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FEDE E RELIGIONI | 04 settembre 2026, 08:00

Leone XIV alle Chiese arabe: «Dialogare non significa rinunciare alla propria identità»

Il Papa incontra i membri della Conferenza Episcopale Latina nelle Regioni Arabe e richiama le comunità cristiane alla vicinanza con le popolazioni colpite da guerre, divisioni e migrazioni. «Non abbiate paura della vostra piccolezza» e «non siete soli»: l'appello a custodire la fede, rafforzare il dialogo interreligioso e diventare presenza concreta di pace

Leone XIV alle Chiese arabe: «Dialogare non significa rinunciare alla propria identità»

La fragilità delle comunità cristiane, le ferite provocate dai conflitti, l'emigrazione di intere famiglie e la necessità di mantenere aperto il dialogo con le altre confessioni religiose. Sono questi alcuni dei temi al centro dell'incontro tra Papa Leone XIV e i membri della Conferenza Episcopale Latina nelle Regioni Arabe, ai quali il Pontefice ha affidato un messaggio che guarda ben oltre la sola dimensione ecclesiale. In territori segnati da guerre, tensioni politiche e profonde divisioni sociali, la presenza cristiana viene indicata come una responsabilità ma anche come una risorsa per costruire relazioni, solidarietà e percorsi di riconciliazione.

Nel suo intervento, Leone XIV ha ricordato innanzitutto la particolare condizione delle Chiese che operano nelle regioni arabe, dove la testimonianza cristiana si è spesso intrecciata con quella del martirio. «Le vostre Chiese hanno conosciuto la testimonianza del martirio», ha sottolineato il Papa, osservando come, proprio quando le comunità diventano più fragili e molte famiglie sono costrette a lasciare le proprie terre, il ministero dei pastori assuma un valore ancora maggiore. Da qui l'invito a essere «pastori vicini al vostro popolo», capaci di condividere le ferite delle persone, ascoltare, sostenere e consolare, affinché attraverso la presenza della Chiesa possa rendersi visibile quella vicinanza di Dio che, nei momenti di crisi, rischia di apparire più lontana.

È anche un richiamo a non misurare la forza di una comunità esclusivamente attraverso i numeri. «Non abbiate paura della vostra piccolezza», ha detto Leone XIV, spiegando che «la fecondità della Chiesa non si misura nei numeri, nelle strutture o nelle risorse, ma nella fedeltà al Vangelo». Una comunità numericamente ridotta, se profondamente radicata nella propria fede, può dunque continuare a rappresentare una presenza significativa all'interno di società attraversate da trasformazioni profonde. Un passaggio che assume anche un significato sociale e politico, perché nelle aree di crisi la sopravvivenza delle comunità cristiane è legata non soltanto alla libertà religiosa, ma anche alla possibilità per famiglie, giovani e minoranze di continuare a vivere nelle proprie terre senza essere costretti all'emigrazione.

Il Papa ha quindi invitato le comunità cristiane a non chiudersi nella propria dimensione identitaria. «Nel cuore di società segnate da conflitti e divisioni», ha spiegato, le comunità devono mostrare che «è possibile vivere, servire e sperare insieme». Anche nelle emergenze, ha aggiunto, non bisogna perdere di vista ciò che considera l'essenziale della missione ecclesiale: l'annuncio del Vangelo, la preghiera, i Sacramenti e la formazione cristiana. Una Chiesa capace di servire, nella visione proposta da Leone XIV, deve essere innanzitutto una Chiesa capace di ascoltare e di vivere la propria fede.

Particolare attenzione è stata poi dedicata a giovani, famiglie e migranti, tre categorie che rappresentano in modo diverso le conseguenze delle crisi che attraversano il Medio Oriente e le regioni arabe. La condizione dei giovani è infatti strettamente legata alle prospettive economiche e sociali dei territori in cui vivono, mentre l'emigrazione delle famiglie rischia di impoverire ulteriormente comunità già numericamente fragili. In questo scenario, la Chiesa è chiamata non soltanto a conservare una presenza, ma a sostenere concretamente le persone e a mantenere aperti spazi di comunità e di speranza.

Un passaggio centrale del discorso ha riguardato inoltre la convivenza tra differenti tradizioni cristiane e il rapporto con le altre religioni. Leone XIV ha chiesto di «custodire e rafforzare la comunione tra le Chiese e i diversi riti», definendo la varietà delle tradizioni cristiane una ricchezza da vivere nell'unità. Da questa comunione, secondo il Pontefice, deve nascere «un dialogo sincero con le altre comunità cristiane, con i musulmani e con le diverse tradizioni religiose». È in questo contesto che arriva una delle affermazioni più significative dell'incontro: «Dialogare non significa rinunciare alla propria identità, ma viverla senza paura dell'incontro».

Un principio che, nelle terre segnate dalla guerra, assume una portata che supera i confini religiosi. Dove il conflitto ha prodotto diffidenza e contrapposizione, ha osservato il Papa, «ogni gesto di stima, collaborazione e rispetto può diventare un passo verso la riconciliazione e la pace». Il dialogo, quindi, non viene presentato come una cancellazione delle differenze, ma come uno strumento per trasformarle da motivo di divisione in possibilità di incontro. In una regione nella quale gli equilibri politici, religiosi e sociali rimangono estremamente delicati, il messaggio assume inevitabilmente anche un valore civile: la pace non può essere costruita soltanto attraverso gli accordi tra governi, ma necessita di relazioni quotidiane, fiducia reciproca e capacità di riconoscere la dignità dell'altro.

Il Pontefice ha infine ribadito che la missione della Chiesa non può ridursi alla semplice conservazione di una presenza cristiana. «La vostra missione non consiste semplicemente nel conservare una presenza cristiana, ma nel rendere presente Cristo», ha affermato Leone XIV, invitando i vescovi a non sentirsi responsabili della soluzione di ogni problema politico e sociale delle loro terre, ma a rimanere fedeli al Vangelo e alle persone loro affidate.

Il messaggio conclusivo è stato un incoraggiamento alla perseveranza. «Continuate il vostro cammino con fiducia. Non siete soli», ha detto il Papa, assicurando che la Chiesa universale guarda con affetto alle comunità cristiane delle regioni arabe e riconosce nella loro perseveranza «una testimonianza preziosa per tutta la Chiesa». È forse questo il significato più ampio delle parole pronunciate da Leone XIV: in una fase storica nella quale guerre, migrazioni, crisi economiche e contrapposizioni identitarie rischiano di svuotare interi territori della loro pluralità, la difesa di una comunità non passa necessariamente dalla contrapposizione, ma dalla capacità di rimanere se stessi aprendosi all'altro. «Dialogare non significa rinunciare alla propria identità», ha ribadito il Pontefice. E proprio nella capacità di tenere insieme identità e dialogo, fede e apertura, appartenenza e solidarietà, Leone XIV individua una delle strade possibili per trasformare la presenza cristiana da testimonianza di sopravvivenza a presenza concreta di pace.

je.fe.

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