La realtà è molto diversa. Mentre il conflitto in Medio Oriente continua ad alimentare la tensione sui mercati energetici, il costo di benzina e gasolio corre senza freni. In una sola notte alcuni marchi petroliferi hanno aumentato il prezzo del diesel fino a 10 centesimi al litro, un ritocco che pesa immediatamente su famiglie, lavoratori e imprese.
Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio prezzi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, elaborate su circa 20 mila impianti, i prezzi medi sono ormai su livelli che riportano indietro la lancetta della memoria:
benzina self service a 1,744 euro al litro
diesel self service a 1,867 euro al litro
benzina servito a 1,879 euro al litro
diesel servito a 1,996 euro al litro, praticamente a ridosso dei due euro
Sulle autostrade la situazione è ancora più pesante:
benzina servita oltre 2,09 euro al litro
gasolio servito oltre 2,20 euro al litro
Numeri che raccontano una dinamica chiara: dall’inizio della crisi il gasolio è salito di oltre 10 centesimi al litro, mentre la benzina ha guadagnato più di 7 centesimi. Il diesel è ai livelli più alti da oltre due anni e la benzina ai massimi degli ultimi tre mesi.
Nel frattempo il petrolio Brent si avvicina agli 85 dollari al barile, il Wti sfiora i 79,9 dollari e il gas naturale al mercato Ttf di Amsterdam ha superato i 50 euro al megawattora. Secondo alcune simulazioni l’effetto combinato di questi rincari potrebbe pesare per circa 369 euro l’anno sulle famiglie, tra carburanti e bollette.
Di fronte a questa situazione il governo ha scelto una strada che suona quasi paradossale: valutare nuove tasse sugli extra-profitti delle aziende energetiche per contrastare le speculazioni. Una risposta che, sulla carta, sembra muscolare. Nella pratica rischia di essere soprattutto simbolica.
Per una ragione molto semplice: gli speculatori raramente pagano davvero il conto. In un mercato complesso come quello energetico, gli eventuali nuovi balzelli vengono spesso assorbiti nella filiera e trasferiti, in modo più o meno diretto, sui prezzi finali. Il risultato è che gli utili restano robusti e il conto continua a pagarlo chi fa rifornimento.
Nel frattempo l’esecutivo rafforza i controlli della Guardia di finanza e attiva task force con l’Autorità energetica per monitorare eventuali anomalie nei prezzi. Misure utili, certamente, ma che difficilmente incidono sul problema strutturale: il peso fiscale sui carburanti in Italia è tra i più alti d’Europa.
Ed è qui che torna il nodo politico. Perché lo Stato incassa miliardi ogni anno proprio grazie all’aumento dei prezzi: quando la benzina sale, cresce automaticamente anche il gettito dell’Iva. In altre parole, il rincaro dei carburanti porta soldi direttamente nelle casse pubbliche.
Esiste persino uno strumento per attenuare questo effetto: il meccanismo delle accise mobili, previsto dal decreto del 2023. Funziona in modo semplice: quando l’Iva aumenta grazie ai rincari, una parte di quell’extra-gettito può essere utilizzata per ridurre le accise e contenere il prezzo alla pompa.
Uno strumento già pronto, già previsto dalla legge. Ma, almeno per ora, non utilizzato.
E così mentre si parla di task force, verifiche, dossier e nuove ipotesi fiscali, il prezzo alla pompa continua a salire. Con una sensazione sempre più diffusa tra automobilisti e imprese: che la politica preferisca inseguire la speculazione piuttosto che intervenire sul punto più evidente e immediato.
Le accise. Quelle che in campagna elettorale sembravano il bersaglio numero uno.
E che oggi, guarda caso, restano intoccabili.













