«Da quando i grandi ascoltavano. E da quando i piccoli hanno smesso di farlo.»
C'era un'epoca — e non serve scomodare gli archeologi — in cui il potere aveva ancora un vizio strano: ascoltare.
Federico II di Prussia, che pure comandava eserciti e regni, trovava il tempo di parlare con il suo cocchiere. Abraham Lincoln, mentre l'America bruciava, chiedeva al suo barbiere che cosa pensasse della guerra. Winston Churchill, tra un bombardamento e l'altro, si faceva riportare alla realtà dalla sua governante, che gli ricordava come i discorsi alla Camera non scaldassero le case sventrate.
Erano uomini che, pur avendo il mondo sulle spalle, sapevano che la verità non abita nei palazzi, ma nelle cucine, nei cortili, nei corridoi dove la gente vive davvero.
Poi, un giorno, qualcuno ha spento la luce. E ci siamo ritrovati nell'epoca in cui basta una scheda elettorale per trasformare un cittadino qualunque in un Churchill fai-da-te.
Succede anche da noi, in Valle d'Aosta, dove il fenomeno è diventato quasi folcloristico.
Il giorno prima fai l'elettricista, il contadino, il magazziniere, il barista. Il giorno dopo, appena proclamato, ti guardi allo specchio e non vedi più te stesso: vedi un gigante della geopolitica, un condottiero, un visionario.
Non importa se fino al giorno prima la decisione più complessa era scegliere tra un caffè lungo e un ristretto: oggi ti senti investito da una missione storica.
E soprattutto non ascolti più nessuno.
Non ascolti chi ti ha votato. Non ascolti chi non ti ha votato. Non ascolti chi conosce i dossier. Non ascolti chi ti vuole bene. Non ascolti chi ti dice: «Guarda che stai sbagliando». Non ascolti nemmeno te stesso, perché la voce dell'ego copre tutto.
È una metamorfosi rapidissima: da persona normale a statista immaginario in meno di ventiquattr'ore. Un record mondiale, altro che Tour de France.
Così, mentre i grandi del passato cercavano consigli dai loro collaboratori più umili, oggi assistiamo a un teatro dell'assurdo: più piccolo è il ruolo, più grande è la postura. Più breve è l'esperienza, più solida è la convinzione di essere indispensabili. Più evidente è l'errore, più feroce è la difesa della propria infallibilità.
E qui arriviamo al punto dolente: la poltrona.
Un tempo esistevano i Cincinnato, quelli veri: chiamati a servire, servivano; finito il compito, tornavano ai campi senza fare tragedie.
Oggi, invece, abbiamo la loro versione mutata, aggiornata e distorta: i Cincinnato che ai campi non tornano neanche se li spingi con un trattore.
La poltrona non è più un incarico: è un habitat naturale. Un ecosistema. Un luogo sacro. Un oggetto mistico da difendere con le unghie, con i denti, con i regolamenti, con le interpretazioni creative dei regolamenti e con l'arte dell'arrampicata istituzionale.
E allora sì, diciamolo senza giri di parole: non ci sono più i Cincinnato. Ci sono soltanto tanti piccoli Churchill autoproclamati, convinti che governare significhi non ascoltare e che amministrare significhi restare seduti.
Seduti, sempre. Seduti, comunque. Seduti, costi quel che costi.
E intanto la Valle osserva, sospira, commenta al bar, scuote la testa.
Perché la verità è semplice: non mancano i grandi politici. Mancano quelli che, almeno per un momento, ricordano che la grandezza non nasce dalla poltrona, ma dalla capacità — antica, umile e rivoluzionaria — di ascoltare chi quella poltrona non ce l'ha.
Ascoltare chi denuncia i problemi della sanità. Ascoltare chi critica le scelte della SAV, il costo delle autostrade o la gestione dei rifiuti. Ascoltare non significa dare ragione a tutti: significa confrontarsi, comprendere le ragioni degli altri e cercare soluzioni.
Perché è proprio dall'ascolto che nasce la buona politica.
Dedicato, senza tanti giri di parole, a quei politici che si sentono indispensabili e che, prima ancora di sedersi, cospargono la poltrona di colla.
Una sola osservazione di merito: eviterei il riferimento a Churchill come metafora del politico odierno ("piccoli Churchill autoproclamati"), perché nelle prime righe lo presenti come esempio positivo di chi ascoltava. Per coerenza stilistica, sarebbe ancora più forte scrivere: "piccoli statisti autoproclamati", "novelli Napoleone" oppure "grandi condottieri di se stessi". In questo modo il contrasto con i veri grandi del passato risulta ancora più netto.













