La Chiesa continua a venerare i santi di un tempo, ma sembra fare ancora fatica a dare un volto e uno spazio ai testimoni della santità contemporanea. E poi si domanda perché i giovani si allontanino.
C'è una domanda che la Chiesa dovrebbe avere il coraggio di porsi, guardandosi allo specchio, senza rifugiarsi nelle formule di circostanza, nelle celebrazioni solenni e nei discorsi sulla necessità di avvicinare le nuove generazioni alla fede.
Dove sono finiti i santi di oggi? E perché, nelle nostre chiese e nei nostri santuari, sembrano esserci così tanti santi di ieri e così pochi testimoni riconoscibili del nostro tempo?
È una domanda scomoda, forse persino provocatoria. Ma proprio per questo merita una risposta.
Entrando in una chiesa, attraversando una navata o visitando un santuario, ci si imbatte spesso in un universo di statue, dipinti, altari e cappelle dedicati a santi vissuti secoli fa. Uomini e donne che hanno segnato la storia del cristianesimo, che hanno incarnato la carità, il sacrificio, la fede e la testimonianza evangelica. Figure di straordinario valore spirituale, che meritano rispetto, venerazione e memoria.
Il problema non è la loro presenza. Il problema è la quasi totale assenza, o comunque la scarsa visibilità, di tanti santi del nostro tempo.
Perché la santità, per la Chiesa, non dovrebbe essere soltanto una memoria da custodire. Dovrebbe essere una realtà viva, capace di parlare agli uomini e alle donne di oggi, di interrogare le coscienze, di offrire modelli credibili soprattutto a chi sta crescendo in un mondo radicalmente diverso da quello dei secoli passati.
Eppure, troppo spesso, sembra che il calendario della santità sia aggiornato, mentre l'immaginario religioso sia rimasto fermo.
Proviamo a metterci nei panni di un adolescente che entra in una chiesa. Osserva figure con abiti antichi, aureole dorate, simboli che non sempre comprende, storie che nessuno gli ha mai raccontato. Può certamente rimanerne affascinato. Ma può anche sentirle lontane, estranee alla propria esperienza, incapaci di rispondere alle domande che si porta dentro.
Non è colpa dei santi antichi. È responsabilità di chi dovrebbe renderli comprensibili.
Ma c'è una seconda questione, ancora più grave: quanti di quei ragazzi conoscono davvero i santi contemporanei? Quanti sanno che la santità non è un fenomeno confinato al Medioevo, ai monasteri, ai martiri delle persecuzioni o alle biografie di personaggi vissuti quando il mondo era completamente diverso?
Quanti conoscono la storia di uomini e donne che hanno vissuto in società simili alla nostra, attraversato le contraddizioni del Novecento, conosciuto le guerre, la povertà, le disuguaglianze, la modernità e le sue inquietudini?
E soprattutto: quanti sanno che la Chiesa ha riconosciuto la santità anche in persone che avrebbero potuto incontrare per strada, ascoltare alla radio, vedere in televisione o conoscere attraverso i racconti dei propri genitori e dei propri nonni?
Se la risposta è deludente, non possiamo limitarci a constatare il progressivo allontanamento dei giovani dalla pratica religiosa. Dovremmo domandarci se siamo stati capaci di offrire loro una fede che abbia volti, storie e testimonianze vicine alla loro sensibilità.
Da Giovanni XXIII a Carlo Acutis: una santità che attraversa il nostro tempo
Negli ultimi decenni la Chiesa ha riconosciuto figure di straordinario rilievo, capaci di parlare ben oltre i confini delle comunità cattoliche.
Pensiamo a san Giovanni XXIII, il papa del Concilio Vaticano II, che seppe aprire le finestre della Chiesa a un mondo in trasformazione.
Pensiamo a san Paolo VI, chiamato a guidare la Chiesa durante una delle stagioni più difficili e decisive della sua storia contemporanea.
Pensiamo a san Giovanni Paolo II, protagonista di un pontificato che ha attraversato le grandi trasformazioni politiche, culturali e spirituali del nostro tempo, capace di parlare a milioni di giovani e di richiamare il mondo alla dignità della persona umana.
