Scusatemi se mi scappa da sorridere: una volta le telecamere servivano a proteggere le banche. Oggi le usiamo per sorvegliare i bidoni dei rifiuti. Così il cittadino nemmeno si avvicina più al luogo del misfatto e cerca un posto più sicuro dove liberarsi delle prove del suo crimine.
C'è una parola che, in Italia, evoca immediatamente immagini precise e inquietanti: Terra dei fuochi. Colline di rifiuti tossici, camion della camorra, fuochi nella notte tra i campi di Napoli e Caserta. Un nome che porta con sé il peso di decenni di illegalità, di connivenze, di uno Stato assente. Ebbene, il Comune di Aosta ha deciso di mutuare proprio quella denominazione per un decreto locale contro l'abbandono dei rifiuti. Una scelta lessicale che, al netto delle intenzioni, dice già molto.
Ma lasciamo da parte il nome e guardiamo i fatti. I rifiuti abbandonati aumentano. I sacchetti compaiono nei fossi, nelle piazzole, accanto ai cassonetti o — dettaglio rivelatore — davanti agli ingressi della grande distribuzione, dove sono sistemati i contenitori dei rifiuti. Il problema esiste, è visibile, è reale. La domanda che nessun assessore sembra volersi porre ad alta voce è però un'altra: perché?
Chi ricorda le campagne elettorali degli ultimi anni, a tutti i livelli, rammenta bene il tono: prossimità, ascolto, servizi efficienti, una città più pulita e vivibile. Il cittadino veniva trattato come un interlocutore adulto, capace di comprendere e collaborare. Poi arrivano i cinque anni di mandato e qualcosa cambia. La TARIP — la tassa sui rifiuti nata con la promessa di farci risparmiare premiando chi differenzia di più — si è rivelata, per molti cittadini, semplicemente più cara di prima. I calendari di raccolta sono diventati un labirinto: due giorni alla settimana, mastelli diversi per ogni frazione, ritiri non effettuati senza preavviso né scuse. E il cittadino che si ritrova il sacco respinto sul marciapiede di casa? Deve riportarselo dentro, ovviamente.
Di fronte a questo scenario, la risposta politica è stata lineare nella sua semplicità: più telecamere, più sanzioni, sanzioni più alte. Il ragionamento implicito è brutale: se la gente abbandona i rifiuti è perché è incivile. Soluzione: punirla di più, sorvegliarla meglio. Centinaia di migliaia di euro in sistemi di videosorveglianza nei punti critici. Decreti con nomi evocativi. Comunicati stampa duri e determinati.
Vale la pena fermarsi su un dato empirico elementare: l'abbandono dei rifiuti non è un costume radicato da sempre nella cultura valdostana. Chi ha qualche decina d'anni sulle spalle sa che la situazione, un tempo, era diversa. Non idilliaca, certo, ma diversa. Questo significa che qualcosa è cambiato. E quando un comportamento collettivo peggiora in modo misurabile, il buon senso — e la buona politica — impongono di chiedersi cosa sia cambiato nel sistema, prima di accusare i singoli.
Un sistema di raccolta rigido, poco flessibile, con ritiri saltati e nessuna comunicazione; centri di raccolta non sempre accessibili negli orari in cui le persone lavorano; una tariffa percepita come ingiusta perché non proporzionata all'effettiva differenziazione; e infine la sensazione — non infondata — che segnalare i disservizi sia inutile. Tutto questo non giustifica chi abbandona i rifiuti illegalmente. Ma lo spiega, almeno in parte. Spiegare non significa assolvere. Significa cominciare a risolvere.
C'è un deficit di coraggio che attraversa questa vicenda come un filo rosso. Il coraggio di riconoscere che alcune scelte non hanno funzionato. Che il modello attuale di raccolta differenziata, così come è stato implementato, genera frustrazioni reali in una quota significativa di cittadini onesti. Che raddoppiare le multe senza riformare il servizio è un esercizio di forza, non di governance.
Mancano all'appello anche le associazioni di categoria e i sindacati, che pure avrebbero voce e strumenti per portare queste istanze sui tavoli istituzionali. Il silenzio di chi dovrebbe fare da raccordo tra i cittadini e la politica è anch’esso un segnale. E non è un bel segnale. Ci siamo abituati a subire, a incassare, ad adattarci. A qualunque tipo di violenza politica, anche la più silenziosa.
Ci sarebbe un'alternativa. Si chiama responsabilità. Significa convocare tavoli aperti, rivedere i calendari di raccolta, garantire che ogni sacco consegnato venga effettivamente ritirato, rendere la TARIP proporzionale e trasparente, potenziare i punti di conferimento straordinario. Significa trattare il cittadino da adulto anche dopo le elezioni, non solo durante la campagna.
Altrimenti continueremo a combattere la nostra piccola “Terra dei fuochi” a colpi di telecamere e multe, senza accorgerci che il problema non nasce nei fossi o accanto ai cassonetti. Nasce molto prima, dentro un sistema che ha smesso di funzionare e che nessuno sembra avere il coraggio di cambiare.













