C'è un passaggio dell'intervista che il vescovo di Aosta, monsignor Franco Lovignana, ha rilasciato al Corriere della Valle, il settimanale della Diocesi diretto da Fabrizio Favre, che, più di altri, merita di essere sottolineato: «Non si tratta di parole».
È una frase semplice, ma decisiva, perché restituisce alla discussione sull'Aosta Pride una dimensione che troppo spesso il dibattito pubblico dimentica: dietro le categorie, le definizioni, le appartenenze e le contrapposizioni ci sono persone.
L'intervista nasce da una polemica precisa. Un post pubblicato sullo stato privato di WhatsApp del segretario del vescovo aveva provocato reazioni e interrogativi, fino alla richiesta, da parte di Arcigay-Queer VdA, di sapere se quel contenuto rappresentasse la posizione della Diocesi. La risposta di monsignor Lovignana è stata chiara: no.
E mi pare una precisazione non soltanto doverosa, ma anche importante sul piano istituzionale. Una Diocesi non parla attraverso gli stati personali di WhatsApp, così come un Comune non parla attraverso il profilo privato di un assessore o una Regione attraverso quello personale di un suo dirigente. Le posizioni ufficiali hanno canali, responsabilità e forme precise.
Ma il punto interessante viene dopo.
Perché il vescovo, chiamato a esprimersi sull'Aosta Pride, sceglie di non entrare nella logica dello scontro. Non demonizza la manifestazione, non pretende di dettare ciò che gli altri devono pensare e, soprattutto, non accetta che le persone vengano ridotte a un'etichetta.
È una posizione che condivido.
In una società libera tutti devono poter esprimere le proprie convinzioni, comprese quelle religiose e morali. Ma la libertà di espressione non può trasformarsi nella pretesa di imporre agli altri la propria visione del mondo. Vale per chi manifesta a un Pride e vale, con la stessa identica forza, per chi guarda a quei temi attraverso la propria fede cristiana.
Il vescovo lo dice con parole molto nette: la Chiesa, quando parla di affettività, sessualità, matrimonio e castità, richiama il Vangelo e la propria tradizione di fede. Non sarebbe serio chiedere alla Chiesa di rinunciare a ciò che insegna per risultare più gradita al clima culturale del momento.
Ma altrettanto importante è ciò che Lovignana dice subito dopo: la dottrina non può diventare un alibi per classificare le persone.
«Non dobbiamo perdere una grande ricchezza che il cristianesimo ha portato alla nostra civiltà, cioè la scoperta e il rispetto della dignità di ogni persona».
È probabilmente questo il cuore dell'intervista.
E qui sta anche una lezione che va oltre la vicenda dell'Aosta Pride. Una comunità cristiana può mantenere le proprie convinzioni morali senza trasformarle in disprezzo verso chi quelle convinzioni non le condivide. Può dire ciò che ritiene vero senza negare dignità a chi percorre un'altra strada.
Anzi, proprio perché la Chiesa ritiene di avere qualcosa da dire sull'uomo e sulla sua vita, ha il dovere di farlo senza paura, ma anche senza aggressività.
Il vescovo racconta di aver incontrato in questi anni molte persone che si definiscono omosessuali, compresi alcuni attivisti. E afferma di aver trovato, nel confronto, non necessariamente una convergenza, ma ascolto, dialogo e rispetto.
Questa è una distinzione fondamentale.
Il dialogo non significa necessariamente arrivare alla stessa conclusione. Significa riconoscere nell'altro un interlocutore degno di essere ascoltato. Significa poter rimanere su posizioni differenti e, alla fine, stringersi la mano.
È una concezione del confronto che oggi sembra quasi rivoluzionaria.
Viviamo infatti in un tempo nel quale troppo spesso si pretende che il confronto produca immediatamente un vincitore e uno sconfitto. Se non condividi una posizione, devi essere necessariamente contro qualcuno. Se difendi una tradizione, vieni accusato di essere ostile al cambiamento; se sostieni un cambiamento, rischi di essere liquidato come nemico della tradizione.
Il vescovo di Aosta propone invece un'altra strada: possiamo pensarla diversamente senza smettere di riconoscerci reciprocamente come persone.
E questo vale anche per Aosta Pride.
Non è necessario che la Chiesa condivida ogni messaggio, ogni impostazione culturale o ogni rivendicazione associata al Pride. Allo stesso modo, chi partecipa al Pride non deve necessariamente condividere l'antropologia cristiana. La libertà consiste anche nella possibilità di convivere con queste differenze.
Per questo trovo particolarmente significativa la scelta di monsignor Lovignana di non voler commentare «l'evento o gli eventi legati all'Aosta-Pride», ma di parlare piuttosto delle persone.
