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Chez Nous | 08 ottobre 2026, 08:00

L’école aujourd’hui et l’antifascisme d’hier et d’aujourd’hui

Scuola oggi e antifascismo di ieri e di oggi

L’école aujourd’hui et l’antifascisme d’hier et d’aujourd’hui

Scuola oggi e antifascismo di ieri e di oggi

C'è un modo semplice, e forse anche un po' abusato, per parlare di Resistenza e antifascismo: quello delle celebrazioni, delle ricorrenze, dei discorsi ufficiali e delle parole che, ripetute ogni anno, rischiano prima o poi di perdere significato.

Poi ci sono venti classi di ragazze e ragazzi che prendono in mano matite e pennarelli e provano a raccontare la storia della Valle d'Aosta attraverso un fumetto.

Ed è forse proprio qui che la memoria torna a essere qualcosa di vivo.

La seconda edizione del progetto “Resistenza, Liberazione, Autonomia. I ragazzi raccontano la Valle d'Aosta a fumetti”, promosso dal CELVA, ha coinvolto venti classi delle scuole primarie e secondarie di primo grado. Venti nuovi lavori che si aggiungono ai sei realizzati nella prima edizione e che diventeranno una mostra itinerante destinata ai Comuni valdostani.

Non è soltanto un progetto didattico. È un esperimento interessante su come una comunità possa provare a trasmettere la propria memoria alle generazioni che non hanno conosciuto direttamente gli uomini e le donne della Resistenza.

Perché il tempo passa. E passa anche per l'antifascismo.

I ragazzi di oggi non hanno conosciuto il fascismo, non hanno conosciuto la guerra, non hanno conosciuto la clandestinità, la paura, la fame, la scelta difficile tra obbedire e ribellarsi. Per loro il 1943, il 1945, la Liberazione e la nascita dell'autonomia appartengono a un passato sempre più lontano.

E allora la domanda è inevitabile: come si può parlare di antifascismo a chi vive in una società nella quale il fascismo storico è ormai esperienza dei libri di storia?

La risposta non può essere soltanto quella di ripetere una parola.

Antifascismo, per le nuove generazioni, dovrebbe significare prima di tutto comprendere che la libertà non è un bene scontato. Che la democrazia non è un meccanismo automatico. Che i diritti conquistati dalle generazioni precedenti non sono necessariamente garantiti per sempre.

Ma significa anche capire che la storia non è fatta soltanto dai grandi nomi e dai grandi avvenimenti. È fatta dalle persone comuni, dalle famiglie, dai paesi, dalle comunità.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del progetto del CELVA.

Le storie raccontate dai ragazzi recuperano infatti anche memorie locali, episodi tramandati oralmente, vicende familiari e comunitarie che rischierebbero, con il passare degli anni, di scomparire. La grande Storia entra così nelle case e nei villaggi della Valle d'Aosta.

È una scelta particolarmente significativa in una regione nella quale Resistenza, Liberazione e autonomia sono intrecciate in maniera profonda.

Perché parlare della Resistenza valdostana significa anche parlare delle ragioni che hanno portato alla conquista dell'autonomia speciale. Significa ricordare che l'autonomia non è semplicemente una norma scritta in uno Statuto, ma è il risultato di una storia, di scelte politiche e culturali e di una precisa idea della Valle d'Aosta e del suo rapporto con lo Stato italiano.

Ed è qui che la scuola può svolgere un compito che va persino oltre la semplice trasmissione delle nozioni.

La scuola non deve dire ai ragazzi cosa pensare della storia. Deve metterli nelle condizioni di conoscerla, di interrogarsi, di confrontare fonti e testimonianze, di comprendere la complessità delle scelte compiute da chi li ha preceduti.

Anche perché l'antifascismo di oggi non può essere una parola utilizzata come una sorta di lasciapassare politico. Se vuole conservare il proprio significato, deve continuare a confrontarsi con i valori che ne costituiscono il fondamento: libertà, pluralismo, dignità della persona, partecipazione, rispetto delle istituzioni democratiche e capacità di dissentire.

È una differenza importante.

L'antifascismo come memoria appartiene alla storia. L'antifascismo come cultura democratica appartiene invece anche al presente.

