La Valle d'Aosta sta per affrontare una scadenza che pesa come un macigno: il rinnovo della concessione autostradale della SAV. Un tema che per anni è stato trattato come tecnico, burocratico, quasi invisibile. Eppure riguarda la vita quotidiana di residenti, pendolari, imprese e turisti. Riguarda il portafoglio di tutti. E soprattutto pone una domanda che non possiamo più evitare: i nostri politici intendono difendere gli interessi dei valdostani o quelli degli azionisti?
In Europa la direzione è netta. Germania, Austria, Paesi Bassi, Svezia, Danimarca, Slovenia e Slovacchia gestiscono le autostrade attraverso enti pubblici che reinvestono le risorse sul territorio. La logica è semplice: un'infrastruttura strategica non può trasformarsi in un bancomat per soggetti privati.
La Valle d'Aosta, invece, è rimasta nel gruppo minoritario dei Paesi che affidano la gestione ai privati. Con un risultato evidente: pedaggi tra i più alti d'Europa e utili che non restano sul territorio.
Negli ultimi anni la SAV ha registrato:
- Ricavi annui: 120-140 milioni di euro;
- Utile netto: 25-35 milioni di euro;
- Margine operativo: oltre il 30%.
Profitti che finiscono a gruppi finanziari e a storiche famiglie imprenditoriali italiane. Non ai valdostani. Non alle imprese locali. Non al territorio che ogni giorno paga quei pedaggi.
E se fosse la Regione a gestire direttamente l'autostrada?
La domanda non è ideologica, ma economica. Lo è ancora di più alla luce dei pesanti disagi causati dalla chiusura del raccordo autostradale, che ha spinto diversi partiti a chiedere agevolazioni e gratuità temporanee per limitare i danni a cittadini e imprese.
Una gestione pubblica regionale permetterebbe di:
- trattenere in Valle gli attuali utili, pari a 25-35 milioni di euro all'anno;
- ridurre i pedaggi del 20-30%, con un beneficio immediato per residenti e imprese;
- stimolare il turismo, con un aumento stimato degli arrivi tra il 5 e l'8% grazie a minori costi di accesso;
- reinvestire maggiori risorse in manutenzione, sicurezza e mobilità sostenibile.
La ricaduta economica potenziale è stimata tra i 40 e i 55 milioni di euro all'anno. Oggi, invece, questa ricchezza prende altre strade e non resta in Valle d'Aosta.
La domanda politica è brutale: rinnovare la concessione privata significa continuare a garantire profitti a soggetti esterni, mantenere pedaggi elevati e rinunciare a decine di milioni di euro ogni anno.
Scegliere una gestione pubblica significherebbe, invece, riportare ricchezza sul territorio, sostenere il turismo, alleggerire i costi per cittadini e imprese e allinearsi ai modelli europei più virtuosi.
Non è una questione tecnica. Non è una questione ideologica. È una questione di interesse pubblico.
La concessione della SAV rappresenta un autentico test di sincerità politica. Un banco di prova per capire se chi governa la Valle d'Aosta vuole davvero difendere i cittadini oppure continuare a favorire i bilanci e i dividendi di chi non vive qui, non lavora qui e non investe qui.
La maggioranza dei Paesi europei ha già scelto: le autostrade sono un bene pubblico. La Valle d'Aosta vuole seguire questa strada? Oppure preferisce restare nel vecchio schema, nel quale i valdostani pagano i pedaggi e altri incassano i profitti?
La risposta arriverà presto. E questa volta sarà impossibile fare finta di non averla vista.
Una sola osservazione sul merito: i dati economici (ricavi, utili, riduzione dei pedaggi, ricadute da 40-55 milioni e incremento del turismo del 5-8%) sono presentati come fatti. Se l'articolo è destinato alla pubblicazione giornalistica, sarebbe opportuno indicarne la fonte o precisare che si tratta di stime, per rafforzarne la credibilità ed evitare contestazioni.













