“La Valle d’Aosta è ostaggio”: duro affondo di ADU contro Testolin dopo la sentenza
Ambiente Diritti Uguaglianza Valle d’Aosta attacca il presidente della Regione dopo la decisione del Tribunale sulla decadenza e il successivo ricorso. “Restare incollato alla poltrona mentre la Regione si blocca è una scelta arrogante”. Il movimento chiede dimissioni immediate ed elezioni subito.
“La Valle d’Aosta è ostaggio”. Comincia con parole pesantissime la nota diffusa da Ambiente Diritti Uguaglianza Valle d’Aosta, che interviene senza mezzi termini sulla vicenda politica e giudiziaria che coinvolge il presidente della Regione Renzo Testolin, dichiarato decaduto dal Tribunale e poi rientrato in carica grazie alla sospensiva legata al ricorso.
Per il movimento politico e civico valdostano, la questione sarebbe ormai chiara sotto il profilo normativo e istituzionale. “Il Tribunale ha stabilito una cosa precisa: Testolin aveva già ricoperto incarichi in Giunta — prima come assessore, poi come presidente — per tre legislature consecutive. La legge regionale valdostana dice che al terzo mandato si chiude. Punto”.
ADU sottolinea come il ricorso rappresenti un diritto legittimo, ma contesta duramente la scelta politica di restare alla guida della Regione in una fase tanto delicata. “Fare ricorso è un diritto. Nessuno lo nega. Restare incollato alla poltrona mentre la Regione si blocca, trasformando un problema giuridico personale in un danno collettivo per 120mila persone, invece, è una scelta politica. Ed è una scelta sbagliata e arrogante”.
Nel mirino finiscono soprattutto le conseguenze amministrative e politiche che potrebbero derivare da mesi di incertezza istituzionale. Secondo il movimento, la situazione rischia di paralizzare decisioni strategiche per la Valle d’Aosta. “Bandi, assunzioni, destinazione di fondi, 260 milioni di avanzo da destinare, tutto normale per una giunta con una tale spada di Damocle sulla testa?”, si legge nella nota, che richiama anche le imminenti nomine ai vertici di realtà centrali come CVA e Casinò de la Vallée.
“Si devono decidere i vertici di CVA e del Casinò — due partite da centinaia di milioni — con un governo menomato nella sua autorità politica. Cinque mesi così. Almeno”.
ADU critica inoltre le motivazioni contenute nel ricorso presentato dalla difesa del presidente regionale. “52 pagine fitte di tecnicismi”, viene scritto, nelle quali — secondo il movimento — emergerebbe indirettamente il tema della possibile incostituzionalità della legge valdostana sui mandati. Una posizione che l’associazione definisce ambigua e contraddittoria.
“L’incostituzionalità è uscita dalla porta ed è rientrata dalla finestra”, scrive ADU citando la posizione condivisa dalle opposizioni regionali, “da AVS a Fratelli d’Italia, dal PD alla Lega”.
Il passaggio politicamente più duro riguarda però il richiamo all’autonomia speciale valdostana. Per il movimento, utilizzare lo Statuto speciale come elemento difensivo personale rischierebbe di produrre un effetto opposto rispetto alla tutela autonomista. “Questa non è autonomia. È arroganza”, afferma la nota. E ancora: “L’autonomia speciale esiste per permettere alla Valle d’Aosta di governarsi meglio, non per consentire a chi governa di restare al potere oltre i limiti che la Valle stessa si è imposta”.
Secondo ADU, il comportamento del presidente rischierebbe addirittura di indebolire la credibilità autonomista valdostana nei confronti dello Stato centrale. “Usare lo Statuto Speciale come scudo personale non è difendere l’autonomia: è tradirla. È dire a Roma — e a tutta Italia — che non siamo capaci di autogovernarci”.
Infine l’affondo conclusivo, con una richiesta netta di dimissioni immediate e ritorno alle urne. “Un presidente vero si sarebbe dimesso il giorno dopo la sentenza. Non per obbligo giuridico. Per senso delle istituzioni”.
Da qui la conclusione politica del documento: “Noi diciamo basta. Basta ricorsi usati come paravento. Basta alibi istituzionali. Basta prendere in giro i cittadini. L’autonomia è del popolo valdostano, non di chi la occupa”.
E l’ultima frase assume i toni di un ultimatum politico: “Le regole si rispettano. Soprattutto da chi ha il potere di farle rispettare. Si dimetta. Ora”.













