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CULTURA | 05 febbraio 2026, 16:00

Il SEGNATORE “Cel que l’a lo secrè” Capitolo tre

La seconda segnatura

immagine tratta da Cultura ruralpina in Valle Imagna

immagine tratta da Cultura ruralpina in Valle Imagna

Dopo l’incontro col segnatore e dopo una prima “segnatura”, la protagonista, affetta da fuoco di Sant’Antonio, si immerge fisicamente ed emotivamente nel rituale ancestrale che Leonildo mette in atto. L’ambiente in cui questo avviene è surreale, ma il primo trattamento le procura lo stimolo per andare a fondo in questo mondo borderline con l’esoterismo.

È la seconda volta che percorro la strada che mi porta in quell’aia sotto la montagna e questa volta il tragitto mi sembra più corto. Forse sono meno tesa di ieri, anche se non ho un buon motivo per essere più serena. In fondo non so bene cosa succederà in questo garage riguardo al mio Fuoco, riguardo a me stessa.

Parcheggio. Spengo il motore e guardo la porta di ferro e vetro. Dentro c’è la solita luce. Lui, il segnatore, è lì: vedo la sua ombra muoversi e avvicinarsi alla porta, che si apre. Si affaccia. Scendo dall’auto. Entro e, in un attimo, mi ritrovo in piedi con la maglia alzata e Leonildo che mi segna col legnetto ardente.

Lo osservo con più attenzione di ieri. Mentre fa il Segno della Croce muove le labbra impercettibilmente. Chissà cosa dice: preghiere? Formule magiche? E se invece fosse una sua abitudine parlare tra sé e sé? Lo fanno in tanti. Anche a me, alle volte, capita e, quando me ne accorgo, mi vergogno come un verme se sono in mezzo alla gente. Ma anche quando sono sola.

Leonildo dice che il fuoco “sta già andando indietro”. Dice che, rispetto a ieri, “vado già meglio”. A me non sembra proprio. Non so cosa pensare. Vuole convincermi che la sua ritualità funziona davvero?

È passato all’unzione del mio tronco martoriato di macchie, chiazze e bolle.

Mentre mi unge come un maialino da mettere sul girarrosto, mi guardo in giro con più attenzione. I modellini di navi mi sembrano molti più di ieri e tutti bene allineati sopra una mensola.

Scopro anche che i diplomi che tanto mi avevano confortato ieri sera sono stati rilasciati una ventina d’anni fa da chissà quale fantomatica università straniera: andiamo bene!

Su un pilastro sono appesi, allineati in maniera precisa, una serie di caschi da motocicletta d’altri tempi. Avranno a che fare con quelle due moto d’epoca che se ne stanno in bella mostra nel loro angolino. Mah!

Leonildo mi fa voltare per oliarmi la schiena. Vedo così la libreria. Noto che i tanti fumetti di ieri sera sono in realtà solo una piccola parte e sono allineati in mezzo a mille altri libri rilegati, enciclopedie per lo più, di ogni genere. Molte riguardano auto e moto. Confesso che non riesco a capire con chi ho a che fare.

Sono sbalordita dall’ordine meticoloso con cui sono riposte le cose e dalla pulizia che questo ciarpame chiede quotidianamente. Ma chi è questo segnatore? E se fosse un ectoplasma?

«Finito», mi dice Leonildo, che mi deve dare una leggera pacca sulla spalla per scuotermi dai pensieri e farmi rivestire.

Riesco a farfugliare un «come sta procedendo?», al quale, con la solita ostentata sicurezza, mi risponde che «sta andando tutto molto bene». Aggiunge anche che domani sera ci vedremo prima perché alle diciannove sarà su in valle a casa di una vegliarda che non può muoversi e che deve essere segnata. E mi racconta la storia di questa nonnina di montagna.

È loquace stasera Leonildo, ma io lo ascolto a sprazzi e non so bene cosa dirgli, cosa chiedergli. Mi sento impacciata e mi arrabbio per questo con me stessa: io, che mi vanto della mia eloquenza, mi ritrovo muta e inerme di fronte a questo signore dalla parlata rozza, essenziale e sgrammaticata.

Sulla scrivania adocchio un tomo piuttosto voluminoso dal titolo Il Fuoco di Sant’Antonio e poco distante ne scorgo un altro sul cui dorso leggo Mani di luce.

Ho la sensazione che Leonildo abbia percepito le mie perplessità e tiri fuori l’asso dalla manica, dicendomi che il “dono” gli è stato trasmesso dalla nonna Fedora. Come se sentisse che i miei dubbi sulla sua attività esoterica potessero essere sciolti confidandomi la sua tradizione familiare. E, in effetti, un po’ mi tranquillizza. Ho letto che segnare le persone è tradizione parentale e l’evocazione della nonna Fedora colpisce nel segno: e bravo Leonildo!

Noto che, a differenza di ieri sera, il “bruciore” nella zona pelvica è meno accentuato. Lo dico a Leonildo, che mi sorride e aggiunge che è logico. Già sulla porta del garage mi fermo a chiedergli se fa altre segnature, insomma cosa tratta con il suo “dono”.

Risponde determinato, elencando quattro sole cose, nel rispetto pieno delle “attività” del segnatore di cui ho letto su Internet. Quando gli dico che non sapevo che esistessero queste persone, si mette a ridere e mi commiata con un «ci vediamo domani sera».

Ci salutiamo. Esco e salgo in macchina. Faccio inversione nell’aia mentre Leonildo chiude a chiave la porta del garage, diventato buio come questa fredda notte invernale.

Imbocco la strada che mi conduce a casa. Mi chiedo per l’ennesima volta che diavolo stia facendo.

Prima di coricarmi a letto mi guardo. Ho l’impressione che le macchie siano in attenuazione. Mi sembrano meno rosse, più rosate e smorzate di ieri…
E se fosse solo suggestione?

Segue domani

La presentazione - cap.1 - cap.2

Mauro Carlesso Scrittore e camminatore vegano

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