Tre pontefici, tre storie diverse, tre testimonianze che appartengono alla memoria viva di generazioni ancora presenti. Eppure, quanto spazio occupano concretamente nelle nostre chiese? Quanto sono conosciuti dalle nuove generazioni, al di là delle immagini televisive e dei ricordi di famiglia?
E poi c'è santa Teresa di Calcutta, che ha fatto della vicinanza agli ultimi, ai moribondi e agli abbandonati la ragione stessa della propria esistenza. La sua figura ha superato i confini della religione, diventando un simbolo universale della carità. Una donna che non ha avuto bisogno di grandi discorsi per rendere visibile il Vangelo: lo ha fatto attraverso la vita.
E arriviamo ai nostri giorni, a san Carlo Acutis, il ragazzo morto nel 2006, a soli quindici anni, canonizzato nel settembre 2025 da papa Leone XIV. Un giovane appassionato di informatica, profondamente legato all'Eucaristia, che utilizzò le competenze digitali per realizzare progetti dedicati alla fede. È diventato una figura simbolica della santità nell'era digitale, spesso definito il patrono di Internet e degli internauti.
E accanto a lui c'è san Pier Giorgio Frassati, giovane laico impegnato nella vita sociale e nella carità verso i poveri, canonizzato nella stessa celebrazione del 7 settembre 2025.
Che cosa hanno in comune queste figure? Non l'epoca, non l'estrazione sociale, non il modo di vivere la fede. Hanno in comune il fatto di dimostrare che la santità non appartiene a un mondo scomparso: può manifestarsi nella politica e nell'impegno sociale, nella responsabilità pastorale, nel servizio ai poveri, nella vita quotidiana e persino attraverso le tecnologie che hanno cambiato la nostra esistenza.
Sono santi che parlano il linguaggio del nostro tempo. E proprio per questo dovrebbero essere molto più presenti nella vita concreta delle comunità cristiane.
Arriviamo al punto più delicato.
Chi frequenta chiese e santuari conosce bene la ricchezza delle immagini sacre. Statue di santi vissuti secoli fa, cappelle dedicate a figure della tradizione, raffigurazioni che raccontano la storia della fede attraverso le generazioni.
È un patrimonio prezioso, che non deve essere cancellato né mortificato.
Ma perché questa ricchezza iconografica non si arricchisce con altrettanta convinzione delle figure che la Chiesa stessa ha riconosciuto come sante nel nostro tempo?
Perché un giovane dovrebbe trovare così facilmente il volto di santi vissuti centinaia di anni fa e non altrettanto facilmente quello di Carlo Acutis? Perché la testimonianza di Teresa di Calcutta, di Giovanni Paolo II o di Pier Giorgio Frassati non dovrebbe avere una presenza visibile e riconoscibile negli spazi ecclesiali, nelle cappelle, nei percorsi di catechesi e nei luoghi frequentati dalle nuove generazioni?
Non si tratta di chiedere che ogni chiesa si trasformi in una galleria di personaggi contemporanei. E non sarebbe corretto affermare che nessuna comunità abbia già provveduto a farlo: esistono iniziative, immagini, reliquie e luoghi di venerazione dedicati anche ai santi più recenti.
La questione è un'altra: perché questa presenza non è diventata una scelta pastorale diffusa, consapevole e sistematica?
La Chiesa ha il diritto di custodire la propria tradizione. Ma ha anche il dovere di renderla comprensibile e di testimoniare che quella tradizione non è una realtà immobile, conclusa nel passato.
Una statua non è un semplice ornamento. Un'immagine sacra racconta, evoca, educa. Suggerisce a chi entra in una chiesa chi merita di essere ricordato, quali vite vale la pena conoscere, quali esempi possono orientare un'esistenza.
Se i santi contemporanei restano ai margini di questo racconto visivo, non sorprende che finiscano ai margini anche dell'immaginario religioso di tanti fedeli.
Da anni sentiamo parlare della necessità di recuperare il rapporto con le nuove generazioni. Si organizzano incontri, giornate mondiali, pellegrinaggi, iniziative di aggregazione. Si cercano linguaggi nuovi, si investe nella comunicazione digitale, si invitano i ragazzi a riscoprire la bellezza della fede.
