Mentre l'Italia aspetta risposte, il campo largo discute di chi dovrà sedersi a Palazzo Chigi
C'è un'immagine della politica italiana di questi giorni che vale più di mille dichiarazioni: mentre il Paese chiede risposte, il centrosinistra discute di chi dovrà guidare il centrosinistra.
Elly Schlein e Giuseppe Conte accusano la maggioranza di pensare alle poltrone. È una critica che hanno rivolto con forza al Governo Meloni durante il confronto sulla nuova legge elettorale. Ma c'è una domanda che viene spontanea: e nel cosiddetto campo largo, di che cosa si sta discutendo in queste settimane?
Di programmi? Certamente, ma soprattutto della leadership.
La nuova legge elettorale obbliga infatti le coalizioni a indicare il candidato alla presidenza del Consiglio prima delle elezioni. E così è esploso il problema che il campo largo aveva accuratamente rinviato: chi comanda? Chi sarà il candidato premier? Schlein o Conte?
Schlein sostiene che la leadership debba spettare alla forza politica che ottiene più voti. Conte insiste sulla necessità delle primarie per affidare agli elettori la scelta. Non è una differenza marginale: è una disputa sul potere e sulla guida futura della coalizione.
E allora lasciamo perdere per un momento gli slogan e guardiamo la realtà.
L'Italia ha problemi enormi
Il Paese deve fare i conti con salari e potere d'acquisto, costo della vita, sanità pubblica sotto pressione, liste d'attesa, costi dell'energia, difficoltà di molte imprese, produttività e crescita economica. Sono questioni che non appartengono né alla destra né alla sinistra: appartengono agli italiani.
Lo stesso Giuseppe Conte, intervenendo alla Camera nei mesi scorsi, aveva elencato crollo degli stipendi, carovita, produzione industriale, prezzi dei carburanti, liste d'attesa e sicurezza tra le emergenze che il Parlamento avrebbe dovuto affrontare. Schlein, nello stesso dibattito, aveva richiamato salario minimo, personale sanitario e sostegno alle famiglie.
Bene.
Ma allora la domanda è semplice: dov'è il progetto complessivo del campo largo per affrontare questi problemi?
Perché un'alternativa di governo non può nascere semplicemente dalla somma di un “no” a Meloni, del PD, del Movimento 5 Stelle e di altri partiti.
Serve un programma.
E soprattutto serve spiegare agli italiani come realizzarlo.
E anche il Governo Meloni deve rispondere
Questo editoriale non vuole trasformarsi nell'ennesimo processo all'opposizione ignorando le responsabilità di chi governa.
Il Governo Meloni è chiamato a rispondere su questioni pesantissime: il potere d'acquisto delle famiglie, il livello dei salari, la pressione fiscale, la sanità, il costo dell'energia, la competitività delle imprese, la produttività e il debito pubblico.
I numeri sul debito sono tutt'altro che rassicuranti: secondo i dati discussi in Parlamento, il rapporto debito/PIL è salito dal 134,7% del 2024 al 137,1% nel 2025 ed è previsto raggiungere il 138,6% nel 2026.
E c'è poi il tema della legge elettorale.
La maggioranza sostiene che la nuova legge serva a garantire stabilità e governabilità. La riforma prevede un sistema proporzionale e un premio di maggioranza per la coalizione che supera il 42% dei voti, oltre all'indicazione preventiva del candidato premier.
L'opposizione contesta invece il premio di maggioranza, il modo con cui la riforma è stata portata avanti e il ruolo che le leadership di partito continuerebbero ad avere nella scelta dei parlamentari. Sono critiche politiche precise e vanno discusse nel merito.
La vera questione sono gli italiani, non Palazzo Chigi
Ed eccoci al punto.
È comprensibile che ogni forza politica voglia vincere le elezioni. È normale che i leader discutano di alleanze e di leadership. Ma quando queste discussioni diventano il centro dell'azione politica, mentre fuori dai palazzi milioni di persone fanno i conti con problemi concreti, la politica rischia di apparire distante dalla realtà.
Il problema non è che Schlein voglia guidare una coalizione.
Il problema non è che Conte voglia sottoporre la leadership alle primarie.
