Non si tratta di uno scontro politico ma di una questione tecnica legata alle norme sull’incompatibilità, che però produce effetti immediatamente politici: numeri più fragili in Consiglio e clima di incertezza. Il centrodestra, già indebolito da divisioni interne e dalla rottura con Forza Italia, si ritrova ora con una partita ancora più complicata, mentre le opposizioni e l’Union Valdôtaine restano gli elementi decisivi di un equilibrio instabile. Il pezzo legge la crisi come una partita da casinò politico permanente, dove strategie, bluff e alleanze cambiano rapidamente, mentre fuori dal Palazzo resta irrisolta la distanza tra giochi di potere e bisogni reali dei cittadini.
La sentenza Testolin-Berschy non è solo un colpo di roulette: è il momento in cui il banco salta e con lui si scoprono tutte le carte di un centrodestra che giocava sul filo da mesi. Il Tribunale ha parlato. Il resto, come si suol dire, è politica.
C’è una frase che risuona nei corridoi di Palazzo Deffey in queste ore, mormorata sottovoce con la discrezione di chi conosce il peso delle parole: rien ne va plus.
Il croupier ha appoggiato la mano sul tavolo verde, la pallina ha smesso di girare, e il verdetto del Tribunale sull’ineleggibilità di Testolin e Berschy ha fatto quello che mesi di opposizione non erano riusciti a fare: ha paralizzato la maggioranza. Non del tutto, va precisato — ci vuole rispetto per la paralisi parziale, che è pur sempre una forma di attività.
L’ineleggibilità è una di quelle nozioni che il diritto elettorale custodisce con l’affetto riservato alle trappole ben congegnate. Non si tratta di brogli, corruzione o malafede: si tratta di incompatibilità di ruolo, disciplinata in Valle d’Aosta dalla legge regionale n. 4 del 1995 e dai suoi successivi aggiornamenti, in combinato disposto con il D.Lgs. 267/2000 (TUEL) per i profili di carattere generale.
In parole povere: alcune cariche pubbliche, incarichi amministrativi, ruoli in enti partecipati, rapporti di lavoro o consulenza con l’ente presso cui si intende candidarsi creano una causa ostativa alla candidatura stessa. Il legislatore, nella sua saggezza, ha ritenuto che governare e controllare se stessi simultaneamente presenti qualche inconveniente logico. Una posizione filosoficamente difficile da contestare.
Il Tribunale, chiamato a pronunciarsi sul ricorso, ha accertato la sussistenza di tali cause in capo ai due consiglieri. La pronuncia non è un giudizio morale: è un giudizio tecnico.
Il che, paradossalmente, lo rende ancora più difficile da digerire: non c’è avversario politico da incolpare, non c’è complotto da smontare. C’è solo, come si dice in questi casi, la norma che fa il suo corso. Impassibile. Sorda agli appelli. Notoriamente priva di sensibilità politica.
Rimane aperta — e sarà terreno di battaglia nei prossimi mesi — la questione dei gradi di giudizio e delle eventuali impugnazioni. Ma nel frattempo, la maggioranza deve fare i conti con un’aritmetica parlamentare che, anche senza essere esperti di statistica, risulta visibilmente più magra di prima.
Non serviva un esperto di diritto per capire che l’intera partita era impostata sul filo del rasoio. Bastava guardare le facce — quelle facce. Girardini da un lato, Baccega dall’altro: tutto il centrodestra regionale, tra FdI, Forza Italia, Lega e Renaissance, aveva costruito la propria identità sulla promessa di un’alternativa compatta, solida, finalmente coesa.
Poi Forza Italia si sfilò. E lì, in quel momento preciso, qualcuno avrebbe dovuto leggere l’oroscopo — o almeno il codice elettorale, che talvolta risulta più profetico.
Le parole di certi esponenti della destra, quando scoprirono lo strappo di Forza Italia, risuonano ancora con una certa vivacità. Si parlò di tradimento, di mancanza di visione, di irresponsabilità. Oggi quelle stesse parole vagano per i corridoi del Palazzo come fantasmi gentili, alla ricerca di qualcuno disposto ad accoglierle. Trovano porte chiuse.
“Quei 15 voti di scarto tra Rocco e Girardini alle comunali non sono un numero: sono un verdetto scritto dall’elettore che tiene i conti meglio dei capigruppo.”
La politica valdostana ha sempre avuto questa caratteristica barocca: ciò che accade al piano di sopra — al regionale — prima o poi scende le scale e bussa alla porta di quello di sotto. Le alleanze, i tradimenti, le convergenze improbabili a Palazzo Deffey trovano puntualmente il loro riflesso nelle urne comunali.
Quindici voti di scarto non sono un dettaglio statistico: sono la fotografia di un elettorato che non dimentica, che non perdona facilmente i cambi di casacca a metà partita, che distingue — con una precisione che farebbe invidia a certi analisti — tra chi ha giocato pulito e chi ha bluffato credendo che nessuno badasse alle carte.
E ora che la sentenza ha rimescolato il mazzo, le domande si moltiplicano con la logica inesorabile delle fiches che cambiano di mano.
Riusciranno Girardini e Rinini a ritrovare l’intesa perduta e ricomporre quel centrodestra che aveva tutti i numeri per governare — salvo poi distribuirli con la generosità di chi non ha letto le istruzioni?
Il centrosinistra sarà capace, per una volta storica e memorabile, di mettere da parte ego, prime donne e dissapori da condominio per fare fronte comune?
E l’Union Valdôtaine — la grande incognita, il jolly del mazzo, l’asso nella manica che qualcuno continua a tenere sul tavolo senza sapere bene quando calarlo — saprà trovare un leader capace di attrarre senza dividere?
La risposta onesta è che nessuno lo sa. E questo è esattamente il problema.
Palazzo Deffey rischia di trasformarsi in ciò che non dovrebbe mai diventare: un grande casinò in cui la posta in gioco non è il benessere dei valdostani, la sanità, le infrastrutture o il futuro dei giovani — ma semplicemente chi occuperà quella poltrona che vale oro.
I croupier cambieranno. Le fiches passeranno di mano con la disinvoltura degli habitué. Qualcuno blufferà — con stile, bisogna riconoscerlo. Qualcuno rilancerà sopra le proprie possibilità. Qualcuno resterà fermo, convinto che l’immobilità sia una strategia.
Nel dubbio, il Consiglio regionale procede.
“In Valle d’Aosta si bluffa con un certo aplomb alpino. Il problema è che il banco — stavolta — stava leggendo le carte dall’altro lato del tavolo.”
Nel frattempo, fuori dal Palazzo, c’è qualcuno che aspetta risposte su ben altre partite. Qualcuno che non ha fiches da giocare, non ha accesso al tavolo verde, e che si chiede ogni giorno la stessa cosa: tutto questo riguarda anche me?
Domanda retorica, naturalmente. Alla quale la politica valdostana, con consueta eleganza istituzionale, si riserva di rispondere.
Prima o poi.
Dopo le opportune valutazioni.
In sede di confronto tra le forze.













