Anche per la Valle d’Aosta, il superamento dei parametri ministeriali sui Livelli essenziali di assistenza non può essere l’unico metro per misurare la qualità della sanità pubblica. Nel 2024, mentre 18 Regioni e Province autonome su 21 hanno raggiunto la soglia minima prevista, cresce in Italia la quota di cittadini costretti a rinunciare a visite specialistiche ed esami diagnostici: dal 7,6% al 9,9% in un solo anno. Un dato che chiama in causa anche una realtà autonoma come quella valdostana, dove la tutela della salute passa dalla capacità di garantire servizi accessibili, tempi di risposta adeguati e pari opportunità di cura. La Fondazione GIMBE avverte: una “pagella” positiva non basta, se non racconta anche le difficoltà concrete dei pazientiUn dato, quello della Valle d'aosta, che chiama in causa anche una realtà autonoma come quella valdostana, dove la tutela della salute passa dalla capacità di garantire servizi accessibili, tempi di risposta adeguati e pari opportunità di cura. La Fondazione GIMBE avverte: una “pagella” positiva non basta, se non racconta anche le difficoltà concrete dei pazienti.
Una sanità può superare le verifiche ministeriali e, allo stesso tempo, lasciare migliaia di cittadini in attesa di una visita o costringerli a rinunciare a un accertamento. È questa la contraddizione che emerge dall’analisi della Fondazione GIMBE sui Livelli essenziali di assistenza (LEA) 2024: un quadro formalmente positivo, che tuttavia non restituisce necessariamente la condizione vissuta da chi cerca di accedere al Servizio sanitario nazionale.
I numeri raccontano due realtà che meritano di essere lette insieme. Da una parte, aumenta sensibilmente il numero delle Regioni e Province autonome che raggiungono gli standard minimi richiesti dal Ministero della Salute. Dall’altra, cresce la quota di popolazione che, pur avendone bisogno, rinuncia a visite specialistiche o esami diagnostici. Una distanza tra adempimenti certificati e accessibilità concreta che riporta al centro il tema dell’effettiva garanzia del diritto alla salute.
L’indagine GIMBE si concentra proprio su questa distanza, analizzando gli adempimenti regionali e la capacità della cosiddetta “pagella” ministeriale di rappresentare le differenze territoriali. Nel 2024 le realtà considerate adempienti sono salite da 13 a 18 su 21, un incremento significativo rispetto all’anno precedente. Il monitoraggio valuta tre aree fondamentali: prevenzione collettiva e sanità pubblica, assistenza distrettuale e assistenza ospedaliera. Per superare la verifica, una Regione deve raggiungere almeno 60 punti su 100 in ciascuna area.
È proprio questa soglia a sollevare le perplessità della Fondazione. Il raggiungimento del punteggio minimo certifica il rispetto di determinati parametri, ma non significa automaticamente che ogni cittadino riceva le prestazioni necessarie in tempi adeguati, senza ostacoli economici o territoriali. Come sottolinea GIMBE, «l’asticella è troppo bassa e la “pagella” ignora le persone a cui viene negato il diritto alla salute». Una critica che non cancella i progressi registrati da alcune amministrazioni regionali, ma invita a distinguere tra il superamento di una soglia amministrativa e la concreta esperienza dei pazienti.
Il dato più significativo, in questo senso, arriva dalle rinunce alle prestazioni sanitarie. Nel 2024 il 9,9% della popolazione, pari a circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un esame diagnostico pur avendone bisogno. Nel 2023 la percentuale era del 7,6%, per circa 4,5 milioni di cittadini; nel 2022 si attestava al 7%. Non si tratta, precisa GIMBE, necessariamente di rinuncia alle terapie, ma di prestazioni diagnostiche e visite che le persone dichiarano di non essere riuscite a effettuare.
A pesare sono soprattutto le liste d’attesa e i costi. La quota di popolazione che nel 2024 ha rinunciato a prestazioni per i tempi troppo lunghi è arrivata al 6,8%, contro il 4,5% del 2023. Quella che ha indicato motivazioni economiche ha raggiunto il 5,3%, rispetto al 4,2% dell’anno precedente. Le due cause possono sovrapporsi, ma il quadro evidenzia quanto la tempestività e la sostenibilità economica delle cure incidano sull’accesso effettivo al servizio sanitario.
La questione, dunque, non riguarda soltanto quante Regioni superino la verifica, ma anche che cosa accade a chi resta fuori dal sistema o non riesce a ottenere una prestazione quando ne ha bisogno. Per GIMBE, i risultati del monitoraggio devono essere interpretati con cautela, senza confondere il miglioramento degli indicatori con la soluzione delle criticità che attraversano il Servizio sanitario nazionale. Il confronto tra i dati ministeriali e quelli sulla rinuncia alle prestazioni diventa così uno strumento per interrogarsi sull’adeguatezza dei criteri di valutazione e sulla loro capacità di misurare le disuguaglianze nell’accesso alle cure.
L’analisi sui LEA si inserisce nel più ampio lavoro di monitoraggio della Fondazione GIMBE sul sistema sanitario pubblico. Un approfondimento che troverà un nuovo momento di confronto il 7 ottobre, alle ore 9.30, nella Sala della Regina della Camera dei Deputati, dove sarà presentato il 9° Rapporto GIMBE sul Servizio sanitario nazionale.
Il nodo resta quello della distanza tra una sanità che, nei numeri ufficiali, appare sempre più adempiente e una domanda di salute che non sempre trova risposte tempestive e accessibili. Perché il diritto alla salute non si misura soltanto con una soglia superata, ma anche con la possibilità concreta, per ogni cittadino, di ricevere le cure di cui ha bisogno.













