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CRONACA | 13 febbraio 2026, 07:09

Casa pubblica, numeri contro realtà: chi ci andrebbe a vivere?

Dopo le critiche del Sunia Valle d’Aosta sul protocollo per il disagio abitativo, la Regione interviene con una lunga nota di precisazioni. Ma tra dati, investimenti rivendicati e programmazione annunciata, la distanza con la realtà di molti alloggi ERP resta tutta da colmare

I simboli che sventolano davanti alla sede dell'Arer

I simboli che sventolano davanti alla sede dell'Arer

Nei giorni scorsi il Sunia Valle d’Aosta ha messo in discussione l’efficacia delle politiche abitative regionali, sottolineando come il nuovo protocollo sul disagio abitativo rappresenti un passo utile sul piano dell’emergenza, ma del tutto insufficiente a risolvere un problema ormai strutturale. A quelle osservazioni, puntuali e politicamente nette, la Regione ha risposto con una serie di precisazioni, rivendicando investimenti, interventi di riqualificazione e una strategia di lungo periodo affidata ad ARER.

Secondo gli Assessorati competenti, dal 2021 sarebbe stata avviata una vasta operazione di efficientamento energetico e riqualificazione del patrimonio di edilizia residenziale pubblica, con circa 1.600 alloggi interessati e 85 milioni di euro investiti. Vengono inoltre citati i dati sulle assegnazioni, il turnover in graduatoria, il recupero di alloggi e il rafforzamento degli strumenti di prevenzione della morosità e dell’emergenza abitativa.

Numeri importanti, almeno sulla carta. Ma è proprio qui che si apre il vero contraddittorio con quanto segnalato dal Sunia e, soprattutto, con quanto emerge dai quartieri popolari.

Perché mentre nei comunicati si parla di riqualificazione e accompagnamento sociale, in diversi alloggi ERP si continua a vivere in condizioni difficilmente compatibili con l’idea di “diritto all’abitare”. Al Quarteiere Cogne appartamenti privi di bidet. Umidità costante e insopportabile, tale da obbligare gli inquilini a tenere le finestre aperte anche la sera, in pieno inverno. Muffe ricorrenti, problemi strutturali che non si risolvono con interventi superficiali. Spazi comuni degradati e locali abbandonati che diventano zone grigie, fuori da ogni controllo.

Lavori al Qurtiere Cogne

Il Quartiere Cogne è citato da molti residenti come esempio emblematico. Un agglomerato storico di edilizia pubblica dove la percezione di insicurezza è cresciuta nel tempo: controlli scarsi, videosorveglianza limitatissima, presenza evidente di spaccio e consumo di droga. Una situazione che incide pesantemente sulla qualità della vita di chi lì abita e che difficilmente può essere liquidata come un problema marginale.

Di fronte a questo quadro, la domanda sorge spontanea e va posta senza ipocrisie ai vertici di ARER e alla politica regionale: ci andreste voi ad abitare in alloggi con queste caratteristiche? Accettereste per voi o per la vostra famiglia condizioni simili?

Il punto non è negare che qualcosa sia stato fatto. Il punto è chiedersi se ciò che viene rivendicato come “politica strutturale” sia davvero sufficiente e soprattutto se risponda alla realtà quotidiana delle persone. Perché la riduzione della graduatoria o l’aumento delle assegnazioni non dicono nulla sulla qualità degli alloggi né sul contesto urbano in cui sono inseriti.

La Regione afferma, giustamente, che il tema della casa non si risolve in tempi brevi. Ma attenzione: il tempo non può diventare un alibi. Così come la programmazione non può restare confinata nei documenti tecnici. Il diritto all’abitare non è solo accesso a un alloggio, ma dignità, sicurezza, manutenzione continua e ascolto reale degli assegnatari.

Il Sunia ha fatto bene a rompere il silenzio e a riportare il tema su un piano politico. Le precisazioni della Regione sono utili, ma non chiudono il problema. Anzi, lo rendono ancora più evidente: tra numeri e vita reale esiste uno scarto che non può essere ignorato.

Finché questo scarto non verrà affrontato apertamente, con verifiche sul campo e non solo con dati aggregati, il rischio è sempre lo stesso: politiche che funzionano nei comunicati, ma che continuano a lasciare troppe persone a vivere in condizioni che nessun decisore accetterebbe per sé.

E questo, per una Regione autonoma che rivendica attenzione al territorio e alle comunità, dovrebbe far riflettere molto più di qualsiasi tabella.

pi.mi.

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