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CULTURA | 07 febbraio 2026, 10:00

Bullismo, la violenza che la scuola non può più fingere di non vedere

Sotto la patina delle ricorrenze e delle campagne simboliche, il bullismo e il cyberbullismo continuano a colpire duro. Il 7 febbraio deve diventare una linea di confine: o la scuola ascolta davvero, o resta complice del silenzio

Bullismo, la violenza che la scuola non può più fingere di non vedere

Il bullismo non è una ragazzata. Non è un conflitto tra pari, non è un incidente di percorso della crescita. È una violazione sistematica della dignità umana che lascia segni profondi, spesso invisibili, ma devastanti. In occasione della Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo del 7 febbraio 2026, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani richiama con forza l’attenzione della comunità scolastica e dell’opinione pubblica su un fenomeno che continua a essere sottovalutato, normalizzato, rimosso.

«Il bullismo e il cyberbullismo non sono semplici dinamiche relazionali – sottolinea il presidente del CNDDU, il professor Romano Pesavento – ma vere e proprie forme di violenza che compromettono l’equilibrio psicologico, l’autostima e il diritto fondamentale di ogni studente a vivere in un ambiente educativo sicuro». Parole nette, che non lasciano spazio alle ambiguità.

I numeri, del resto, parlano chiaro. Secondo i dati ISTAT, oltre il 68% degli adolescenti tra gli 11 e i 19 anni ha dichiarato di aver subito almeno un episodio offensivo, aggressivo o di esclusione nell’arco di un solo anno, sia in presenza sia attraverso strumenti digitali. Una percentuale tutt’altro che marginale racconta di episodi ripetuti, mensili o addirittura settimanali. Sul fronte online, circa un terzo dei giovani afferma di aver subito vessazioni, mentre una quota rilevante parla apertamente di cyberbullismo. «Siamo di fronte a una sofferenza strutturale, non episodica», osserva Pesavento, «che interpella direttamente la responsabilità educativa delle istituzioni scolastiche».

A confermare questo quadro arrivano anche i dati di Telefono Azzurro, che nel solo 2025 ha seguito centinaia di casi. Dietro le statistiche, però, ci sono storie precise, volti, nomi. Il Coordinamento li richiama uno per uno, senza retorica ma con rispetto: Carolina Picchio, la cui morte nel 2013 ha segnato uno spartiacque nella consapevolezza pubblica sul cyberbullismo; Andrea Spezzacatena, scomparso nel 2012 dopo una lunga scia di umiliazioni; Alessandro Cascone, simbolo del peso insostenibile che l’isolamento e la pressione dei pari possono esercitare su un adolescente. «Ricordare questi nomi – afferma Pesavento – significa ribadire che l’indifferenza uccide tanto quanto l’aggressione diretta».

Non basta commemorare. Serve agire. In linea con la circolare ministeriale sulle azioni di prevenzione e contrasto, il CNDDU invita le scuole a trasformare il 7 febbraio in un momento reale di riflessione collettiva, coinvolgendo studenti, docenti e famiglie. «La prevenzione non può essere una risposta emergenziale o una parentesi nel calendario scolastico», ribadisce il presidente del Coordinamento, «ma deve diventare parte integrante dell’azione formativa quotidiana, a partire dall’Educazione civica e dai percorsi interdisciplinari».

È in questa prospettiva che nasce il progetto “VoceXVoce – La Scuola che Ascolta”, un format di narrazione digitale partecipata che punta a ribaltare il paradigma tradizionale. Non più studenti destinatari passivi di messaggi educativi, ma protagonisti attivi. Docufilm, podcast, micro-interviste, video brevi e racconti multimediali costruiti dagli stessi ragazzi per raccontare il bullismo dal punto di vista di chi lo subisce, di chi lo osserva e di chi prova a contrastarlo. «Dare voce agli studenti significa restituire loro potere, consapevolezza e responsabilità», spiega Pesavento.

Attraverso metodologie come il project-based learning, il cooperative learning e lo storytelling digitale, il progetto mira a sviluppare pensiero critico, competenze digitali e cittadinanza consapevole, creando anche reti tra scuole e comunità educanti. Non un esercizio di stile, ma un’azione concreta.

Il 7 febbraio, allora, non può restare una data da cerchiare in rosso sul calendario. Deve diventare una soglia. «Educare al rispetto, all’empatia e alla responsabilità – conclude Pesavento – significa trasformare la memoria delle giovani vite perdute in un impegno quotidiano, affinché nessuno studente debba più sentirsi solo o non ascoltato». E questa, piaccia o no, è una responsabilità che riguarda tutti.

je.fe.

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