Il problema è se la discussione sulla leadership viene prima della discussione sul progetto per l'Italia.
Perché agli italiani non basta sapere chi siederà sulla poltrona di Palazzo Chigi.
Vogliono sapere quanto guadagneranno.
Quanto pagheranno di tasse.
Quanto dovranno aspettare per una visita medica.
Quanto costerà loro l'energia.
Se i loro figli troveranno un lavoro.
Se un'impresa riuscirà ancora a produrre e assumere.
Se il loro territorio riceverà infrastrutture e servizi.
Queste sono le domande.
Il paradosso del campo largo
Ed è qui che emerge il paradosso.
Schlein accusa la maggioranza di avere come slogan “prima le poltrone”. Ma contemporaneamente il campo largo deve ancora risolvere la questione di chi sarà il candidato premier.
Conte chiede le primarie.
Schlein rivendica il ruolo della forza politica più grande.
E intorno a loro si muovono partiti e leader che devono decidere quale spazio occupare nella futura coalizione.
Tutto legittimo.
Ma difficilmente appassionante per chi, fuori da Montecitorio, sta cercando semplicemente di arrivare alla fine del mese.
Prima il programma, poi la poltrona
La politica dovrebbe funzionare al contrario.
Prima si costruisce un progetto.
Poi si individuano le persone capaci di realizzarlo.
Infine gli elettori scelgono.
Se invece si parte dalla domanda “chi farà il presidente del Consiglio?”, il rischio è che il programma diventi soltanto la cornice dentro cui sistemare le ambizioni dei leader.
E questo vale per tutti.
Vale per Meloni e per la maggioranza.
Vale per Schlein e Conte.
Vale per qualunque futuro schieramento.
Perché una democrazia seria non dovrebbe chiedere agli elettori di scegliere semplicemente chi occuperà una poltrona.
Dovrebbe chiedere loro quale idea di Paese vogliono.
L'Italia ha bisogno di una politica che discuta di salari, sanità, lavoro, imprese, scuola, energia, sicurezza, infrastrutture, debito e futuro dei giovani.
Le poltrone possono aspettare.
I problemi degli italiani no.
Elly e Giuseppi pensano alle poltrone
Pendant que les Italiens comptent leurs dépenses, Schlein et Conte se demandent qui prendra la place de Meloni
Il fallait oser.
Accuser le gouvernement de penser aux fauteuils tout en passant son temps à discuter de celui ou celle qui devra s’asseoir dans le fauteuil de Palazzo Chigi.
C’est pourtant le spectacle offert aujourd’hui par le « champ large » de l’opposition italienne.
Elly Schlein, secrétaire du Parti démocrate, accuse la majorité de penser aux postes. Giuseppe Conte tient un discours similaire. Les deux dénoncent les choix du gouvernement Meloni et prétendent incarner l’alternative.
Très bien.
Mais une question mérite d’être posée : quelle alternative proposent-ils réellement aux Italiens ?
Car derrière les déclarations solennelles, une question revient obstinément : qui sera le prochain candidat au poste de président du Conseil ? Elly Schlein ou Giuseppe Conte ?
Voilà le véritable problème du « champ large ».
Un pays en difficulté, une opposition occupée à compter les places
Pendant que les dirigeants de l’opposition discutent de leadership, l’Italie doit affronter une longue liste de problèmes.
Les salaires restent sous pression. Le coût de la vie pèse sur les familles. Les services de santé sont confrontés aux listes d’attente et aux difficultés de recrutement. Les entreprises doivent composer avec des coûts élevés et une croissance insuffisante. Les jeunes continuent de rencontrer d’importantes difficultés pour construire leur avenir professionnel et familial.
Et que répond le « champ large » ?
Qui sera le candidat ?
Comment répartir les circonscriptions ?
Quel parti pèsera le plus lourd ?
Qui aura le dernier mot ?
Les Italiens, eux, attendent autre chose.
Ils veulent savoir comment augmenter les salaires.
Comment réduire le coût de la vie.
Comment rendre les soins de santé accessibles dans des délais raisonnables.
Comment soutenir les entreprises.
Comment créer des emplois qualifiés.
Comment empêcher une génération entière de considérer l’émigration comme la seule possibilité de construire son avenir.
