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Chez Nous | 12 ottobre 2026, 08:00

Et les Ignobel sont attribués !

Assegnati gli Ignobel

Et les Ignobel sont attribués !

Il premio immaginario a chi semina guerre e raccoglie macerie

C'è un Nobel per la pace e, purtroppo, ci sarebbe materiale in abbondanza per istituire anche gli Ignobel della guerra. Non servirebbero candidature ufficiali, giurie internazionali o cerimonie solenni. Basterebbe accendere la televisione, guardare le immagini che arrivano dai fronti e ascoltare le dichiarazioni di certi potenti. La selezione sarebbe affollata. Fin troppo.

Il Nobel per la pace 2026 è andato a Navi Pillay, una donna che ha dedicato la propria vita alla giustizia, ai diritti umani e alla difesa del diritto internazionale. Gli Ignobel, invece, sarebbero destinati a chi quel diritto lo considera un fastidio, la pace una merce di scambio e la vita degli altri una variabile trascurabile nei propri calcoli di potere.

La prima busta, naturalmente, è per Vladimir Putin. Un riconoscimento alla perseveranza con cui ha riportato la guerra nel cuore dell'Europa, trasformando l'invasione dell'Ucraina in una tragedia che continua a divorare vite, città e futuro. Un premio speciale per la capacità di presentare la forza come una ragione e la conquista come una necessità storica. Peccato che sotto le macerie non si trovino le ragioni della geopolitica, ma persone in carne e ossa.

Il secondo Ignobel va a Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, che ama presentarsi come uomo capace di fermare le guerre e che ha spesso rivendicato per sé il Nobel per la pace. La pace, però, non è una medaglia da appuntarsi sul petto, né un affare da chiudere davanti alle telecamere. Non basta proclamarsi artefici di accordi: bisogna valutare anche le conseguenze delle proprie scelte, il rispetto delle regole internazionali e il costo umano delle azioni militari. La diplomazia non è uno spettacolo televisivo e il mondo non è un reality in cui il vincitore decide chi resta e chi viene eliminato.

Terzo premiato, Benjamin Netanyahu. Per la sua politica di guerra e per la devastazione di Gaza, dove la popolazione civile ha pagato e continua a pagare un prezzo immenso. La sicurezza di Israele è un diritto, così come lo è quella di ogni popolo. Ma nessun diritto alla sicurezza può diventare una licenza illimitata di sofferenza per un'intera popolazione. La condanna delle atrocità di Hamas non obbliga a tacere davanti alla morte dei civili palestinesi. E difendere i palestinesi non significa giustificare il terrorismo. La dignità umana non ha passaporto, né può essere distribuita secondo le convenienze politiche.

Il quarto Ignobel attraversa l'Asia e approda a Pyongyang, alla corte di Kim Jong-un. Qui il culto della personalità convive con un arsenale militare che il regime esibisce come garanzia di sopravvivenza. Il popolo vive sotto un potere repressivo, mentre il Paese investe risorse enormi nel programma nucleare e nei missili. Una curiosa concezione della sicurezza: costruire armi capaci di distruggere il mondo per dimostrare di essere al sicuro.

E poi c'è Aleksandr Lukashenko, il presidente bielorusso che ha consolidato un sistema autoritario e ha consentito alla Russia di utilizzare il territorio del suo Paese nell'aggressione all'Ucraina. Un altro candidato ideale per la categoria «sovranità a corrente alternata»: quella che si invoca per difendere il proprio potere, ma si dimentica quando si diventa complici della strategia militare di un vicino più forte.

Naturalmente, l'elenco non finisce qui. Ci sono i signori della guerra, i capi delle milizie, i governanti che alimentano conflitti per conservare il potere, chi reprime il dissenso con la violenza e chi trasforma l'odio etnico o religioso in uno strumento di governo. Cambiano le bandiere, le uniformi e le giustificazioni ufficiali. Il risultato, troppo spesso, è lo stesso: fosse comuni, città distrutte, famiglie disperse, bambini privati dell'infanzia.

La giuria degli Ignobel dovrebbe assegnare anche alcuni premi speciali. Uno alla retorica, per chi chiama «operazione speciale» una guerra e «danno collaterale» una famiglia sterminata. Uno alla coerenza, per chi predica la pace mentre vende armi a chi combatte. E uno alla memoria selettiva, per quei governi che si indignano davanti ai crimini del nemico e diventano improvvisamente prudenti quando a commetterli sono gli alleati.

