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ATTUALITÀ | 27 luglio 2026, 15:09

Valsavarenche, il futuro del Parco divide la valle: comunità, tutela ambientale e autonomia locale alla ricerca di un equilibrio

La richiesta di modificare i confini del Parco Nazionale del Gran Paradiso riapre un confronto mai davvero chiuso: da una parte i residenti che chiedono meno vincoli burocratici e più autonomia nelle scelte quotidiane, dall’altra chi teme che un ridimensionamento dell’area protetta possa indebolire la tutela della biodiversità. Al centro del dibattito resta il rapporto tra una comunità alpina che vuole continuare a vivere sul territorio e un sistema di protezione nato per salvaguardare uno dei patrimoni naturali più importanti d’Europa

Valsavarenche, il futuro del Parco divide la valle: comunità, tutela ambientale e autonomia locale alla ricerca di un equilibrio

La discussione sul rapporto tra Valsavarenche e Parco Nazionale del Gran Paradiso non nasce oggi. È una questione che accompagna da decenni la vita della valle e che periodicamente torna al centro del confronto politico e istituzionale. La proposta avanzata dal Comune di rivedere i confini dell’area protetta ha riportato alla luce un malessere diffuso tra una parte dei residenti, legato soprattutto alle difficoltà amministrative, ai tempi delle autorizzazioni e alla gestione degli interventi sugli edifici esistenti.

Come raccontato nell’articolo pubblicato da Marco Pili sul sito Lo Scarpone portale del Club Alpino Italiano che  raccolto le testimonianze dei residenti e degli operatori della valle, il sentimento prevalente tra molti abitanti è favorevole a una modifica dell’attuale situazione, anche se le motivazioni non sono uniformi. Il tema centrale non sembra essere una contrapposizione tra sviluppo e ambiente, ma piuttosto la richiesta di trovare un equilibrio diverso tra protezione del territorio e possibilità concreta di vivere in montagna.

A spiegare il disagio è soprattutto chi negli anni ha avuto a che fare direttamente con la macchina burocratica. L’ex sindaco di Valsavarenche Adriano Chabod, primo cittadino per 15 anni tra gli anni Settanta e Novanta, ha ricordato come il sistema dei nulla osta abbia spesso creato situazioni di difficoltà anche per interventi apparentemente marginali. “Nel 2000 ho fatto richiesta per estendere una soletta a protezione della porta di una legnaia. Mi è stata approvata dal Comune e rifiutata dal Parco”, ha raccontato, evidenziando il problema della doppia valutazione tra enti diversi.

Il nodo, secondo molti residenti, riguarda soprattutto il fatto che una comunità molto piccola debba confrontarsi con procedure pensate per garantire la massima tutela ambientale, ma che possono risultare complesse per chi deve semplicemente mantenere una casa, ristrutturare un tetto o adeguare un edificio alle esigenze moderne. Una difficoltà amplificata dalla fragilità demografica della valle: oggi, secondo quanto riportato nell’inchiesta, i residenti stabilmente presenti nel fondovalle sarebbero meno di 100, rispetto ai circa 200 abitanti censiti dal Comune.

È proprio lo spopolamento uno degli elementi più delicati della questione. In molte aree alpine il problema non è soltanto conservare gli ecosistemi, ma mantenere vive le comunità che quei territori li presidiano. Case abitate, attività economiche, servizi essenziali e presenza quotidiana delle persone rappresentano infatti una forma di manutenzione sociale della montagna. Senza residenti, anche la tutela ambientale rischia di diventare più difficile perché viene meno quel rapporto storico tra uomo e territorio che ha contribuito a modellare il paesaggio alpino.

La raccolta firme promossa da Claudio Vicari ha rappresentato il segnale politico più evidente del malessere. Secondo quanto riferito nell’articolo, avrebbe raccolto il sostegno dell’80-90% della popolazione residente. Un consenso che ha spinto il tema fuori dalla dimensione locale, trasformandolo in una questione più ampia sul ruolo delle comunità nei territori protetti.

Il presidente del Parco Nazionale del Gran Paradiso Mauro Durbano ha scelto una linea di apertura verso le esigenze degli abitanti, sostenendo che la tutela della natura non può tradursi in un ostacolo alla permanenza delle persone sul territorio. “Il Parco che asfalta le comunità locali, con me, è finito”, ha dichiarato, spiegando che l’obiettivo dovrebbe essere quello di evitare che le procedure diventino un peso per chi decide di restare in montagna.

Ma il dibattito non riguarda soltanto la semplificazione amministrativa. Sullo sfondo c’è una domanda più profonda: fino a che punto è possibile modificare i confini di un parco nazionale senza compromettere la sua funzione originaria? Il Parco Nazionale del Gran Paradiso, istituito nel 1922, è il primo parco nazionale italiano e rappresenta uno dei simboli della conservazione della natura nel nostro Paese. La sua presenza ha consentito negli anni la protezione di habitat, specie animali e ambienti alpini di straordinario valore.

Le associazioni ambientaliste e una parte degli esperti evidenziano proprio questo rischio. Mariagrazia Gavazza, presidente dell’organo di Tutela Ambiente Montano del CAI, ha definito l’ipotesi di arretramento dei confini una possibile “sconfitta in un periodo critico per la biodiversità”, pur riconoscendo che la mancata soluzione di una “diatriba storica” tra istituzioni rappresenta a sua volta un problema.

Una posizione più intermedia arriva da Mauro Bassano, ex direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso e veterinario. Secondo Bassano il rischio principale sarebbe la perdita di continuità nel monitoraggio delle specie che attraversano il fondovalle, ma questo potrebbe essere evitato attraverso accordi specifici tra Parco e Regione. La possibilità di una compensazione territoriale, con altre aree inserite nei meccanismi di tutela, potrebbe rappresentare una strada da valutare.

La questione, dunque, assume anche un valore politico più generale. In gioco non c’è soltanto il perimetro geografico di un’area protetta, ma il modello di governance delle montagne. Le comunità locali chiedono di essere considerate non come un problema da controllare, ma come protagoniste della gestione del territorio. Dall’altra parte, chi difende il ruolo del Parco richiama la necessità di evitare che esigenze locali, pur comprensibili, possano aprire la strada a trasformazioni incompatibili con la conservazione ambientale.

Il punto decisivo sarà probabilmente la capacità delle istituzioni di superare una contrapposizione storica. La stessa discussione dimostra che la tutela della natura e la sopravvivenza delle comunità alpine non sono necessariamente obiettivi alternativi. Una montagna senza abitanti rischia di perdere parte della propria identità, ma una montagna senza regole rischia di perdere il proprio patrimonio naturale.

La vicenda della Valsavarenche diventa così il simbolo di una sfida che riguarda molte vallate alpine: trovare un nuovo equilibrio tra protezione e vita quotidiana, tra vincoli e responsabilità, tra conservazione e futuro. Perché un territorio protetto non può essere soltanto un luogo da ammirare, ma deve restare anche un luogo dove sia possibile vivere, lavorare e costruire comunità.

red.

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