Et le gouvernement Meloni n’est pas dispensé de répondre
Il serait trop facile de transformer cette critique de l’opposition en plaidoyer pour le gouvernement.
Le gouvernement Meloni doit lui aussi rendre des comptes.
Sur le pouvoir d’achat.
Sur les salaires.
Sur la fiscalité.
Sur la santé publique.
Sur le coût de l’énergie.
Sur la croissance.
Sur la productivité.
Sur la dette publique.
Sur les infrastructures.
Et surtout sur sa capacité à transformer les annonces politiques en résultats concrets.
Gouverner ne consiste pas seulement à gagner une élection. Gouverner signifie répondre, chaque jour, aux problèmes réels du pays.
La réforme électorale : stabilité ou nouvelle bataille de pouvoir ?
La nouvelle loi électorale ajoute une autre dimension au débat.
La majorité présente la réforme comme un instrument destiné à assurer davantage de stabilité gouvernementale. Elle prévoit notamment une prime majoritaire pour la coalition dépassant 42 % des voix et impose de clarifier avant le scrutin le candidat au poste de président du Conseil.
L’opposition y voit, au contraire, une réforme conçue pour favoriser la majorité et conteste plusieurs de ses mécanismes.
Le débat est légitime.
Mais il existe un risque évident : que la réforme électorale devienne une bataille sur les règles du jeu avant même que les partis ne présentent clairement le jeu qu’ils veulent jouer.
Une loi électorale devrait être conçue pour améliorer la représentation démocratique et la stabilité institutionnelle, pas pour devenir un simple instrument de confrontation entre les appareils politiques.
Schlein contre Conte : le véritable match
Et voici le paradoxe.
Elly Schlein reproche à la majorité de penser aux fauteuils.
Giuseppe Conte dénonce lui aussi la logique des postes.
Mais lorsque vient le moment de parler de l’après-Meloni, le « champ large » se retrouve confronté à sa propre question des fauteuils.
Schlein considère que le candidat devrait être lié au poids électoral des différentes forces.
Conte défend l’idée de primaires.
Derrière cette différence se cache une question beaucoup plus simple :
qui dirigera ?
Ce n’est pas illégitime.
Mais ce n’est pas non plus ce qui mettra du pain sur la table des familles italiennes.
L’Italie n’a pas besoin d’un casting pour Palazzo Chigi
L’Italie n’a pas besoin d’un casting pour Palazzo Chigi.
Elle a besoin d’un projet.
Un vrai.
Avec des chiffres.
Avec des priorités.
Avec des échéances.
Avec des responsabilités clairement identifiées.
Dire « nous sommes contre Meloni » ne constitue pas un programme de gouvernement.
Dire que le gouvernement fait mal les choses ne suffit pas davantage.
Il faut expliquer ce que l’on ferait à sa place.
Et surtout combien cela coûterait.
Parce qu’il existe une vieille maladie de la politique italienne : promettre beaucoup, expliquer peu et présenter ensuite la facture aux générations suivantes.
Les fauteuils peuvent attendre
Les Italiens ne demandent pas à savoir qui rêve de Palazzo Chigi.
Ils demandent qui peut répondre à leurs problèmes.
Ils ne demandent pas qui sera le prochain chef de coalition.
Ils demandent comment payer leur loyer, leur crédit, leurs factures et leurs courses.
Ils ne demandent pas qui remportera la bataille des primaires.
Ils demandent si leurs enfants auront un travail.
Ils ne demandent pas quelle formation politique aura le plus de candidats au Parlement.
Ils demandent si l’État sera capable de garantir des services publics efficaces.
Voilà la différence entre une politique préoccupée par le pouvoir et une politique préoccupée par le pays.
La première regarde les fauteuils.
La seconde regarde les citoyens.
Et aujourd’hui, Schlein, Conte et Meloni devraient tous se souvenir d’une chose :
les fauteuils de Palazzo Chigi appartiennent temporairement à ceux qui gouvernent. Les problèmes de l’Italie, eux, appartiennent durablement à tous les Italiens.
Les fauteuils peuvent attendre.
L’Italie, elle, ne peut plus attendre.




