/ ATTUALITÀ

ATTUALITÀ | 05 gennaio 2026, 13:29

Crans-Montana, quaranta giovani vite: il cordoglio che diventa responsabilità

La tragedia che ha colpito ragazzi italiani e stranieri chiama a una riflessione profonda sulla sicurezza e sui diritti umani. Il prof. Romano Pesavento sottolinea: “La prevenzione non è un’opzione, è un diritto umano essenziale”

Le vittime italiane

Le vittime italiane

Il dolore si misura in nomi, in volti, in storie che improvvisamente si fermano. Tra le quaranta vittime della tragedia di Crans-Montana ci sono sei giovani italiani: Achille Barosi, Chiara Costanzo, Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini, Riccardo Minghetti e Sofia Prosperi. “I loro nomi non possono e non devono essere consegnati a una memoria fugace – ricorda il prof. Romano Pesavento, presidente del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani – ma assunti come monito permanente per le istituzioni e per la società civile”.

Il rientro in patria delle salme, organizzato con il concorso dello Stato, e la partecipazione collettiva al lutto nazionale proclamato dalla Confederazione Elvetica sono gesti di vicinanza, ma non bastano. “Il dolore condiviso non può esaurirsi nella dimensione commemorativa – avverte Pesavento – perché quando una tragedia viene definita evitabile, allora siamo chiamati a una riflessione pubblica rigorosa sulle responsabilità e sul rispetto dei diritti fondamentali”.

Molti dei giovani morti erano minorenni e la tragedia, sottolinea il coordinamento, non è frutto di fatalità. “Quando la morte è riconducibile a carenze strutturali, a inadeguate misure di sicurezza o a una cultura della prevenzione considerata secondaria, non siamo di fronte a un accidente imprevedibile – aggiunge Pesavento – ma a una violazione grave e sistemica del diritto alla vita, alla sicurezza e alla protezione della persona”.

La sicurezza non può essere un adempimento occasionale o un atto burocratico. “È un dovere giuridico continuo e una responsabilità etica che riguarda enti pubblici, gestori privati, organi di controllo e decisori politici – sottolinea il presidente del CNDDU – e la prevenzione non è un’opzione: è un diritto umano essenziale. Ogni giovane vita persa per negligenza rappresenta un fallimento collettivo che interroga la qualità delle nostre istituzioni e il grado di maturità democratica delle società”.

Per Pesavento (nella foto), oltre al rafforzamento dei controlli e delle politiche di sicurezza, occorre investire nell’educazione: “La scuola non può limitarsi a trasmettere conoscenze – dice – deve contribuire a costruire una cultura della tutela della vita, del rispetto delle regole e della consapevolezza dei rischi”.

Il silenzio delle commemorazioni, la dignità delle famiglie, la dedizione dei soccorritori, delle forze dell’ordine e del personale sanitario meritano rispetto. Ma il rispetto più autentico per le vittime si realizza con l’azione concreta: accertare le responsabilità, rivedere le procedure, prevenire nuove tragedie. “Ogni ritardo, ogni ambiguità, ogni tentativo di archiviazione simbolica rappresenterebbe un’ulteriore ferita alla memoria dei giovani scomparsi”.

Ricordare Achille, Chiara, Giovanni, Emanuele, Riccardo e Sofia significa assumersi un impegno pubblico e duraturo: fare della tutela della vita un principio non negoziabile e della prevenzione una priorità reale. Solo così, conclude Pesavento, “il dolore potrà trasformarsi in coscienza civile, responsabilità istituzionale e impegno educativo, affinché nessun’altra notte si accenda di fiamme alimentate dall’indifferenza”.

je.fe.

Prima Pagina|Archivio|Redazione|Invia un Comunicato Stampa|Pubblicità|Scrivi al Direttore