È una scelta che sottrae la discussione alla propaganda e la riporta alla sua dimensione più umana.
E c'è un altro elemento che merita attenzione: il riconoscimento, da parte del vescovo, che «molti passi vanno ancora compiuti» affinché la comunità cristiana sappia tradurre concretamente ciò che il Catechismo chiede, a partire dalla delicatezza, dal rispetto e dall'eliminazione di ogni discriminazione.
Non è una frase scontata. È, al contrario, un'assunzione di responsabilità.
Perché una Chiesa che vuole essere fedele al proprio messaggio non può limitarsi a proclamare principi. Deve anche verificare come quei principi vengono vissuti nelle relazioni quotidiane, nelle parrocchie, nelle comunità, negli incontri personali.
Il cristianesimo, del resto, non nasce dalle etichette. Nasce dall'incontro.
Ed è proprio questa, a mio avviso, la parte più convincente delle parole del vescovo di Aosta: ricordare che prima dell'orientamento sessuale viene la persona. Prima dell'attivista c'è una persona. Prima del credente o del non credente c'è una persona. Prima ancora delle nostre rispettive convinzioni viene quella dignità umana che dovrebbe rappresentare il terreno comune sul quale costruire una società capace di discutere senza odiarsi.
L'Aosta Pride può essere discusso, criticato, sostenuto o guardato con diffidenza. È parte del confronto democratico. Ma nessuna discussione sul Pride dovrebbe mai diventare una discussione sulla dignità delle persone.
E forse proprio qui sta il valore delle parole di monsignor Lovignana.
Non chiede alla Chiesa di rinunciare alla propria identità per essere accogliente. E non chiede agli altri di rinunciare alle proprie convinzioni per dialogare con la Chiesa.
Dice qualcosa di più difficile: possiamo essere diversi, possiamo pensarla diversamente, possiamo persino rimanere su posizioni inconciliabili su alcune questioni, e tuttavia continuare ad ascoltarci, rispettarci e riconoscerci.
In tempi nei quali è diventato fin troppo facile trasformare una differenza di opinione in una contrapposizione personale, non è poco.
È, anzi, una buona ragione per prendere sul serio le parole del vescovo di Aosta.
Il Vescovo di Aosta e Aosta Pride
Il y a un passage de l’interview accordée par l’évêque d’Aoste, Mgr Franco Lovignana, au Corriere della Valle, l’hebdomadaire du diocèse dirigé par Fabrizio Favre, qui mérite plus que tout autre d’être souligné : « Il ne s’agit pas de paroles ».
Une phrase simple, mais essentielle, parce qu’elle ramène le débat sur l’Aosta Pride à une dimension que le débat public oublie trop souvent : derrière les catégories, les définitions, les appartenances et les oppositions, il y a des personnes.
L’interview fait suite à une polémique bien précise. Un message publié sur le statut WhatsApp privé du secrétaire de l’évêque avait suscité des réactions et des interrogations, jusqu’à la demande formulée par Arcigay-Queer VdA de savoir si ce contenu exprimait la position du diocèse. La réponse de Mgr Lovignana a été claire : non.
Cette précision me paraît non seulement nécessaire, mais également importante sur le plan institutionnel. Un diocèse ne s’exprime pas à travers les statuts WhatsApp personnels, tout comme une commune ne s’exprime pas à travers le profil privé d’un conseiller municipal, ni une Région à travers le compte personnel de l’un de ses dirigeants. Les positions officielles ont leurs propres canaux, leurs responsabilités et leurs formes.
Mais l’élément le plus intéressant vient ensuite.
Invité à s’exprimer sur l’Aosta Pride, l’évêque choisit de ne pas entrer dans une logique d’affrontement. Il ne diabolise pas la manifestation, ne prétend pas dicter aux autres ce qu’ils doivent penser et, surtout, refuse que les personnes soient réduites à une étiquette.
C’est une position que je partage.
Dans une société libre, chacun doit pouvoir exprimer ses convictions, y compris ses convictions religieuses et morales. Mais la liberté d’expression ne peut se transformer en prétention d’imposer aux autres sa propre vision du monde. Cela vaut pour ceux qui participent à une Pride comme pour ceux qui regardent ces questions à travers leur foi chrétienne.
L’évêque le dit très clairement : lorsque l’Église parle d’affectivité, de sexualité, de mariage ou de chasteté, elle se réfère à l’Évangile et à sa propre tradition de foi. Il ne serait pas sérieux de demander à l’Église de renoncer à ce qu’elle enseigne simplement pour être davantage en phase avec l’air du temps.
Mais ce que Mgr Lovignana affirme immédiatement après est tout aussi important : la doctrine ne peut devenir un prétexte pour enfermer les personnes dans des catégories.
