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CRONACA | 10 febbraio 2026, 21:08

Referendum sulla giustizia: il Paese verso il No, mentre il Sì resta senza argomenti

Un sondaggio fotografa una netta avanzata del No al referendum sulla riforma della giustizia. Un orientamento che va oltre gli schieramenti e che segnala sfiducia verso quesiti percepiti come ideologici e poco chiari. Sullo sfondo, il richiamo del Quirinale alla responsabilità istituzionale e al rispetto dell’equilibrio dei poteri

Referendum sulla giustizia: il Paese verso il No, mentre il Sì resta senza argomenti

C’è un dato che colpisce più degli altri nel sondaggio sul referendum relativo alla riforma della giustizia: la chiarezza del No. Una scelta che attraversa appartenenze politiche, età e territori, e che racconta molto più di una semplice contrapposizione tra favorevoli e contrari. Racconta una distanza profonda tra il Paese reale e una proposta che, almeno nella percezione diffusa, non convince.

Il No cresce perché appare come una risposta di difesa, non di conservazione. Difesa dei principi costituzionali, difesa dell’equilibrio tra i poteri dello Stato, difesa di una giustizia che può e deve essere migliorata, ma non smontata per slogan. Il Sì, al contrario, fatica a trovare una narrazione credibile: viene percepito come ideologico, punitivo verso la magistratura e, soprattutto, incapace di spiegare in che modo la vita dei cittadini migliorerebbe davvero.

Il sondaggio restituisce un’immagine piuttosto netta: molti elettori non si fidano di una riforma affidata allo strumento referendario, soprattutto quando i quesiti appaiono tecnici, frammentati e comprensibili solo agli addetti ai lavori. E quando la complessità viene ridotta a una bandiera politica, la reazione istintiva è il rifiuto.

In questo quadro si inserisce, con il suo peso istituzionale, l’intervento del Quirinale. Un intervento misurato, come da tradizione, ma tutt’altro che neutro nel significato. Il richiamo alla centralità della Costituzione, alla separazione dei poteri e alla necessità di riforme meditate, coerenti e condivise è stato letto da molti come un invito alla prudenza. Non un’indicazione di voto, certo, ma un segnale chiaro sui rischi di interventi improvvisati su un pilastro dello Stato di diritto.

Ed è proprio qui che il Sì mostra la sua debolezza maggiore: l’assenza di una visione complessiva. Si promette una giustizia più efficiente, ma non si spiegano i tempi. Si evoca la responsabilità, ma si colpisce l’autonomia. Si parla di riforma, ma si procede per sottrazione, senza affrontare davvero i nodi strutturali: organici insufficienti, processi troppo lunghi, carichi di lavoro insostenibili.

Il No, invece, non è un “no a tutto”. È un no selettivo, critico, spesso accompagnato dalla consapevolezza che la giustizia italiana abbia bisogno di cambiamenti profondi, ma non di scorciatoie. È un no che chiede riforme parlamentari serie, confronto, ascolto degli operatori del diritto e rispetto del ruolo delle istituzioni di garanzia.

Il sondaggio, in questo senso, non è solo una fotografia dell’orientamento elettorale. È un messaggio politico. Dice che gli italiani non si lasciano convincere facilmente quando percepiscono che in gioco non c’è l’efficienza, ma l’equilibrio democratico. E dice anche che, quando il Quirinale richiama alla responsabilità, il Paese ascolta.

pi.mi.

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