A Saint-Vincent il Bilancio 2026 arriva puntuale, educato e pettinato: 15 milioni di euro, pareggio garantito e nessun colpo di scena contabile. Attorno, però, il Consiglio comunale del 16 dicembre ha offerto uno spettacolo molto più movimentato, una sorta di varietà amministrativo dove ognuno porta il suo tema e nessuno vuole uscire senza aver detto la propria.
Si comincia con un grande classico: le indennità degli amministratori, approvate all’unanimità. Aumenti già decisi a inizio legislatura, previsti dalla legge, quindi tutti tranquilli: nessun litigio quando si parla di stipendi. La politica divide, il portafoglio unisce.
Poi arriva la fotografia urbanistica: aree edificabili? Zero. Né per case, né per attività produttive. Per le seconde case restano circa 260 metri quadrati, giusto per non dire che non c’è proprio niente. Traduzione: a Saint-Vincent non c’è la corsa al mattone, e forse nemmeno il passo lento.
Il Piano regolatore viene giudicato complicato, macchinoso, bisognoso di una semplificazione. In pratica: lo capiscono in pochi, lo applicano in pochissimi. Fin qui, nessuna sorpresa.
Le tariffe comunali restano quasi tutte ferme. Solo una piccola carezza Istat per gli insegnanti sulle tariffe agevolate. La vera novità riguarda i parcheggi: niente più esenzioni per le auto elettriche. Motivo? Qualcuno ne ha abusato. L’auto è green, il comportamento un po’ meno.
Si passa ai rifiuti: Tari approvata, ma con riserva. Il piano è quello del 2025, quello nuovo arriverà dall’Unité Mont-Cervin. Insomma, si paga adesso, si aggiusta dopo.
L’opposizione prova a portare il discorso fuori dai numeri. Corrado Zani chiede attenzione per commercianti e operatori economici, Mauro Cometto propone una rete di defibrillatori e sogna una nuova vita per l’ex Centro dialisi, magari usando i fondi delle Aree interne. Il sindaco Francesco Favre prende nota: defibrillatori in valutazione, risorse da discutere a livello di Unité. Traduzione: non ora, ma nemmeno mai.
Si apre poi il capitolo più delicato: le Terme. Cometto teme il default senza il canone del Centro dialisi, Carmen Jacquemet chiede conto di turismo congressuale, scuola di Moron, fondo da 150 mila euro per cause legali e project financing dello stabilimento termale. Risposte tecniche, rassicurazioni politiche e un messaggio chiaro: la gestione attuale piace, il recupero dello storico si farà. Quando? Presto, parola elastica.
La vicesindaco Maura Susanna rilancia Saint-Vincent come città congressuale, ma con una postilla fondamentale: senza collegamenti seri non si va lontano. Serve la Regione, serve la ferrovia, serve un sistema che funzioni. La minoranza offre collaborazione, soprattutto se si parla di riaprire linee e salvare il commercio dal deserto.
Sul Documento unico di programmazione la minoranza si astiene. Dialogo sì, firma no.
Passano senza drammi le partecipazioni societarie: il Comune resta socio, ma con percentuali microscopiche, quasi simboliche. Anche la variante al Piano regolatore viene approvata all’unanimità: piccoli ritocchi dopo dieci anni, niente rivoluzioni.
Capitolo cultura: la Biblioteca funziona, legge, viaggia, organizza. Libri in più, incontri, Premio Strega, corsi, patois, fumetti, acquerelli. Persino il désherbage porta a casa 1.085 euro: a Saint-Vincent anche togliere libri rende.
Si parla di doposcuola, adolescenti difficili da intercettare, sperimentazioni che funzionano “meno di quanto sperato ma abbastanza da continuare”. Onestà rara.
Poi arriva lui, il protagonista annunciato: il Bilancio 2026-2028. Pareggio a 15 milioni, investimenti per 2,86 milioni, spesa corrente sopra i 9 milioni, personale che pesa per il 22%. Cantieri aperti, altri in arrivo, debito residuo di 4 milioni. Favre lo definisce equilibrato, concreto, orientato a valorizzare il territorio. L’opposizione si astiene, l’atmosfera si scalda per una polemica sulle variazioni di bilancio, subito raffreddata con un classico scambio di accuse.
Sipario.
Il Bilancio passa. Tutti parlano. Nessuno esce sconfitto. Saint-Vincent va avanti, tra conti in ordine, grandi temi irrisolti e quella sensazione tutta valdostana che, alla fine, il Comune somiglia sempre un po’ a chi lo amministra.









