La Direttiva europea 2004/54/CE fissa requisiti minimi di sicurezza per le gallerie stradali della rete transeuropea superiori ai 500 metri. Il recepimento italiano, avvenuto con il Decreto Legislativo n. 264 del 5 ottobre 2006, stabilisce con precisione gli standard tecnici da raggiungere, le scadenze per gli adeguamenti e le responsabilità dei gestori.
Non si tratta dunque di una normativa ambigua o di recente introduzione. Dal 2006 in poi, ogni anno trascorso senza interventi non è stato un anno “in attesa”: è stato un anno di inadempienza. La Valle d’Aosta non è un caso isolato in Italia, ma questo non attenua la responsabilità, la amplifica.
Un decennio di paralisi: cosa non è stato fatto
Tra il 2006 e il 2016 — un arco di dieci anni — sarebbe stato non solo possibile ma doveroso:
- Avviare tavoli tecnici con ANAS, Regione e Ministero per pianificare gli interventi nel dettaglio.
- Elaborare un cronoprogramma pluriennale che distribuisse i lavori su più anni, evitando la concentrazione delle chiusure.
- Coinvolgere preventivamente i Comuni, le categorie economiche e i cittadini, fornendo informazioni chiare e tempestive.
- Studiare e predisporre percorsi alternativi, bypass temporanei e sistemi di gestione intelligente dei flussi.
- Richiedere ed ottenere risorse straordinarie — nazionali ed europee — per accelerare i cantieri senza paralizzare la mobilità.
- Programmare interventi in fasce orarie notturne o a cantieri alternati, riducendo al minimo i disagi quotidiani.
Nulla di tutto ciò è accaduto, o è accaduto in misura del tutto insufficiente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: nel 2016 ci si trova a gestire un’emergenza che emergenza non era, perché era ampiamente prevedibile e prevenibile.
I lavori vengono oggi presentati come inderogabili, da realizzarsi in dodici mesi con chiusure immediate, “perché la sicurezza non può aspettare”. Ma questa formulazione contiene una contraddizione che merita di essere esplicitata: se il rischio fosse davvero immediato — se vi fosse pericolo di crollo nell’arco di ore o giorni — le gallerie sarebbero state chiuse senza preavviso e senza possibilità di discussione, come prevede la normativa stessa. Il fatto che si stia discutendo di tempistiche, cronoprogrammi e modalità di intervento dimostra che il rischio immediato non sussiste.
Questo non significa che i lavori non siano necessari: lo sono, e nessuno lo mette in discussione. Significa però che invocare l’urgenza assoluta per giustificare la mancanza di pianificazione è un argomento che non regge.
“Se la sicurezza non poteva aspettare, perché l’abbiamo fatta aspettare dieci anni?”
Le alternative esistono: è una questione di volontà politica
La chiusura totale e simultanea delle gallerie non è l’unica opzione tecnica praticabile. Esiste una gamma consolidata di soluzioni intermedie che avrebbero consentito di conciliare la continuità della mobilità con l’avanzamento dei lavori.
Bastava semplicemente programmare.
Queste soluzioni non sono fantasiose: sono pratiche standard in tutta Europa per la gestione di cantieri in galleria in contesti ad alta sensibilità territoriale. Richiedono pianificazione, coordinamento istituzionale e risorse adeguate. Tutte cose che in dieci anni si sarebbero potute predisporre.
La Valle d’Aosta non è una regione che si può isolare senza conseguenze. La sua economia è fondata sul turismo, sull’agroalimentare d’eccellenza, sul commercio transfrontaliero e su una rete di attività che dipendono dalla continuità dei collegamenti. Una chiusura prolungata e non compensata non produce semplicemente “disagi alla circolazione”: produce danni economici quantificabili, esodo di attività commerciali, deterioramento della qualità della vita.
Su questo piano, la responsabilità politica è ancora più evidente: non solo non si è pianificato in tempo, ma non si è nemmeno costruito nel tempo un sistema di resilienza territoriale capace di ammortizzare l’inevitabile.
Nessuno mette in dubbio che le gallerie vadano adeguate. La sicurezza delle infrastrutture è un dovere dello Stato nei confronti dei cittadini, e i lavori devono essere realizzati.
Quello che non può essere accettato senza critica è la narrazione che trasforma una decade di inazione in una calamità inevitabile. Le norme erano note. Le scadenze erano chiare. Il territorio era vulnerabile. Eppure non è stato fatto nulla, o quasi, per preparare una risposta all’altezza.
La domanda che la politica regionale e nazionale è chiamata a rispondere non è “cosa si fa adesso” — quello lo decide la tecnica. La domanda è: chi è responsabile di dieci anni in cui non si è preparato niente, e cosa garantisce che questo modello non si ripeta?
Pianificare non è un lusso amministrativo. È il compito fondamentale di chi governa. Quando non viene esercitato, il costo lo paga sempre il territorio.
Analisi redatta sulla base del quadro normativo vigente (Dir. 2004/54/CE — D.Lgs. 264/2006) e delle informazioni disponibili al momento della pubblicazione.













