Quando una persona torna a casa dopo mesi o anni di detenzione ingiusta, si fa una sola cosa: si gioisce. Vale per Alberto Trentini, cooperante, e per Mario Burlò, imprenditore torinese. La loro liberazione in Venezuela chiude un’odissea dolorosa, fatta di attese, mancate risposte, telefonate centellinate e famiglie appese alle notizie. Il punto, però, è un altro: quanto c’entra davvero il nostro governo con queste liberazioni? E quanto, invece, arriva oggi una comoda corsa a intestarsi meriti che non ha?
Il regime venezuelano sta mandando segnali di apertura verso gli Stati Uniti e la comunità internazionale, nel tentativo di ottenere legittimazione e allentamento delle sanzioni. Dentro questo quadro, rientra la liberazione di “un numero importante” di prigionieri politici, compresi cittadini stranieri. Prima Luigi Gasperin, poi il giornalista e politico Biagio Pilieri, ora Trentini e Burlò. Si tratta di un movimento politico ampio, legato a equilibri diplomatici globali. Non esattamente il frutto esclusivo di una telefonata romana dell’ultima ora.
La realtà è che l’Italia, per mesi, si è mossa con passo felpato, spesso in ritardo, quasi sempre in reazione e raramente in iniziativa. Diplomaticamente “sottotraccia” va bene, ma quando “sottotraccia” coincide con lentezza, silenzi e dichiarazioni generiche, allora diventa un problema politico. I familiari hanno parlato di assenza di informazioni, di attese infinite, di interlocuzioni nebulose. Nel frattempo, i detenuti restavano nelle carceri più dure del Paese.
Adesso, però, improvvisamente, ecco i comunicati compiaciuti, i toni roboanti, le frasi fatte sulla “tenacia del governo italiano” e sulla “azione diplomatica decisiva”. La narrazione è semplice: abbiamo lavorato in silenzio, abbiamo risolto tutto noi. Peccato che questa ricostruzione cozi con i tempi, con la dinamica internazionale e con il fatto che le liberazioni arrivano all’interno di un pacchetto politico deciso a Caracas, non in una stanza di Palazzo Chigi.
La vicenda di Trentini è emblematica: oltre 400 giorni di detenzione senza accuse formali, arresto mentre lavorava per una Ong, carcere di massima sicurezza. L’Italia ha “lavorato sottotraccia”? Sì. Ha lavorato abbastanza in fretta? No. E non è irriverente dirlo: è semplicemente onesto. Lo stesso vale per Mario Burlò, scomparso dal novembre 2024, contatti rarissimi, una chiamata breve e controllata con il conto alla rovescia in sottofondo. Il dramma è stato lungo, la risposta istituzionale spesso lenta.
La critica non cancella la gratitudine verso diplomatici e funzionari che si sono impegnati davvero. Ma un conto è il lavoro serio degli apparati, un altro è il governo che arriva a partita finita e si mette la medaglia al petto. Qui entra la politica: lentezza nel prendersi carico pubblicamente dei casi, prudenza eccessiva nel denunciare le condizioni dei detenuti, e ora narrazione trionfalistica che prova a trasformare il ritardo in virtù.
Intanto restano 24 italiani ancora detenuti, in parte con doppia cittadinanza. Per loro niente fanfare, niente foto di rito. Per loro, siamo ancora nel limbo diplomatico. Anche questo dovrebbe suggerire un po’ di sobrietà a chi oggi festeggia come se avesse “liberato” il Venezuela con la sola forza di un comunicato stampa.
La verità, Piero, è semplice: la liberazione è una splendida notizia, ma non autorizza nessuno a riscrivere la storia. Il governo italiano non è stato rapido, non è stato incisivo, e ora prova a salire sul carro dei vincitori diplomatici. Spiace dirlo, ma è così. Meglio gioire per chi torna a casa e chiedere, con fermezza, che per gli altri la macchina si muova davvero. Questa volta, però, senza rallentare e senza propaganda.