E proprio per questo sarebbe un errore trasformarlo in una materia da imparare a memoria.

I ragazzi dovrebbero poter conoscere anche le contraddizioni, le difficoltà, le diverse sensibilità presenti nella società valdostana di quegli anni. Dovrebbero poter capire che la Resistenza non fu un racconto semplice, lineare e privo di conflitti. Dovrebbero poter conoscere le persone, prima ancora delle etichette.

Perché solo una memoria capace di interrogarsi è una memoria realmente utile.

In questo senso, il fumetto rappresenta uno strumento sorprendentemente efficace. Permette ai ragazzi di non essere semplici destinatari di una lezione, ma di diventare autori. Devono scegliere un episodio, comprendere i personaggi, ricostruire un contesto, decidere come raccontarlo.

In altre parole, devono fare i conti con la storia.

E quando la storia viene raccontata da un ragazzo attraverso una pagina disegnata, forse diventa qualcosa di più di una data sul libro di testo.

Diventa una storia che appartiene anche a lui.

È questo, probabilmente, il risultato più importante dell'iniziativa presentata al CELVA.

Non aver semplicemente spiegato ai giovani che cosa sia stata la Resistenza, ma aver chiesto loro di provare a raccontarla.

E forse è proprio questa la sfida dell'antifascismo di oggi: non limitarsi a custodire una memoria, ma riuscire a trasformarla in una cultura della libertà capace di parlare anche a chi è nato ottant'anni dopo la Liberazione.

Una cultura che, in Valle d'Aosta, può trovare un ulteriore elemento di riflessione nell'autonomia.

Perché anche l'autonomia, come la democrazia, non dovrebbe essere considerata un'eredità da conservare passivamente. È una responsabilità da comprendere, conoscere e, quando necessario, reinterpretare.

La memoria serve a questo.

Non a vivere nel passato.

Ma a capire meglio il presente e ad avere gli strumenti per costruire il futuro.

E se per riuscirci servono anche venti fumetti disegnati da bambini e ragazzi valdostani, tanto meglio.

Scuola oggi e antifascismo di ieri e di oggi

Il existe une manière simple, et peut-être aussi un peu trop utilisée, de parler de la Résistance et de l’antifascisme : celle des célébrations, des anniversaires, des discours officiels et des mots qui, répétés chaque année, risquent tôt ou tard de perdre leur sens.

Et puis il y a vingt classes de filles et de garçons qui prennent des crayons et des feutres et essaient de raconter l’histoire de la Vallée d’Aoste à travers une bande dessinée.

C’est peut-être précisément là que la mémoire redevient quelque chose de vivant.

La deuxième édition du projet « Résistance, Libération, Autonomie. Les jeunes racontent la Vallée d’Aoste en bande dessinée », porté par le CELVA, a impliqué vingt classes des écoles primaires et du premier cycle du secondaire. Vingt nouvelles réalisations qui viennent s’ajouter aux six produites lors de la première édition et qui constitueront une exposition itinérante destinée aux communes valdôtaines.

Il ne s’agit pas seulement d’un projet pédagogique. C’est aussi une expérience intéressante sur la manière dont une communauté peut tenter de transmettre sa mémoire aux générations qui n’ont pas connu directement les hommes et les femmes de la Résistance.

Car le temps passe. Et le temps passe aussi pour l’antifascisme.

Les jeunes d’aujourd’hui n’ont pas connu le fascisme, ils n’ont pas connu la guerre, ils n’ont pas connu la clandestinité, la peur, la faim, le choix difficile entre obéir et se rebeller. Pour eux, 1943, 1945, la Libération et la naissance de l’autonomie appartiennent à un passé toujours plus lointain.

Et alors, la question est inévitable : comment parler d’antifascisme à ceux qui vivent dans une société où le fascisme historique appartient désormais à l’histoire et aux livres scolaires ?

La réponse ne peut pas consister uniquement à répéter un mot.

Pour les nouvelles générations, l’antifascisme devrait avant tout signifier comprendre que la liberté n’est pas un bien acquis une fois pour toutes. Que la démocratie n’est pas un mécanisme automatique. Que les droits conquis par les générations précédentes ne sont pas nécessairement garantis pour toujours.