Tutto giusto. Tutto necessario.
Ma non basta convocare i giovani nelle piazze se poi non si è capaci di raccontare loro, nella quotidianità delle parrocchie, una santità che possano riconoscere come possibile anche per la propria vita.
Non basta celebrare Carlo Acutis in una grande cerimonia se, una volta terminati i riflettori, la sua storia non trova spazio stabile nella formazione religiosa dei ragazzi.
Non basta ricordare Giovanni Paolo II nelle ricorrenze solenni se il suo insegnamento, il suo coraggio e la sua capacità di parlare alle nuove generazioni non vengono trasmessi in modo comprensibile.
Non basta citare Madre Teresa come esempio di carità se non si accompagna quella citazione con un impegno concreto verso i poveri, gli emarginati e gli invisibili delle nostre città.
La santità non è un marchio da esibire nelle celebrazioni. È una proposta di vita.
E se la Chiesa vuole davvero parlare ai giovani, deve smettere di considerarli soltanto destinatari di iniziative e cominciare a riconoscerli come persone che hanno bisogno di modelli credibili, storie concrete e testimonianze capaci di suscitare domande.
Un ragazzo che scopre che Carlo Acutis aveva la sua età, usava un computer, coltivava interessi contemporanei e, nello stesso tempo, viveva intensamente la propria fede, può cominciare a pensare che il Vangelo non sia soltanto una storia raccontata dagli adulti.
Una ragazza che conosce l'impegno di Teresa di Calcutta può interrogarsi sul significato del servizio agli altri.
Un giovane che incontra la storia di Pier Giorgio Frassati può scoprire che la fede non esclude la vita sociale, l'amicizia, la partecipazione e la responsabilità verso chi soffre.
Ecco perché questi santi devono essere conosciuti, raccontati e resi visibili. Non per sostituire quelli antichi, ma per dimostrare che la santità non è una reliquia del passato.
C'è una contraddizione che la gerarchia ecclesiastica dovrebbe affrontare con maggiore franchezza.
La Chiesa possiede una storia straordinaria, un patrimonio artistico immenso, una tradizione spirituale che attraversa i secoli. Ma questo patrimonio, se non viene accompagnato da una capacità di comunicazione e di testimonianza, rischia di diventare incomprensibile proprio a coloro che dovrebbero ereditarlo.
Una chiesa può essere bellissima e, allo stesso tempo, apparire distante. Può custodire opere d'arte inestimabili senza riuscire a trasmettere il loro significato. Può celebrare la santità con grande solennità e tuttavia non riuscire a far comprendere che cosa significhi essere santi nel mondo di oggi.
È un problema pastorale, culturale e persino comunicativo.
E riguarda anche la responsabilità dei vescovi, dei parroci, dei responsabili dei santuari e di chi si occupa della formazione religiosa. Non si può lasciare alla casualità, alla devozione individuale o alla notorietà mediatica il compito di far conoscere i santi contemporanei.
Occorre una scelta precisa: dare loro spazio, raccontarne le vite, proporli come figure di riferimento, valorizzarli nei percorsi educativi e renderli visibili nei luoghi di culto.
Non è una questione di marketing religioso. È una questione di coerenza.
Se la Chiesa proclama che la santità è possibile in ogni epoca, deve anche saperlo dimostrare attraverso il modo in cui presenta e trasmette la propria storia.
Non si chiede alla Chiesa di rinnegare i propri santi. Sarebbe assurdo. Non si chiede di rimuovere le statue antiche, di cancellare la memoria dei martiri o di ridimensionare figure che hanno alimentato la fede di intere generazioni.
Si chiede qualcosa di molto più semplice e, al tempo stesso, molto più impegnativo: smettere di trattare la santità contemporanea come un'aggiunta occasionale a una tradizione che sembra già compiuta.
I santi di ieri devono continuare a parlarci. Ma i santi di oggi devono poterci guardare negli occhi.
