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ATTUALITÀ | 02 settembre 2026, 12:05

Don Ivano Reboulaz, mezzo secolo tra fede, montagne e comunità: a Bionaz la festa del “parroco-alpino”

Domenica 6 settembre, al Lago Lexert di Bionaz, le comunità del Buthier si ritroveranno per celebrare i 50 anni di sacerdozio di don Ivano Reboulaz. Una festa che va oltre la ricorrenza religiosa: è il tributo affettuoso di intere comunità a un sacerdote che ha fatto della montagna, della cultura e della vicinanza alle persone i tratti distintivi del proprio ministero

Santa messa a Verdona

Santa messa a Verdona

Ci sono sacerdoti che entrano nella storia di una comunità attraverso gli anni. E poi ci sono sacerdoti che, quasi senza accorgersene, diventano parte della sua identità. Don Ivano Reboulaz appartiene certamente a questa seconda categoria. Per questo, domenica 6 settembre, a Bionaz, non sarà soltanto una Messa a celebrare il suo lungo cammino sacerdotale, ma una vera festa popolare, fatta di ricordi, riconoscenza, amicizia e quella gioia semplice che nasce quando una comunità si ritrova intorno a una persona che sente profondamente sua.

Il legame con la Valle del Buthier affonda le sue radici nel 1980, quando don Ivano ricevette il suo primo incarico proprio a Bionaz. Nel 1996 arrivò a Oyace e, nel 2001, a Valpelline e Ollomont. Tra il 2014 e il 2020 ebbe anche una parentesi pastorale a Roisan. Oggi è il parroco di quattro comunità che lui stesso ama definire le parrocchie “del Buthier”, quasi a sottolineare non soltanto una collocazione geografica, ma un’appartenenza umana e spirituale.

A Valpelline don Ivano arrivò nel 2001, diventando il quarto successore dell’Abbé Henry. Prima di lui, nella parrocchia di San Pantaleone, avevano operato Aldo Chouquer, dal 1948 al 1957, Pio Aguettaz, dal 1958 al 1972, e Giovanni Battista Minuzzo, dal 1973 al 2000. Un richiamo alla storia che non è casuale, perché in questi anni don Ivano ha mostrato molti dei tratti che caratterizzavano la figura dell’Abbé Henry: l’amore per la montagna, la curiosità culturale, il rapporto diretto con la gente e una concezione del sacerdozio vissuta soprattutto come presenza.

“Parroco-alpino” è forse l’espressione che più di ogni altra riesce a raccontarlo. Perché nella sua vita sacerdotale convivono la fede e la montagna, lo studio e la passione per la storia, l’impegno culturale e quello pastorale. Don Ivano è scrittore, professore di Storia della Chiesa, è stato a lungo responsabile dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero, è componente dell’Académie de Saint-Anselme e socio del CAI. Ma dietro tutti questi incarichi rimane soprattutto il sacerdote che ha camminato accanto alle proprie comunità.

Don Ivano al santuario di Retempio

Ed è proprio questo il significato più profondo della festa di Bionaz. Cinquant’anni di sacerdozio non sono soltanto una cifra da celebrare, ma una quantità enorme di incontri, battesimi, matrimoni, funerali, feste patronali, momenti di dolore e di speranza. Sono cinquant’anni nei quali la vita di un sacerdote si intreccia inevitabilmente con quella di centinaia e centinaia di persone. Il tempo passa, le generazioni cambiano, i paesi si trasformano, ma restano i legami.

Don Ivano stesso, con la consueta ironia e umiltà, ha ricordato un episodio che oggi assume quasi il sapore di una profezia. Raccontando un viaggio in Terrasanta compiuto quando era sacerdote da pochi giorni, ricordava di avere incontrato tre preti che celebravano i vent’anni di Messa: don Alfonso Verraz, don Emiro Pession e don Luigi Frassy. Allora gli sembravano “enormemente anziani”. Oggi, con il sorriso che accompagna una vita trascorsa tra altare, libri e montagne, può constatare di avere superato di ben trent’anni quel loro traguardo. E davanti a questo anniversario si domanda: “Che devo dire? Tanto e nulla.”

