C’era una luce speciale stamattina nel Santuario di Maria Santissima Immacolata nel quartiere Cogne di Aosta. Una luce fatta di canti, ricordi, volti e abbracci: quella che nasce quando una comunità si guarda indietro e scopre che, in duecento anni, ha costruito una linea di senso che attraversa persone, sacrifici e incontri.
Duecento anni fa, nel cuore della Francia dell’Ottocento, Eugène de Mazenod – futuro vescovo di Marsiglia e poi santo – prese la decisione di dare forma a una vocazione: quella di essere “Missionari… nel nome di Maria Immacolata”. Era il 25 gennaio 1816 quando la Congregazione dei Missionari Oblati di Maria Immacolata (OMI) vide la luce. Un seme piantato in un tempo storico difficile: tra post‑rivoluzione e guerra, povertà e lacerazioni sociali. Mazenod non voleva teorie o belle parole, voleva gente capace di mettersi in cammino dove il Vangelo era più necessario e dove la voce di Dio si intrecciava alle strade di persone vere.
Oggi, a 200 anni di distanza, quella famiglia di religiosi è ovunque: dai quartieri periferici alle missioni lontane, dalle mense di comunità alle grandi cattedrali. Qui ad Aosta, la loro presenza non è un fatto folkloristico, ma la storia di una scelta: stare nel quartiere, con la gente che vive i suoi giorni e le sue notti.
Il Santuario di Maria Immacolata nel Cogne non è nato per caso. Negli anni in cui il tessuto urbano di Aosta si allargava, e la gente cercava non solo case ma luoghi di senso, la comunità dell’Oblato ha sentito che la più grande missione era quella di essere casa prima ancora che chiesa: una casa per chi entra stanco, per chi si ferma, per chi domanda e per chi tace. Quell’opera – con la sua architettura sobria eppure accogliente – è diventata un punto di riferimento non solo spirituale ma sociale per tutto il quartiere Cogne.
Oggi, nella celebrazione dell’Eucaristia, a presiedere c’era padre Marcello Sgarbossa, che ha raccolto nelle parole e nei gesti l’eredità di chi ha camminato prima di noi. E mentre i Padri rinnovavano i voti religiosi OMI, si avvertiva che non è un rito ripetuto automaticamente, ma un sì che si rinnova ogni giorno: alla povertà scelta, alla fedeltà obbediente, alla castità che custodisce fraternità e attenzione all’altro.
E poi c’è stata la festa: niente parate, niente effetti speciali, ma quel tipo di gioia che ti rimane dentro quando guardi una persona che, con umiltà e generosità, ha deciso di donare la sua vita. Padre Maurizio Vella, vicario parrocchiale, è stato festeggiato come si fa tra fratelli: con gratitudine e rispetto. E accanto a lui, come sempre, padre Palmiro Delalio, compagno di strada e di servizio. A guidare questa comunità oggi c’è padre Carlo Mattei, che combina la memoria vivente con l’energia per proseguire la missione di sempre.
Questa celebrazione non è stata soltanto una data sul calendario: è stata la testimonianza che una comunità può essere, per due secoli, un segno tangibile di cura. Nel cuore di un quartiere, il Santuario è casa. Nelle persone che lo abitano, la Chiesa si fa vicino. E nel “sì” rinnovato di ogni oblato c’è uno specchio per ciascuno di noi: se si vuole davvero costruire un mondo più umano, bisogna cominciare dall’essere presenti là dove le storie vere si vivono ogni giorno.
IL SANTUARIO
La costruzione della chiesa avvenne grazie ad una legge votata dal Parlamento che stanziava dei fondi per l’edificazione di nuove chiese nelle zone industriali di recente espansione. Al finanziamento statale corrispondente, più o meno, alla metà del necessario seguì una mobilitazione generale della popolazione per la raccolta di offerte.
L’entusiasmo, secondo la testimonianza del primo parroco, padre Pompili, fu grande; anche la “Società Cogne” e l’amministrazione regionale fornirono sostanziosi contributi. Il progetto fu disegnato dall’architetto Reviglio di Torino. I lavori iniziarono e procedettero speditamente: l’8 dicembre 1954 monsignor Blanchet presiedeva la cerimonia della posa della prima pietra e due anni dopo, il 7 settembre 1956, nella festa di San Grato patrono della diocesi, benediceva alla presenza di moltissimi fedeli e delle autorità la nuova chiesa, che da quel giorno divenne la sede della parrocchia. Così, ritornava alla Cattedrale la chiesetta di Santa Croce, che per alcuni decenni era stata il punto di riferimento dei cristiani del Quartiere Cogne.