« Nous ne devons pas perdre une grande richesse que le christianisme a apportée à notre civilisation : la découverte et le respect de la dignité de chaque personne. »
C’est probablement là le cœur de l’interview.
Et c’est aussi là que se trouve une leçon qui dépasse largement la question de l’Aosta Pride. Une communauté chrétienne peut rester fidèle à ses convictions morales sans transformer ces convictions en mépris envers ceux qui ne les partagent pas. Elle peut affirmer ce qu’elle considère comme vrai sans nier la dignité de ceux qui empruntent un autre chemin.
Plus encore : précisément parce que l’Église considère avoir quelque chose à dire sur l’homme et sur sa vie, elle a le devoir de le faire sans peur, mais aussi sans agressivité.
L’évêque raconte avoir rencontré, au cours de ces dernières années, de nombreuses personnes qui se définissent comme homosexuelles, parmi lesquelles des militants. Et il affirme avoir trouvé, dans le dialogue, pas nécessairement une convergence, mais de l’écoute, du respect et la volonté de se comprendre.
Cette distinction est fondamentale.
Le dialogue ne signifie pas nécessairement parvenir à la même conclusion. Il signifie reconnaître dans l’autre un interlocuteur digne d’être écouté. Il signifie pouvoir rester sur des positions différentes et, au terme de la rencontre, être malgré tout capable de se serrer la main.
Cette conception du débat semble aujourd’hui presque révolutionnaire.
Nous vivons en effet à une époque où l’on prétend trop souvent que toute confrontation doit immédiatement produire un vainqueur et un vaincu. Si vous ne partagez pas une position, vous devez forcément être contre quelqu’un. Si vous défendez une tradition, vous êtes accusé d’être hostile au changement ; si vous défendez une évolution, vous risquez d’être considéré comme l’ennemi de la tradition.
L’évêque d’Aoste propose au contraire une autre voie : nous pouvons penser différemment sans cesser de nous reconnaître mutuellement comme des personnes.
Et cela vaut également pour l’Aosta Pride.
Il n’est pas nécessaire que l’Église partage chaque message, chaque approche culturelle ou chaque revendication associée à la Pride. De la même manière, ceux qui participent à la Pride ne sont pas tenus de partager l’anthropologie chrétienne. La liberté consiste aussi dans la possibilité de vivre ensemble malgré ces différences.
C’est pourquoi je trouve particulièrement significatif le choix de Mgr Lovignana de ne pas vouloir commenter « l’événement ou les événements liés à l’Aosta Pride », mais de parler plutôt des personnes.
C’est un choix qui permet de soustraire le débat à la logique de la propagande et de le ramener à sa dimension la plus humaine.
Un autre élément mérite également d’être souligné : la reconnaissance, par l’évêque, que « de nombreux pas restent encore à accomplir » pour que la communauté chrétienne puisse mettre concrètement en pratique ce que demande le Catéchisme, à commencer par la délicatesse, le respect et l’élimination de toute discrimination.
Ce n’est pas une phrase anodine. C’est, au contraire, une prise de responsabilité.
Car une Église qui veut être fidèle à son message ne peut pas se contenter de proclamer des principes. Elle doit aussi vérifier comment ces principes sont vécus dans les relations quotidiennes, dans les paroisses, dans les communautés et dans les rencontres personnelles.
Le christianisme, après tout, ne naît pas des étiquettes. Il naît de la rencontre.
Et c’est précisément là, à mes yeux, que réside la partie la plus convaincante des paroles de l’évêque d’Aoste : rappeler qu’avant l’orientation sexuelle, il y a la personne. Avant le militant, il y a une personne. Avant le croyant ou le non-croyant, il y a une personne. Et avant même nos convictions respectives, il y a cette dignité humaine qui devrait constituer le terrain commun sur lequel construire une société capable de débattre sans se haïr.
L’Aosta Pride peut être discutée, critiquée, soutenue ou regardée avec méfiance. Cela fait partie du débat démocratique. Mais aucune discussion sur la Pride ne devrait jamais devenir une discussion sur la dignité des personnes.
Et c’est peut-être précisément là que réside la valeur des paroles de Mgr Lovignana.
Il ne demande pas à l’Église de renoncer à son identité pour être accueillante. Et il ne demande pas aux autres de renoncer à leurs convictions pour dialoguer avec l’Église.
Il dit quelque chose de plus difficile : nous pouvons être différents, nous pouvons penser différemment, nous pouvons même rester sur des positions inconciliables sur certaines questions, et continuer malgré tout à nous écouter, à nous respecter et à nous reconnaître.
À une époque où il est devenu beaucoup trop facile de transformer une différence d’opinion en opposition personnelle, ce n’est pas rien.
C’est même une bonne raison de prendre au sérieux les paroles de l’évêque d’Aoste.



