L’incontro della protagonista con Leonildo, il segnatore delle colline del lago, fu determinato da curiose coincidenze fattuali e temporali che tra mille luci ed ombre non possono che alimentare la storia mistico-culturale di queste figure ancora radicate in alcune realtà territoriali.
Una decina di giorni dopo la terza segnatura, con le mie belle chiazze in via di attenuazione mi sono recata a fare una visita “ufficiale” da un medico dermatologo.
La diagnosi è stata implacabile e per certi versi attesa: esiti di sclerodermia della quale soffro come regalo per un trapianto di midollo di alcuni anni fa. Una brutta compagnia questa sclerosi, che alle volte si maschera da Herpes ma che il dermatologo, in questo caso, sembrerebbe aver escluso categoricamente.
Niente fuoco di Sant’Antonio quindi. L’assenza di dolori ne era un sintomo inequivocabile. Quindi le mie chiazze non sarebbero state di competenza di Leonildo. Eppure…
Fuori dallo studio medico, mentre mi avvio all’automobile tra i passanti infreddoliti di questa fine di gennaio, i pensieri mi frullano in testa cercando di collocarsi, come un puzzle nei posti assegnati loro dalla ragione.
Ma come posso essere razionale se ero convinta di avere una malattia e ne ho invece un’altra?
E soprattutto come posso essere raziocinante con la mia testa che va a quella prima sera di Sant’Antonio quando appena cosparsa di olio mi sono sentita bruciare tutto il bacino senza che ne abbia avuto un motivo oggettivo. E la sera dopo quel bruciore si è ripresentato, in forma più lieve per non presentarsi più la terza ed ultima sera di segnatura: “da adesso”, disse Leonildo la prima sera, “il fuoco torna indietro”.
E se fosse davvero stato così? E se fosse stata davvero una forma di Fuoco?
La sera a letto fatico ad addormentarmi.
Penso a quello che mi è accaduto rocambolescamente in questo inizio d’anno: coincidenze, spiritualità, esoterismo, medicina sensazionalistica, medicina razionale.
Penso ai segnatori e sono convinta che nelle campagne queste figure abbiano sostituito per anni quello che la medicina ora cura con pratiche spesso più discutibili di quelle dei contadini postulanti. Sono convinta che in quei segnatori di allora il “dono” fosse reale, concreto e sincero. Che fosse un triviale “fare del bene” senza mire speculative. Un mondo arcaico la cui eco, forse, riesce ancora a giungere tra le mura delle nostre città.
Penso a quello che mi è accaduto. In mezzo a quel mondo di bifolchi dalle mani di luce e dal cuore grande ho incontrato Leonildo, il segnatore sognatore, che ha visto un Fuoco mai acceso ma che, senza neppure saperlo ha spento, almeno temporaneamente, un incendio assai più feroce.
FINE













