Non è una crociata contro l’accoglienza. E nemmeno una protesta ideologica. È, piuttosto, un misto di preoccupazione e amarezza quello che serpeggia tra diversi residenti di via Trottechien-Stevenin, nel pieno centro cittadino, a ridosso di uno degli assi storico-turistici più frequentati del capoluogo.
La Casa rifugio di via Stevenin, recentemente riattata e restituita alla comunità in condizioni strutturali giudicate ottimali, rappresenta per molti un segnale positivo: un luogo destinato ad accogliere persone in difficoltà, sostenuto anche da risorse pubbliche e dotato – come ricordano gli stessi residenti – di personale fisso e perfino di un servizio sanitario attivo due volte alla settimana. Un presidio, dunque, non improvvisato.
Eppure, a pochi mesi dalla riapertura, qualcosa – secondo chi vive quotidianamente la zona – non starebbe funzionando sul piano della gestione ordinaria e del decoro esterno.

«Plaudiamo alle iniziative rivolte ai più deboli – sottolineano alcuni abitanti – ma chiediamo che non si allentino le regole del rispetto e del controllo». Il timore è che si possano riprodurre dinamiche già viste altrove: incuria negli spazi comuni, comportamenti poco consoni in un’area centrale, disattenzioni che rischiano di trasformarsi in criticità strutturali.
Il punto, per molti, è anche simbolico e urbanistico. La struttura si trova infatti in un contesto di forte valore identitario: a pochi passi dalla Torre del Lebbroso e dalla Torre Bramafam, in prossimità dei giardini pubblici e lungo un percorso che intercetta residenti, turisti e famiglie. Un’area che negli ultimi anni è stata oggetto di valorizzazione e che rappresenta uno dei biglietti da visita della città.
«Non vogliamo che questo sito ricada nelle pesanti storture dovute a forti disattenzioni di chi è preposto ai controlli», è il pensiero che ricorre nelle parole raccolte tra chi abita in zona. Il riferimento non è tanto all’esistenza del centro, quanto alla qualità della sua conduzione quotidiana: presenza effettiva del personale, monitoraggio degli spazi esterni, tempestività negli interventi, dialogo con il quartiere.
Il malumore nasce proprio da una percezione di “cedimenti” che, se non affrontati per tempo, rischiano di alimentare tensioni. Perché il centro è nel cuore della città, non in una zona periferica o marginale. Qui il confine tra inclusione sociale e percezione di degrado è sottile e viene vissuto in modo amplificato.

I residenti ribadiscono di non voler mettere in discussione la funzione sociale della Casa rifugio. Anzi, riconoscono l’importanza di garantire un tetto e un sostegno a chi attraversa momenti di grave difficoltà. Ma chiedono che l’attenzione verso i fragili non si traduca in una minore attenzione verso il contesto urbano e verso chi quel contesto lo abita stabilmente.
È un equilibrio delicato, che chiama in causa il Comune e i soggetti gestori: garantire accoglienza, certo, ma anche regole chiare, controlli costanti e una gestione capace di prevenire situazioni di criticità prima che degenerino.
Nel centro storico di Aosta, tra torri medievali e giardini frequentati da bambini e anziani, la convivenza non può essere lasciata al caso. L’appello che arriva da via Trottechien-Stevenin è, in fondo, una richiesta di responsabilità condivisa: solidarietà e decoro non devono essere alternative, ma camminare insieme.