Forse è proprio in quelle poche parole che si trova la grandezza della ricorrenza. Perché davanti a mezzo secolo di sacerdozio le parole rischiano di diventare piccole. Cinquant’anni non si raccontano soltanto attraverso gli incarichi ricoperti o le date, ma attraverso le persone incontrate e le comunità accompagnate. E in una Valle d’Aosta dove anche la dimensione religiosa si confronta con trasformazioni profonde, con lo spopolamento delle piccole comunità, con il cambiamento del modo di vivere i paesi e con una società sempre più secolarizzata, una figura come quella di don Ivano assume anche un valore sociale: quello di un sacerdote che ha continuato a rappresentare un punto di riferimento e di coesione.

La festa di Bionaz avrà dunque un significato che va oltre la dimensione strettamente ecclesiale. In una terra di montagna, dove le comunità hanno costruito nei secoli la propria identità anche attorno alle chiese, alle cappelle e alle feste religiose, celebrare un sacerdote significa celebrare una parte della memoria collettiva. Significa riconoscere il valore di chi ha saputo accompagnare persone e famiglie nei momenti più importanti della loro esistenza.

E la scelta del Lago Lexert, all’aperto, non potrebbe essere più simbolica. La montagna che don Ivano ha amato e raccontato diventerà lo scenario naturale della celebrazione. Domenica, alle 15.00, l’altare sarà immerso nello stesso paesaggio che per decenni ha fatto da sfondo alla sua vita e al suo ministero. Una chiesa senza pareti, con il cielo sopra e le montagne intorno: forse il modo più autentico per festeggiare un “parroco-alpino”.

Don Ivano tra le sue montagne

A fare da filo conduttore sarà anche una riflessione di monsignor Mario Delpini, spesso ripresa dallo stesso don Ivano nel libro Reverendo, che maniere!. Il principio latino citato è “religio non principio, sed fine probatur”, cioè che lo zelo religioso non trova la sua prova persuasiva nell’entusiasmo dell’inizio, ma nella perseveranza fino alla fine. È una frase che sembra scritta apposta per un anniversario come questo. Perché i 50 anni non celebrano soltanto l’inizio di una vocazione, ma soprattutto la sua durata, la fedeltà quotidiana, la capacità di attraversare epoche diverse senza smarrire il senso della propria missione.

E così Bionaz si prepara a una festa che avrà inevitabilmente il sapore della memoria, ma anche quello della gratitudine e della gioia. Ci saranno le persone che hanno conosciuto don Ivano da giovane sacerdote e quelle che lo hanno incontrato molti anni dopo. Ci saranno volti di generazioni diverse, accomunati dalla consapevolezza di avere condiviso almeno un tratto di strada con lui.

Forse, alla fine, il modo migliore per raccontare don Ivano Reboulaz non è nemmeno quello di elencare tutti i suoi incarichi, le sue passioni o i suoi studi. È immaginarlo mentre sale lungo un sentiero, entra in una chiesa di montagna, incontra una famiglia, celebra una Messa o si ferma a parlare con qualcuno. È lì che mezzo secolo di sacerdozio trova il suo significato più autentico: nella presenza.

E domenica, guardando le montagne di Bionaz e la gente raccolta intorno a lui, don Ivano potrà forse permettersi di aggiungere qualcosa a quel suo “tanto e nulla”. Perché dopo 50 anni, più delle parole contano i volti. E più dei traguardi contano le persone che, lungo il cammino, hanno continuato a sentirsi accompagnate.

Sarà una festa per un sacerdote, certo. Ma anche una festa per le comunità del Buthier e per un modo di intendere la montagna valdostana come luogo non soltanto geografico, ma umano, culturale e spirituale. E forse proprio guardando quelle montagne don Ivano potrà ricordare che una vocazione, come un sentiero alpino, non si misura dalla partenza, ma dalla capacità di continuare a camminare.

“La prova persuasiva dello zelo religioso non si trova nell’entusiasmo dell’inizio, ma nella perseveranza fino alla fine”, ricorda il presidente nelle sue parole. Ed è questa, in fondo, la festa più bella: celebrare non soltanto il tempo trascorso, ma la strada ancora da percorrere insieme.

pi.mi/eb

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