Mais cela signifie aussi comprendre que l’histoire n’est pas faite uniquement de grands noms et de grands événements. Elle est faite de personnes ordinaires, de familles, de villages, de communautés.

Et c’est précisément l’un des aspects les plus intéressants du projet du CELVA.

Les histoires racontées par les jeunes permettent en effet de retrouver des mémoires locales, des épisodes transmis oralement, des événements familiaux et communautaires qui risqueraient, avec le passage des années, de disparaître. La grande Histoire entre ainsi dans les maisons et dans les villages de la Vallée d’Aoste.

C’est un choix particulièrement significatif dans une région où Résistance, Libération et autonomie sont profondément liées.

Car parler de la Résistance valdôtaine, c’est aussi parler des raisons qui ont conduit à la conquête de l’autonomie spéciale. Cela signifie rappeler que l’autonomie n’est pas simplement une norme inscrite dans un Statut, mais le résultat d’une histoire, de choix politiques et culturels et d’une conception précise de la Vallée d’Aoste et de ses relations avec l’État italien.

Et c’est là que l’école peut accomplir une mission qui va même au-delà de la simple transmission des connaissances.

L’école ne doit pas dire aux jeunes ce qu’ils doivent penser de l’histoire. Elle doit leur donner les moyens de la connaître, de s’interroger, de confronter les sources et les témoignages, de comprendre la complexité des choix faits par ceux qui les ont précédés.

Car l’antifascisme d’aujourd’hui ne peut pas être un mot utilisé comme une sorte de laissez-passer politique. S’il veut conserver son sens, il doit continuer à se confronter aux valeurs qui en constituent le fondement : liberté, pluralisme, dignité de la personne, participation, respect des institutions démocratiques et capacité à exprimer son désaccord.

La différence est importante.

L’antifascisme comme mémoire appartient à l’histoire. L’antifascisme comme culture démocratique appartient, lui aussi, au présent.

Et c’est précisément pour cette raison qu’il serait une erreur de le transformer en une matière à apprendre par cœur.

Les jeunes devraient pouvoir connaître également les contradictions, les difficultés et les différentes sensibilités présentes dans la société valdôtaine de cette époque. Ils devraient pouvoir comprendre que la Résistance ne fut pas un récit simple, linéaire et dépourvu de conflits. Ils devraient pouvoir connaître les personnes, avant même les étiquettes.

Car seule une mémoire capable de s’interroger est une mémoire réellement utile.

Dans cette perspective, la bande dessinée représente un outil étonnamment efficace. Elle permet aux jeunes de ne pas être de simples destinataires d’un cours, mais de devenir eux-mêmes des auteurs. Ils doivent choisir un épisode, comprendre les personnages, reconstruire un contexte, décider comment le raconter.

En d’autres termes, ils doivent se confronter à l’histoire.

Et lorsque l’histoire est racontée par un jeune à travers une page dessinée, elle devient peut-être quelque chose de plus qu’une date dans un manuel scolaire.

Elle devient une histoire qui lui appartient aussi.

C’est probablement le résultat le plus important de l’initiative présentée au CELVA.

Ne pas avoir simplement expliqué aux jeunes ce qu’a été la Résistance, mais leur avoir demandé d’essayer de la raconter.

Et c’est peut-être précisément là que se trouve le défi de l’antifascisme aujourd’hui : ne pas se limiter à préserver une mémoire, mais parvenir à la transformer en une culture de la liberté capable de parler également à ceux qui sont nés quatre-vingts ans après la Libération.

Une culture qui, en Vallée d’Aoste, peut trouver un élément supplémentaire de réflexion dans l’autonomie.

Car l’autonomie, elle aussi, comme la démocratie, ne devrait pas être considérée comme un héritage à conserver passivement. Elle est une responsabilité qu’il faut comprendre, connaître et, lorsque cela est nécessaire, réinterpréter.

La mémoire sert à cela.

Non pas à vivre dans le passé.

Mais à mieux comprendre le présent et à disposer des outils nécessaires pour construire l’avenir.

Et si, pour y parvenir, il faut aussi vingt bandes dessinées réalisées par des enfants et des jeunes valdôtains, tant mieux.

piero.minuzzo@gmail.com

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