Perché la guerra possiede una straordinaria capacità di trasformare il linguaggio. L'invasione diventa difesa preventiva, la rappresaglia diventa giustizia, la distruzione diventa strategia. E chi prova a ricordare che esistono limiti morali e giuridici viene accusato di ingenuità, quando non di tradimento.

Eppure, non c'è nulla di ingenuo nel pretendere che il diritto internazionale valga per tutti. Non è debolezza chiedere che i civili siano protetti, che gli ostaggi siano liberati, che i prigionieri siano trattati umanamente, che gli aiuti raggiungano chi ne ha bisogno e che i responsabili dei crimini rispondano davanti alla giustizia. È il minimo indispensabile per distinguere una comunità internazionale da una giungla in cui sopravvive soltanto chi possiede più armi.

Il problema è che i potenti raramente finiscono sotto le bombe che ordinano. Non sono loro a cercare un figlio tra le macerie, a lasciare la casa con una valigia, a dormire in un rifugio o a domandarsi se domani ci sarà ancora un domani. Le conseguenze delle loro decisioni vengono scaricate sugli altri. La gloria, quando arriva, resta nei palazzi. Il dolore si deposita nelle case, negli ospedali e nei cimiteri.

Ecco perché gli Ignobel non sarebbero un semplice esercizio di sarcasmo. Sarebbero un modo per rovesciare la prospettiva: giudicare i governanti non dalla grandezza degli arsenali, dalla quantità di territorio conquistato o dalla paura che riescono a incutere, ma dalle vite che salvano e da quelle che sacrificano.

Ci sarebbe, tuttavia, una regola fondamentale: nessuna medaglia d'oro, nessun assegno e nessuna cerimonia. Ai vincitori basterebbe consegnare uno specchio. Dovrebbero guardarvisi dentro e vedere ciò che la propaganda cerca di nascondere: non grandi statisti, non salvatori della patria, non geni della strategia, ma uomini di potere chiamati a rispondere delle conseguenze delle proprie scelte.

E soprattutto, la giuria non dovrebbe dimenticare che non tutti i responsabili delle guerre siedono nei palazzi. Ci sono anche gli interessi economici che prosperano sui conflitti, i mercanti di armi senza scrupoli, i propagandisti che disumanizzano il nemico e i fanatici che invocano nuove vittime in nome di una presunta superiorità morale. La pace non si costruisce soltanto fermando i missili: bisogna anche smontare le idee, gli affari e le ambizioni che li mettono in moto.

Gli Ignobel della guerra, insomma, sarebbero premi senza gloria e senza applausi. Un riconoscimento ironico a chi confonde la potenza con la grandezza, la paura con il rispetto e la vittoria militare con la vittoria morale.

Il Nobel per la pace dovrebbe ricordarci quanto vale la vita umana. Gli Ignobel, invece, servirebbero a ricordarci quanto può diventare miserabile il potere quando perde ogni traccia di umanità.

E se proprio dovessimo consegnarli, ai vincitori riserveremmo un'ultima battuta: congratulazioni, avete conquistato un posto nella storia. Peccato che non sia quello che immaginavate.

Perché le guerre possono anche essere vinte, i territori conquistati e i nemici sconfitti. Ma chi semina morte in nome della propria grandezza rischia di lasciare ai posteri un'unica eredità: la prova che si può avere un potere immenso e un'umanità infinitamente piccola.

Assegnati gli Ignobel

Le prix imaginaire de ceux qui sèment la guerre et récoltent les ruines

Il existe un prix Nobel de la paix. Il serait grand temps de créer les Ignobel de la guerre. Pas besoin de déposer des candidatures, de réunir un jury international ou d'organiser une cérémonie pompeuse. Il suffirait d'allumer la télévision, de regarder les images qui nous parviennent des fronts et d'écouter les déclarations de certains grands de ce monde. Le palmarès serait vite établi. Et la concurrence serait féroce.

Le prix Nobel de la paix récompense celles et ceux qui défendent les droits humains, la justice et la dignité des peuples. Les Ignobel, eux, couronneraient ceux qui considèrent le droit international comme une formalité gênante, la paix comme une transaction commerciale et la vie humaine comme une variable d'ajustement dans leurs petits calculs de pouvoir.

