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CULTURA | 02 febbraio 2026, 16:00

La figura del segnatore - cel que l’a lo secrè

Per molti anni, e fino al secolo scorso, il segnatore ha rappresentato un fondamentale, importante e spesso unico presidio medico — come diremmo oggi — del mondo rurale e contadino

Luigi XIV guarisce gli scrofolosi (fonte Wikimedia.net)

Luigi XIV guarisce gli scrofolosi (fonte Wikimedia.net)

Nel periodo di estreme ristrettezze economiche e di vita raminga, i contadini, in particolare quelli delle aree pianeggianti, vallive e montane del nord Italia, ma anche in altre regioni europee, erano messi alla prova non solo dalla fame, ma anche dalle malattie alle quali andavano incontro. E così anche il fuoco di S. Antonio, le ustioni o la sciatica potevano rappresentare un serio pericolo per la famiglia, patriarcale o matriarcale che fosse, togliendo cinicamente forza lavoro.

Erano sostanzialmente queste le "cure" che praticava il segnatore attraverso il "dono" ricevuto per via familiare. Su slogature, ustioni, sciatica, verruche e i “vermi” nei bambini, il segnatore attuava gratuitamente rituali che univano alla fede che pervadeva le campagne e le vallate di allora il conforto e la suggestione del mistero.

La guarigione avveniva sempre, vuoi per suggestione (quello che oggi chiamiamo effetto placebo), vuoi perché il malanno doveva risolversi da solo, ma anche per l'efficacia che queste pratiche mettevano in campo. A favore dell’efficacia di queste pratiche va sottolineato che i segnatori operavano spesso e con successo anche su malattie del bestiame, annullando così la giustificazione del placebo. Tipico dei segnatori è la gratuità del loro operato. Benché alcuni accettassero una gentilezza o una piccola somma di denaro fatta scivolare in una busta in segno di ringraziamento, la gratuità è ancora largamente diffusa.

In Valle d’Aosta, la Geppina, alias Giuseppina Pallais, era una figura che rientrava tra “cel que l’a lo secrè" e praticava i secrets nella sua casa, immersa nel verde, che per anni è stata meta di pellegrinaggio di tanti valdostani, giovani e anziani, che si rivolgevano a Madame Gerbelle per trovare risposte a ogni tipo di male e che in cambio ricevevano ascolto e la restituzione del sorriso.

Oggi di queste figure ne sopravvivono ancora, ma sono sempre più poche e operano in luoghi remoti e all'ombra del severo giudizio della scienza che, ignorando il passato, la cultura e la fede, non lesina ad ammucchiarli indistintamente tra i maghi, gli stregoni e i ciarlatani.

Sul perché guarivano quei poveri cristi delle campagne nessuno si è dedicato ad esplorarne la genesi e gli effetti. In un’epoca in cui la scienza non lascia più spazio a ciò che è misterioso, la mancanza di prove scientifiche può indurre i ricercatori a pensare che la medicina popolare non sia altro che superstizione o ciarlataneria. Eppure, alcuni medici, soprattutto nella vicina Svizzera, accettano a volte di collaborare con i detentori del dono (denominato anche “il segreto”). Certi oncologi, ad esempio, consigliano ai pazienti di rivolgersi a “guaritori che curano le ustioni” per attenuare le scottature conseguenti alla radioterapia.

Interessante è quanto sia essenziale tramandare “il dono” o “il segreto” “i secrets” per proteggerne il contenuto, permettendo al detentore di scegliere il proprio successore. In tal senso, le regole di trasmissione, in passato molto rigide, sono state allentate al fine di preservare una tradizione in via d’estinzione. Attualmente persiste solo l’obbligo di rivelare la formula a persone più giovani.

I segnatori che praticano “il segreto” hanno ricevuto il dono di guarire attraverso la preghiera, sotto forma di formule. Come detto, questa pratica deriva dalla medicina popolare — a volte considerata in contrapposizione alla medicina classica — che non è altro che la somma di conoscenze empiriche ancestrali, spesso inspiegabili dal punto di vista scientifico.

