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ATTUALITÀ POLITICA | 25 marzo 2026, 12:00

Avete perso. E adesso? La democrazia non si rispetta a giorni alterni

Dopo il referendum, sui social esplode l’odio di chi ha perso. Ma la democrazia non è un gioco riservato ai vincitori: difendere i propri valori significa anche rispettare chi la pensa diversamente. Saper perdere è la prima lezione di civiltà

Avete perso. E adesso? La democrazia non si rispetta a giorni alterni

Dopo il referendum, sui social è esplosa la bile di chi ha perso: insulti, disprezzo, arroganza. Benvenuti nell’era in cui la democrazia vale solo quando vince chi si crede più intelligente degli altri.

Non erano passate nemmeno quarantotto ore. Il tempo di contare i voti, dichiarare il risultato, e già i social traboccavano di qualcosa che solo per eufemismo potremmo chiamare “delusione”. No — era odio. Era dileggio. Era quella forma sottile e vigliacca di arroganza che si maschera da indignazione civile ma che, a guardarla bene, non è altro che l’incapacità viscerale di accettare che gli altri — tanti, tantissimi altri — la pensino diversamente da te.

Parliamoci chiaro: la democrazia non è un supermercato dove scegli solo le offerte che ti piacciono. Non è un gioco che vale la pena di giocare solo quando sei sicuro di vincere. La democrazia è un patto — scomodo, imperfetto, a volte brutale — che si regge su un principio fondamentale e irrinunciabile: la maggioranza decide, e chi ha perso rispetta.

Poi si torna a combattere, si cambia idea, si convince la gente, si vota di nuovo. È questo il gioco. Non è complicato.

“Chi dileggia una scelta democratica non sta difendendo i propri valori. Sta semplicemente ammettendo di non aver mai capito cos’è la democrazia.”

Eppure eccoli lì, sui loro schermi accesi nel buio, a vomitare epiteti su chi ha votato in modo diverso: ignoranti, provinciali, manipolati, incapaci di capire.

Ed è qui, esattamente qui, che si rivela la contraddizione mostruosa di questo atteggiamento: chi si erge a paladino della civiltà, del progresso, dell’intelligenza — e poi insulta mezzo popolo perché ha espresso liberamente il proprio voto — non è civile, non è progressista, non è intelligente. È semplicemente uno che non ha ancora fatto i conti con il significato più elementare della parola “democrazia”.

Perché la democrazia — quella vera, quella scomoda — non difende solo il tuo voto. Difende anche quello dell’operaio di Châtillon, della pensionata di Donnas, del commerciante di Aosta che la pensa all’opposto di te.

Pretendere di essere l’unico ad avere ragione, l’unico depositario della verità, l’interprete autentico del bene comune — mentre gli altri sono solo un gregge da rieducare — non è democrazia. È, senza giri di parole, la radice di ogni autoritarismo.

C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel comportamento di chi perde e si scatena così. Rivela che la tolleranza ostentata era di facciata. Che il rispetto per “le scelte altrui”, citato a memoria nei post del sabato mattina, vale solo se quelle scelte coincidono con le loro. Che il loro modello di società, in fondo, prevede che abbiano sempre ragione loro — e che gli altri imparino a stare zitti.

Ebbene no. Non funziona così. Non in una democrazia. Avete perso un referendum. Non è la fine del mondo — è la normalità di un sistema che funziona. Raccogliete la vostra sconfitta con la dignità che la situazione richiede, tornate a fare politica nel senso nobile del termine, convincete chi non è d’accordo con voi con argomenti, non con insulti.

E nel frattempo, per favore, risparmiate a tutti la retorica della superiorità intellettuale: è esattamente quella che, più di ogni altra cosa, allontana le persone da voi. La cultura — quella vera — inizia dal saper perdere. Tutto il resto è solo rumore.

Vittore Lume-Rezoli

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