Ci sono date che non riempiono le piazze e non accendono fanfare, ma che raccontano molto più di tante celebrazioni ufficiali. Tra il 28 febbraio e il 7 marzo 1536, esattamente 490 anni fa, la Valle d’Aosta visse uno dei momenti più alti della sua storia politica. Non fu un episodio folkloristico, né una parentesi marginale: fu una scelta di governo, una dichiarazione di identità, un atto di coraggio istituzionale nel cuore di un’Europa sconvolta dalle guerre.
In quei giorni la Valle era isolata. Le grandi potenze si scontravano per il controllo dei territori alpini, le armate attraversavano valichi e pianure, e i confini erano linee fragili in un continente agitato dalle rivalità tra l’Impero di Carlo V e la Francia di Francesco I. In quel contesto, la piccola comunità alpina scelse una strada autonoma, dando vita a quello che le cronache definiscono un vero “Pays de neutralité”: una terra capace di dichiararsi neutrale e di far valere la propria posizione tra forze immensamente più grandi.
Il 29 febbraio 1536 la Valle d’Aosta compì un gesto rivoluzionario: adottò il francese negli atti pubblici, abbandonando il latino. Lo fece tre anni prima della Francia stessa, che ufficializzerà l’uso del francese con l’ordinanza di Villers-Cotterêts del 1539. Non fu un semplice cambiamento linguistico, ma un’affermazione politica e culturale. La lingua diventava strumento di amministrazione, di identità, di coesione.
Pochi giorni dopo, il 7 marzo, venne istituito il Conseil des Commis, una sorta di giunta di governo incaricata di gestire gli affari pubblici in una fase di emergenza. Un organo collegiale, espressione delle comunità locali, che rappresentava una forma avanzata di autogoverno in un’epoca dominata dalle monarchie assolute. Non un atto di ribellione, ma una scelta di responsabilità per garantire ordine, continuità amministrativa e tutela del territorio.
A ricordarlo con forza è Mauro Caniggia Nicolotti, insegnante, storico e guida turistica, autore di 62 libri di storia valdostana, relatore in 250 conferenze e altrettanti interventi nelle scuole. Nel suo blog Caniggia.eu, in questi giorni, invita a non dimenticare quella stagione straordinaria: «In questi giorni di 490 anni fa la Valle d’Aosta, isolata a causa di guerre e invasioni, divenne per oltre vent’anni una sorta di Stato neutrale — un vero Pays de neutralité — capace di dialogare con le superpotenze dell’epoca».
Non si trattò di una neutralità passiva, ma di una scelta strategica. La Valle seppe negoziare, mantenere equilibri, difendere le proprie prerogative. In un’epoca in cui le decisioni si imponevano con le armi, qui si sperimentava una forma di diplomazia alpina, fondata su relazioni, autonomia amministrativa e forte coesione comunitaria.
Caniggia Nicolotti insiste su un punto spesso dimenticato: «Questo periodo — tra il 28 febbraio e il 7 marzo — rappresenta una delle date più significative da celebrare e valorizzare per comprendere uno dei punti più alti della nostra storia antica di autogoverno». Non è una suggestione romantica, ma una constatazione documentata. Gli archivi testimoniano un sistema istituzionale capace di reggere l’urto della storia, di adattarsi alle pressioni esterne senza perdere la propria specificità.
Eppure, ancora oggi, molti tendono a credere che l’autonomia valdostana sia nata soltanto dopo la Seconda guerra mondiale, come se fosse una concessione recente legata esclusivamente alla stagione della Resistenza. «La Resistenza fu certamente lo strumento che riportò alla democrazia e rese possibile l’autonomia moderna», ricorda lo storico, «ma le sue radici — ricordiamolo sempre — affondano nel medioevo».
È una prospettiva che cambia lo sguardo. Significa riconoscere che l’autogoverno valdostano non è un’invenzione del Novecento, ma l’evoluzione di un particolarismo istituzionale secolare, costruito tra franchigie medievali, assemblee comunitarie, consuetudini giuridiche e scelte politiche coraggiose come quella del 1536.
Il Conseil des Commis non fu un episodio isolato, ma l’espressione di una cultura politica che sapeva assumersi responsabilità collettive. L’adozione del francese non fu un dettaglio formale, ma una dichiarazione di appartenenza culturale e di autonomia amministrativa. La neutralità non fu debolezza, ma strategia di sopravvivenza e affermazione.
Raccontare oggi quei giorni significa restituire profondità alla nostra storia. Significa comprendere che l’identità valdostana si è forgiata ben prima delle grandi cesure del Novecento, in una continuità che attraversa secoli e trasformazioni. E forse significa anche interrogarsi su quanto sappiamo valorizzare questa eredità.
Se l’autonomia è memoria, allora il 28 febbraio e il 7 marzo 1536 non sono soltanto date per specialisti, ma capitoli fondamentali di una storia collettiva. Una storia che parla di una piccola comunità alpina capace, quasi mezzo millennio fa, di sedersi idealmente al tavolo delle potenze europee e di dire, con dignità e intelligenza politica, chi era e cosa voleva essere.