Devono entrare nelle nostre chiese, nei nostri santuari, nelle nostre parrocchie e soprattutto nella vita dei giovani. Devono avere volti riconoscibili, storie raccontate con linguaggi accessibili, testimonianze capaci di mostrare che la fede non appartiene soltanto a un'altra epoca.
Perché il rischio è evidente: se i giovani conoscono soltanto i santi di ieri, possono finire per pensare che la santità sia qualcosa di lontano, riservato a persone vissute in condizioni irripetibili. Se non conoscono quelli di oggi, perdono la possibilità di scoprire che la fede può abitare anche il loro tempo, le loro domande, le loro fragilità e le loro aspirazioni.
La Chiesa non può chiedere alle nuove generazioni di guardare al futuro continuando a raccontare la propria storia quasi esclusivamente attraverso le immagini del passato.
E allora la domanda finale è inevitabile: che cosa aspettiamo a dare ai santi del nostro tempo il posto che meritano?
Non basta canonizzarli. Non basta celebrarli una volta all'anno. Non basta riempire le piazze per le grandi occasioni.
Bisogna farli conoscere. Bisogna raccontarli. Bisogna renderli presenti.
Perché una Chiesa che non sa rendere visibile la santità del proprio tempo rischia di trasmettere, anche senza volerlo, l'idea che la santità appartenga soltanto al passato.
E se la Chiesa vuole davvero recuperare i giovani, cominci anche da qui: apra gli occhi, aggiorni il proprio modo di testimoniare e restituisca ai santi di oggi il posto che spetta loro accanto ai santi di ieri.
La tradizione non si difende imbalsamandola. Si difende dimostrando che è ancora viva.
E questo, oggi, è uno sveglione che la Chiesa non può più permettersi di ignorare.
Santi di ieri e di oggi
L’Église célèbre les saints d’hier, mais quelle place accorde-t-elle aux saints de notre temps ?
Dans nos églises et nos sanctuaires, les statues et les représentations des saints d’autrefois occupent une place importante. Cet héritage spirituel et artistique mérite d’être préservé. Mais pourquoi les saints contemporains restent-ils si peu visibles, alors qu’ils pourraient offrir aux jeunes générations des modèles de foi proches de leur époque et de leur expérience ?
De saint Jean XXIII à saint Paul VI, de saint Jean-Paul II à sainte Teresa de Calcutta, jusqu’à saint Carlo Acutis et saint Pier Giorgio Frassati, l’Église a reconnu la sainteté de femmes et d’hommes qui ont vécu dans un monde semblable au nôtre, confrontés aux défis de la modernité.
Carlo Acutis, jeune passionné d’informatique, témoigne que la foi peut aussi s’exprimer à l’ère numérique. Teresa de Calcutta incarne la charité envers les plus pauvres. Jean-Paul II a su parler à des millions de jeunes. Autant de figures qui démontrent que la sainteté n’appartient pas seulement au passé.
Pourtant, combien de jeunes connaissent réellement ces témoins ? Combien peuvent les reconnaître dans les églises qu’ils fréquentent ? Il ne s’agit évidemment pas de remplacer les saints d’autrefois, mais de donner aux saints d’aujourd’hui la place qu’ils méritent.
L’Église ne peut pas déplorer l’éloignement des jeunes tout en négligeant de leur présenter des exemples capables de leur parler. Canoniser un saint ne suffit pas : encore faut-il faire connaître sa vie, transmettre son message et rendre son témoignage visible dans les paroisses, les sanctuaires et les lieux de formation chrétienne.
La tradition ne se défend pas en restant figée dans le passé, mais en démontrant qu’elle est toujours vivante.
Il est temps que l’Église ouvre les yeux et comprenne que les saints d’hier doivent continuer à nous inspirer, mais que les saints d’aujourd’hui doivent aussi pouvoir nous parler, nous interpeller et guider les nouvelles générations.
Car une Église qui ne sait pas rendre visible la sainteté de son époque risque de donner l’impression que la sainteté appartient à un monde disparu.
Canoniser les saints, c’est bien. Les faire connaître et les rendre présents dans la vie des fidèles, c’est indispensable. Voilà un réveil que l’Église ne peut plus remettre à demain.