Premier lauréat : Vladimir Poutine.

Prix spécial de la persévérance guerrière pour avoir ramené la guerre au cœur de l'Europe et transformé l'invasion de l'Ukraine en une tragédie qui continue de dévorer des vies, des villes et des avenirs.

Une récompense également pour son talent à présenter la force comme un argument et la conquête comme une nécessité historique. Un détail semble toutefois lui avoir échappé : sous les décombres, on ne trouve pas des concepts géopolitiques, mais des êtres humains. Des pères, des mères, des enfants. Bref, tout ce que les cartes d'état-major ne montrent pas.

Deuxième lauréat : Donald Trump.

Prix de la paix en version télé-réalité, décerné à un président qui aime se présenter en faiseur de paix et qui a revendiqué à plusieurs reprises le Nobel.

Avec Trump, la diplomatie ressemble parfois à un épisode de téléréalité : annonces fracassantes, menaces, marchandages et auto-congratulation permanente. La paix devient un contrat à signer, une victoire à vendre aux électeurs, une médaille à accrocher à son propre revers.

Mais la paix n'est pas un produit dérivé de la Maison-Blanche. Ce n'est pas un slogan publicitaire, encore moins un trophée personnel. Elle se mesure aux guerres réellement arrêtées, aux vies épargnées et aux droits respectés, pas au nombre de caméras braquées sur celui qui prétend l'avoir obtenue.

Le monde n'est pas un plateau de télévision. Et l'humanité n'est pas un casting dont le président américain pourrait éliminer les figurants.

Troisième lauréat : Benjamin Netanyahou.

Grand prix de la dévastation et mention spéciale pour l'art de justifier une catastrophe humanitaire au nom de la sécurité.

La sécurité d'Israël est un droit. Mais aucun droit à la sécurité ne saurait devenir un permis illimité de faire souffrir une population entière. À Gaza, les civils ont payé et continuent de payer un prix humain immense.

Condamner les massacres du Hamas n'oblige pas à détourner les yeux devant les morts palestiniens. Défendre les Palestiniens n'oblige pas davantage à excuser le terrorisme. Il paraît pourtant nécessaire de rappeler cette évidence à ceux qui distribuent les bons et les mauvais points moraux selon les couleurs du drapeau.

La dignité humaine n'a pas de passeport. Les enfants ne deviennent pas moins innocents selon leur nationalité. Et les morts ne devraient jamais être classés en victimes de première et de seconde catégorie.

Quatrième lauréat : Kim Jong-un.

Le prix du bunker doré, décerné au maître de Pyongyang, où le culte de la personnalité prospère tandis que le régime exhibe son arsenal nucléaire comme une garantie de survie.

Le peuple vit sous un pouvoir répressif, tandis que le régime investit massivement dans les missiles et les armes. Voilà une conception particulièrement originale de la sécurité : fabriquer de quoi détruire le monde pour démontrer qu'on est parfaitement en sécurité.

On imagine le slogan touristique : « Venez en Corée du Nord, vous y découvrirez un pays où le bonheur est obligatoire et où la liberté est une activité suspecte. »

Cinquième lauréat : Alexandre Loukachenko.

Prix spécial de la souveraineté à géométrie variable, pour avoir consolidé un système autoritaire en Biélorussie et permis à la Russie d'utiliser le territoire biélorusse dans son agression contre l'Ukraine.

La souveraineté, c'est sacré. Du moins quand elle sert à protéger son propre pouvoir. Lorsqu'il s'agit de laisser un voisin plus puissant utiliser son territoire à des fins militaires, le principe semble soudain beaucoup plus souple.

Une doctrine politique fascinante : l'indépendance pour le discours, la dépendance pour la pratique.

Et la liste est loin d'être terminée.

Il faudrait prévoir des catégories pour les chefs de guerre, les dirigeants qui entretiennent les conflits pour conserver leur trône, les milices qui transforment la haine ethnique ou religieuse en instrument de gouvernement, les tyrans qui écrasent toute opposition et les marchands d'armes qui trouvent dans chaque massacre une nouvelle occasion de faire des affaires.

Les drapeaux changent. Les uniformes changent. Les discours changent. Mais le résultat reste désespérément le même : des villes détruites, des fosses communes, des familles dispersées, des enfants privés d'enfance.

