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ATTUALITÀ | 17 ottobre 2026, 12:00

Trattori fermi, voci spente: l’inverno anticipato della Valle d’Aosta

Mentre in Italia gli agricoltori protestano contro il caro gasolio e i costi di produzione, in Valle d’Aosta la mobilitazione resta debole. Eppure la siccità, il calo del foraggio e le difficoltà degli allevatori raccontano una crisi tutt’altro che marginale. Il problema, forse, non è l’assenza di ragioni per protestare, ma la mancanza di una voce capace di farle arrivare fino a Roma

Trattori fermi, voci spente: l’inverno anticipato della Valle d’Aosta

C’è un’Italia che in questi giorni ha spento i motori per accenderli in strada. A Gela una colonna di trenta trattori ha attraversato la statale. A Pizzo, in Calabria, i mezzi agricoli hanno chiuso lo svincolo dell’A2. A Vibo Marina il presidio ha bloccato le autocisterne e le pompe di benzina hanno esposto il cartello «carburante terminato».

Nel Foggiano la protesta va avanti da giorni, tra Vieste e il casello di Poggio Imperiale. A Bari tremila olivicoltori hanno raggiunto la Prefettura.

Chiedono cose concrete. Il gasolio agricolo, secondo Coldiretti, è passato da 0,85 a 1,62 euro al litro dall’inizio della guerra in Iran. Un agricoltore siciliano racconta di bruciare fino a cinquecento euro di carburante al giorno per un trattore, mentre il grano viene pagato venti centesimi al chilo. Poi c’è l’olio, venduto a meno di quanto costa produrlo.

Dietro le proteste non c’è un’unica regia, ed è questo a renderle interessanti. Ci sono i comitati nati dal basso, come Agrisat in Sicilia, Orgoglio Olivicolo sul Gargano, il Movimento Territorio e Agricoltura a Falerna e il Movimento Popolare Nazionale in Calabria.

Ci sono gli autotrasportatori, che hanno proclamato un fermo dal 16 al 20 ottobre. Ci sono le grandi organizzazioni: la Cia ha chiamato i suoi a Montecitorio sotto lo slogan «I conti non tornano», mentre Coldiretti è scesa in piazza in Basilicata. Il governo ha fissato un tavolo per il 27 ottobre. Non si ottiene un tavolo restando a casa.

E in Valle d’Aosta?

A quanto risulta, nulla. Nessun presidio, nessuna colonna di trattori, nessun fermo. Eppure i motivi non mancano, anzi. L’estate ha messo la valle in ginocchio: a luglio l’assessora all’Agricoltura, Speranza Girod, ha descritto una situazione più critica rispetto al 2022, con oltre la metà dei consorzi di miglioramento fondiario in difficoltà idrica.

Il foraggio è calato del 30%, mentre gli alpeggi sono andati incontro a una demonticazione anticipata. Gli allevatori hanno dovuto comprare mangimi e scendere a valle prima del tempo, portando in stalla i costi che l’alpe avrebbe dovuto assorbire.

Poi è arrivato il gasolio, che in montagna non è un lusso: serve per falciare, trasportare e raggiungere pascoli dove non arriva alcuna alternativa elettrica.

Il silenzio, va detto, non è nuovo. Nel febbraio 2024 il corteo di Aosta contava un trattore e una quarantina di persone. Gli stessi organizzatori ammisero che gli agricoltori presenti si contavano sulle dita di una mano.

Terra Viva, associazione di produttori affiliata alla Cisl, spiegò che gli allevatori valdostani erano solidali con le proteste nazionali, ma non si erano riconosciuti nelle istanze portate in piazza. Parole che pesano, perché suggeriscono che il problema non sia l’assenza di motivi per protestare, ma la mancanza di una voce capace di rappresentarli.

Le associazioni locali, intanto, non sono mute. Coldiretti Valle d’Aosta ha chiesto già in primavera misure concrete e tempestive, oltre al credito d’imposta sul gasolio agricolo. Una richiesta legittima, formulata con garbo istituzionale.

Ma resta la domanda: che cosa è più efficace, una nota stampa o un trattore davanti al palazzo della Regione? In Calabria, dove i trattori sono scesi in strada, la Regione ha deliberato un intervento che riporta il prezzo medio del gasolio agricolo sotto un euro al litro. Il nesso tra protesta e risposta non è dimostrato, ma la coincidenza è difficile da ignorare.

Forse la valle è più piccola e «la gente mormora», come disse uno degli organizzatori due anni fa. Forse il sistema di sostegni regionale, la dimensione delle aziende e la fiducia nei canali istituzionali rendono la piazza meno necessaria. Forse la fatica di un lavoro che non finisce mai lascia poco tempo per i cortei. Sono ipotesi legittime, che meritano di essere ascoltate direttamente da chi in alpeggio ci vive.

Ma c’è un fatto che nessuna ipotesi cancella. Mentre altrove si discute, si blocca e si tratta, in Valle d’Aosta l’unica cosa certa è che il gasolio non costa meno, il fieno non è cresciuto di più e nessuno, per ora, ha alzato la voce abbastanza da farsi sentire fuori dai confini regionali.

Il rischio non è il silenzio in sé, ma ciò che il silenzio comunica a Roma: che qui, tutto sommato, si può aspettare.

Vittore Lume-Rezoli

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