Quello che fino al 2019 era considerato uno strumento flessibile, adottato da un numero limitato di aziende private e pressoché assente nella pubblica amministrazione, divenne nel giro di poche settimane l’unica risposta organizzativa possibile per garantire la continuità dei servizi, riducendo al minimo i contatti fisici.
Non si trattò di un fenomeno inedito nella storia delle epidemie. Durante la pandemia di febbre gialla che colpì diverse città europee e americane tra il XVIII e il XIX secolo, le autorità sanitarie ricorsero a misure analoghe: isolamento domiciliare obbligatorio, uso di protezioni per il viso negli spazi pubblici, severe restrizioni alla libera circolazione delle persone. Il principio era identico: ridurre i vettori di trasmissione limitando il movimento.
Il Covid-19 non ha inventato nulla; ha semplicemente aggiornato quei protocolli con gli strumenti tecnologici del XXI secolo.
Anche la Valle d’Aosta, piccola regione autonoma a statuto speciale, si trovò a fronteggiare l’emergenza con una risposta articolata e, per certi versi, esemplare. Gli uffici pubblici regionali e comunali, le banche, gli sportelli delle agenzie statali e le strutture sanitarie amministrative adottarono in modo capillare lo smart working.
L’accesso agli uffici venne regolamentato mediante appuntamento telefonico o digitale: quello che prima era uno sportello ad accesso libero divenne, per necessità sanitaria, uno spazio chiuso al pubblico se non previo accordo. Si trattò di una misura necessaria, coerente con le linee guida nazionali e con le raccomandazioni dell’OMS, pienamente giustificata dalle circostanze.
A distanza di anni, è doveroso riconoscere i benefici reali che il lavoro agile ha apportato sia ai lavoratori sia alle organizzazioni che lo hanno saputo adottare con criterio:
- Riduzione dei tempi e dei costi di spostamento. Per chi risiede in comuni montani distanti dal capoluogo regionale, lavorare da casa significa risparmiare ore di guida quotidiana su strade spesso difficili in inverno, con ricadute positive sulla qualità della vita e sulla sicurezza stradale.
- Maggiore flessibilità nella gestione del tempo. Il lavoratore può organizzare la propria giornata in modo più autonomo, potenzialmente aumentando la produttività nelle fasce orarie in cui è più efficiente.
- Impatto ambientale ridotto. Meno spostamenti significano minori emissioni di CO₂, dato particolarmente rilevante in un territorio alpino ad alta sensibilità ambientale come la Valle d’Aosta.
- Digitalizzazione dei processi. La pandemia ha costretto molti uffici ad accelerare la propria transizione digitale, introducendo strumenti di archiviazione elettronica, firma digitale e comunicazione telematica che rappresentano un passo avanti concreto verso una pubblica amministrazione più efficiente.
Accanto ai vantaggi, il ricorso prolungato e non regolamentato al lavoro agile ha prodotto effetti collaterali significativi, specie nel settore pubblico.
La mancanza di standard chiari ha generato una forte disomogeneità nei livelli di servizio: uffici che rispondono prontamente alle richieste dei cittadini si affiancano a strutture in cui l’accesso è diventato labirintico, con code telefoniche, email senza risposta e appuntamenti disponibili solo a settimane di distanza.
Vi è poi una questione di equità sociale: non tutti i cittadini dispongono degli strumenti tecnologici o delle competenze digitali necessarie per interagire con una pubblica amministrazione che ha spostato la propria operatività prevalentemente online. Anziani, persone con bassa scolarizzazione, lavoratori in mobilità o con difficoltà economiche si trovano sistematicamente penalizzati da un modello pensato per chi ha dimestichezza con smartphone e portali web.
Eccoci al punto.
L’Italia ha una consolidata tradizione nel trasformare le emergenze in abitudini permanenti, e il lavoro agile nella pubblica amministrazione non fa eccezione. Quello che nel 2020 era una misura straordinaria dettata da una pandemia globale, in troppi casi è diventato un assetto ordinario la cui principale caratteristica è la comodità di chi vi lavora, non l’efficienza del servizio reso al cittadino.
Intendiamoci: nessuno vuole tornare alle code agli sportelli, alle agende ingolfate, agli uffici sovraffollati. La digitalizzazione è una conquista reale.
Ma una cosa è modernizzare i processi; tutt’altra è decidere che l’ufficio apre “solo su appuntamento” quando il Covid è un ricordo e il virus dell’inerzia burocratica è quello che circola con maggiore vitalità.
In Valle d’Aosta, come altrove, è lecito domandarsi: quel funzionario disponibile solo il martedì tra le 10 e le 12, previo appuntamento da prenotare con tre settimane di anticipo, sta davvero lavorando in modo più efficiente o sta semplicemente lavorando di meno?
La risposta, in molti casi, la conosce già chi ha provato a ottenere un certificato, rinnovare un documento o semplicemente parlare con un essere umano in carne e ossa in un ufficio pubblico negli ultimi due anni.
E la risposta, diciamocelo, non è confortante.
Il vero smart working ― quello che funziona, quello che i Paesi nordici ci invidiano ― si misura sui risultati, non sulla presenza fisica. Ma per misurare i risultati bisogna prima stabilire quali risultati si vogliono ottenere, valutarli con serietà e, all’occorrenza, trarne le conseguenze.
Tutto ciò richiede coraggio istituzionale, cultura della responsabilità e un sistema di controllo che funzioni. Tre ingredienti che, si sa, nella ricetta della pubblica amministrazione italiana vengono aggiunti con il contagocce.
Nel frattempo, il cittadino aspetta sull’app in attesa di conferma; Come sempre.













