nasconderlo, renderlo più costoso e più rischioso.
Se l’alcol è stato uno dei grandi nemici morali, le droghe sono diventate un altro fronte della battaglia proibizionista.
Tra la fine dell’Ottocento e il Novecento si moltiplicano le campagne contro sostanze come oppio e cocaina. Poi arrivano le convenzioni internazionali e prende forma un sistema globale di controllo e repressione.
Negli anni Settanta, gli Stati Uniti lanciano la «War on Drugs»: criminalizzazione dura, incarcerazioni di massa e repressione su vasta scala.
Con quali risultati? Il mercato illegale non scompare, le organizzazioni criminali possono arricchirsi grazie ai profitti del traffico e le carceri si riempiono, con conseguenze particolarmente pesanti per le fasce più vulnerabili della popolazione.
Mentre alcuni Paesi continuano a combattere questa guerra, altri provano a cambiare strada. Il Portogallo, per esempio, ha depenalizzato nel 2001 il consumo e il possesso di piccole quantità di tutte le droghe, puntando maggiormente sulla prevenzione e sulla cura. Una scelta accompagnata da risultati importanti in alcuni ambiti della salute pubblica, anche se non riconducibili a un unico fattore.
La cannabis, intanto, è diventata legale per determinati usi in diversi Paesi, mentre altrove resta severamente proibita.
Il messaggio è chiaro: il proibizionismo non è inevitabile. È una scelta politica, non una legge di natura.
In molti Paesi a maggioranza musulmana l’alcol è vietato o fortemente limitato per ragioni religiose e culturali. In Bhutan il tabacco è stato oggetto di restrizioni particolarmente severe. Nelle Ande, invece, la foglia di coca è legata a tradizioni millenarie, mentre in altri contesti viene ricondotta quasi esclusivamente al problema degli stupefacenti.
Qui il proibizionismo non nasce soltanto dalla paura, ma anche dall’identità: ciò che è sacro o tradizionale in un luogo diventa «pericoloso» in un altro.
Il mondo è pieno di proibizionismi che sembrano usciti da una sitcom, ma che raccontano molto del potere.
Singapore ha introdotto severe restrizioni sulla vendita e sull’importazione del chewing gum, con eccezioni specifiche. In Turkmenistan sono state documentate restrizioni alla musica registrata in determinati contesti. In Corea del Nord i jeans occidentali sono stati oggetto di divieti e campagne di controllo. In Iran il ballo in pubblico può essere soggetto a restrizioni. In altri Paesi, pratiche e celebrazioni considerate estranee alla cultura dominante sono guardate con sospetto o vietate.
Non sono sempre divieti folkloristici: possono diventare strumenti di controllo simbolico. Si limita ciò che rappresenta autonomia, piacere, modernità o contaminazione culturale.
E così, dietro una norma apparentemente marginale, può nascondersi una questione molto più grande: fino a che punto il potere pubblico può decidere come dobbiamo vivere?
Mentre si inventano ordinanze temporanee, il nostro ordinamento dispone già di strumenti per sanzionare molti dei comportamenti che si vogliono contrastare.
Il danneggiamento è disciplinato dall’articolo 635 del Codice penale, con pene che variano in base alle circostanze. Per il deturpamento e l’imbrattamento di beni culturali sono previste specifiche sanzioni, anche pecuniarie. L’ubriachezza manifesta in luogo pubblico, quando ricorrono i presupposti previsti dalla legge, è contemplata dall’articolo 688 del Codice penale. Violenze, minacce e altri comportamenti illeciti sono già punibili secondo le rispettive disposizioni.
Insomma, gli strumenti normativi esistono. Il problema non è necessariamente la mancanza di leggi, ma la capacità di farle rispettare, di intervenire tempestivamente, di prevenire e di gestire i contesti in cui si verificano i problemi.
E allora l’ordinanza di Aosta, più che un nuovo strumento risolutivo, rischia di sembrare un modo per dire: «Stiamo facendo qualcosa».
Un segnale, più che una soluzione.
Un tentativo di governare comportamenti complessi con un divieto semplice.
Il mio amico Mario, con la sua saggezza pratica, direbbe: «Quattro pattuglie in più, un paio di arresti e, tempo venti giorni, abbiamo risolto il problema».
Ma si sa: fare le cose normali è troppo semplice. E io e Mario, evidentemente, siamo soltanto due sempliciotti.