“È la vigilia di Natale. La mamma mi ha detto che questa sera, durante la messa, allo scoccare della mezzanotte mi passerà il suo dono. La mamma guarisce le persone che si bruciano. Recita parole e fa dei gesti, e questa notte mi passerà il segreto che mi permetterà di diventare come lei, un segnatore. La chiesa è gremita. Non riesco a concentrarmi, sono teso ed emozionato. La mamma mi ha spiegato che mi ripeterà la formula tre volte nell’orecchio e che devo tenerla bene a mente; se non ricorderò le parole dovremo aspettare l’anno prossimo, perché il dono si può tramandare solo nella notte di Natale, dentro una chiesa, allo scoccare della mezzanotte…”.

In questo contributo, apparso su Ticino7 allegato a La Regione 05/2022, risulta chiara tutta la forza emotiva che prevede il passaggio del dono da una mamma al figlio.

Storicamente, l’arte dei segnatori trova radici fin nel Medioevo, propagandosi in particolare nel XI secolo, tempo in cui San Carlo Borromeo tentò di estirpare questa pratica che andava contro i dettami della Chiesa. Ma l’uso di erbe, decotti e parole si incrociò sempre più con il sacro e le preghiere, alimentando l’aurea di mistero, di stregoneria, di magia, seppure tesa al bene di persone e animali, in un contesto, ricordiamolo, spesso di miseria e fatica.

Se questo aveva messo in allarme la Chiesa, con l’Illuminismo si separarono definitivamente il sapere scientifico da quello non scientifico. Tuttavia, con l’Ottocento, si iniziò a rivalutare la figura del segnatore, del suo sapere ancestrale e di tutto ciò che accomuna anima e salute fisica. È probabile allora che, di fronte a un fenomeno inestirpabile, il cristianesimo abbia inglobato con il segno della croce e le parole delle sue preghiere qualcosa di più antico e pagano.

Può risultare curioso ma significativo come, in alcune parti d’Europa, la segnatura fosse una pratica riservata agli strati popolari, con “segnatori” del ceto più modesto, ma che in certi momenti storici venne attribuita persino ai re, che potevano guarire le persone ammalate essendo loro stessi un tramite fra l’uomo e Dio.

Ne I re taumaturghi, un saggio del 1924 dello storico francese Marc Bloch, viene esplorata questa tradizione nata nel Medioevo, quella dei re taumaturghi, che attribuiva poteri miracolosi ai sovrani francesi, in particolare la capacità di guarire dalle scrofole mediante la semplice imposizione delle mani e l’ingiunzione: “Il re ti tocca, Dio ti guarisca”.

Contestualizzando il fenomeno, appare chiaro che la nostra società odierna ha bisogno di contatto con natura e religione e che ha dunque aperture anche al di fuori della scienza e dell’ambito razionale di cui siamo improntati. Il ricorrere ancora oggi al “dono”, farsi segnare dal “segreto”, ci dimostra come le persone abbiano bisogno di credere in qualcosa che va oltre i cinque sensi, oltre la conoscenza tangibile. Non basta questo mondo concreto: le persone desiderano sconfinare in un immaginario arcano, che è stato messo alla porta secoli fa ma che continua a rientrare dalla finestra per sostenere gli uomini nella loro dimensione più eterea, spesso ignorata.

L'approfondimento di cui sopra potrà tornare utile nella lettura e comprensione del racconto che sarà pubblicato da domani in sei brevi capitoli sulle pagine di questo giornale.
Si tratta della storia di una donna che si affida a un segnatore di un piccolo borgo del Piemonte, abbarbicato sulle colline soprastanti il lago, alla ricerca della guarigione da una forma acuta di fuoco di S. Antonio. 

Il tema lo approfondiremo da domani in sei appuntamenti 

Mauro Carlesso Scrittore e camminatore vegano

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