Et, quelque part, un responsable politique qui explique que tout cela était malheureusement nécessaire.

Le jury des Ignobel devrait également décerner quelques prix spéciaux.

Le prix de la novlangue serait attribué à celui qui appelle « opération spéciale » une guerre, « dommage collatéral » une famille anéantie et « frappe chirurgicale » une explosion qui laisse un quartier en ruines.

Le prix de la cohérence récompenserait les gouvernements qui prêchent la paix tout en vendant des armes aux belligérants.

Quant au prix de la mémoire sélective, il reviendrait à ceux qui dénoncent avec une indignation exemplaire les crimes de leurs ennemis, mais découvrent soudain les vertus de la prudence lorsque les mêmes crimes sont commis par leurs alliés.

La guerre possède en effet un don extraordinaire : celui de transformer les mots jusqu'à rendre l'horreur présentable. L'invasion devient une défense préventive. La vengeance devient justice. La destruction devient stratégie. Et celui qui ose rappeler l'existence de limites morales et juridiques passe pour un naïf, voire pour un traître.

Pourtant, rien n'est naïf dans l'exigence que le droit international s'applique à tous. Rien n'est faible dans la demande de protection des civils, de libération des otages, de traitement humain des prisonniers, d'accès à l'aide humanitaire et de justice pour les victimes des crimes de guerre.

C'est même le strict minimum pour éviter que la communauté internationale ne se transforme en une jungle où seul le plus armé aurait le droit de décider qui mérite de vivre.

Le problème, c'est que les puissants ne dorment généralement pas dans les abris qu'ils imposent aux autres. Ils ne cherchent pas leurs enfants sous les gravats. Ils ne quittent pas leur maison avec une valise à la main. Ils ne passent pas la nuit à se demander si le lendemain existera encore.

Les conséquences de leurs décisions sont payées par les autres. La gloire, lorsqu'elle existe, reste dans les palais. La douleur, elle, s'installe dans les hôpitaux, les cimetières et les maisons éventrées.

C'est précisément pour cela que les Ignobel ne seraient pas qu'une plaisanterie. Ils permettraient de renverser la perspective : juger les dirigeants non pas à la taille de leurs arsenaux, aux territoires conquis ou à la peur qu'ils inspirent, mais aux vies qu'ils sauvent et à celles qu'ils sacrifient.

Et puisqu'il faut bien remettre quelque chose aux lauréats, oublions les médailles d'or, les chèques et les cérémonies officielles.

Offrons-leur un miroir.

Qu'ils puissent contempler le résultat de leur propre propagande. Non pas les grands stratèges qu'ils prétendent être, non pas les sauveurs de la nation, non pas les génies de l'histoire, mais des hommes de pouvoir confrontés aux conséquences de leurs décisions.

Il faudrait également rappeler que les responsables des guerres ne siègent pas tous dans les palais présidentiels. Certains prospèrent dans les conseils d'administration. D'autres fabriquent des armes, financent des réseaux d'influence ou répandent une propagande qui déshumanise l'ennemi pour rendre sa mort acceptable.

La paix ne consiste pas seulement à faire taire les missiles. Elle exige aussi de s'attaquer aux intérêts économiques, aux ambitions personnelles et aux idéologies qui les mettent en mouvement.

Les Ignobel de la guerre seraient donc des prix sans gloire et sans applaudissements. Des distinctions ironiques remises à ceux qui confondent puissance et grandeur, peur et respect, victoire militaire et victoire morale.

Le Nobel de la paix devrait nous rappeler la valeur de la vie humaine.

Les Ignobel, eux, nous rappelleraient jusqu'où peut descendre le pouvoir lorsqu'il a perdu toute trace d'humanité.

Et si les lauréats avaient droit à un dernier mot, nous leur adresserions cette ultime félicitation :

« Bravo, vous êtes entrés dans l'Histoire. Dommage que ce ne soit pas à la page que vous espériez. »

Car on peut gagner une guerre, conquérir un territoire et écraser un adversaire. Mais celui qui sème la mort au nom de sa propre grandeur risque de ne laisser à la postérité qu'un constat accablant : on peut posséder un pouvoir immense et une humanité infiniment petite.

piero.minuzzo@gmail.com

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