Quello che era stato presentato come il salvatore della patria, la soluzione ai mali del casinò, ha rassegnato le dimissioni da direttore generale della Casino de la Vallée S.p.A.. Si chiude un ulteriore capitolo di una vicenda complessa, dove le soluzioni sono state peggio dei problemi e dove il sistema ha dimostrato tutti i suoi limiti.
Eppure, anche su Aostacronaca, si era messo in guardia chi doveva decidere, la gestione di un’azienda così complessa, in un momento economico così difficile non poteva essere affidata a qualcuno senza la conoscenza necessaria del mercato.
Uno stimato avvocato coadiuvato da un giovane e valente consulente del lavoro, con il supporto di un ex croupier con esperienze direzionali in piccole strutture straniere non avrebbero mai potuto vincere una sfida così complessa, soprattutto in una situazione ambientale fortemente deteriorata.
Infatti la luna di miele è durata un battito d’ali e dopo poco più di un anno siamo al divorzio. Ora la politica si sta esercitando nel suo sport preferito, scaricare la colpa sugli altri: è pronto un documento politico da allegare al bilancio per sciogliere nell’acido tutto il management del casinò, tutta colpa loro.
Ma questa impostazione fa veramente sorridere: quali manager?
Il direttore dell’hotel è un ex croupier e responsabile dei giochi tradizionali, la responsabile degli acquisti fino a poco tempo fa registrava fatture, colui che fa le veci del direttore del personale e supporta l’amministratore unico è un ex croupier e gestore di discoteche con la terza media, il direttore del marketing un ex porteur, il responsabile della produzione un veneziano dal trascorso di segretario comunale che nessuno ha ancora capito cosa faccia e, dulcis in fondo, l’amministratore unico che secondo la visione politica avrebbe avuto, in barba al codice civile, solo funzioni di coordinamento e rappresentanza.
Lo sport del tiro al piccione sembra al confronto un’attività nobile e coraggiosa, le persone non sono cose, è probabile che abbiano dato il massimo ma la colpa è del sistema che li ha esposti in questa maniera. Quello che deve però preoccupare è che nessuno ha ancora capito dove stia il problema.
Tutti a scartabellare numeri e dati, tutti esperti in qualcosa, ma come tanti struzzi nessuno che ha il coraggio di affrontare il vero problema. Il Resort è una struttura moderna che piace molto alla clientela, soprattutto l’hotel, basta guardare su Tripadvisor. Il progetto fu concepito e iniziato in un’epoca dove il fatturato del casinò cresceva e dove i bilanci erano addirittura in grado di assorbire le perdite del Grand Hotel Billia, decisione presa dalla proprietà perché obbligata dallo stato nel quale si trovavano le strutture, non c’erano scelte, chiaramente se non la chiusura.
Poi è arrivata la crisi e i limiti all’utilizzo del contante, per cui chi gestiva ha cercato di equilibrare le entrate con i costi. Nessun casinò ha chiuso i battenti in Europa, tutti hanno subito soprattutto nel 2013 la crisi, molti peggio ancora rispetto a Saint-Vincent hanno visto assottigliarsi i bilanci, tanti sono i casinò nuovi costruiti o pesantemente rinnovati. Si investe quando serve, si rilancia per combattere la crisi e la concorrenza. Quasi tutti hanno trovato una quadra, hanno diminuito i costi e ora viaggiano con bilanci positivi.
Eppure i casinò italiani, con importanti fatturati, fanno fatica. Sono tutte strutture a proprietà pubblica, dove il peso dei costi di produzione è insostenibile. Ormai gli interessi per i mutui sono quasi ininfluenti sul bilancio del nostro casinò, è evidente che è un falso problema, il problema è la gestione. Più o meno 75 milioni totali di entrate (compresa la quota della Regione) e costi del personale pari a 50 milioni di euro (dati 2015).
Ma nessuno ha il coraggio anche solo di porsi questo problema, è più facile accusare chi gestisce e chiedere aumenti del fatturato incompatibili con il momento economico. Poi se si chiama qualcuno a gestire privo dell’esperienza necessaria, anche i miglioramenti possibili e già in atto, vengono frustrati. Invece di parlare a sproposito di marketing, clienti facoltosi e rilancio, prima si doveva mettere in sicurezza strutturale l’azienda, adeguando i costi alla situazione contingente.
Luca Frigerio e il suo vecchio Staff combatterono una battaglia solitaria, litigarono con mezzo mondo e produssero piani molto scomodi per tutti, ma quella era evidentemente la soluzione. Nella primavera dell’anno scorso, forzando il sistema a suo rischio e pericolo, Frigerio disdettò i contratti economici di secondo livello, assurdamente onerosi, frutto di decenni di accordi sindacali e politici, oltre che le parti normative dei contratti e da un giorno all’altro le previsioni tornarono positive, ma era troppo bello per durare.
Basti pensare che quest’anno, se non si fosse intervenuti diversamente, i bilanci sarebbero già verosimilmente in utile e negli anni a venire avrebbero prodotto risultati altamente positivi. Si sta parlando di più di 10 milioni di euro di differenza oltre ai fondi straordinari per la procedura ex legge Fornero. Ma così non fu, politica e sindacati decisero diversamente e deragliarono, frustrando ogni possibile rilancio. La classe dirigente fu smantellata per far contenti lavoratori e politici nuovi alleati e nel contempo azienda e sindacati lavorarono ad un mostro che azzoppò ogni speranza, un accordo sindacale fortemente al ribasso, che non ha portato i risparmi sperati ma addirittura ha gravemente peggiorato la situazione finanziaria dell’azienda portandola ad un passo dal baratro. Ogni previsione fu azzerata e rifatta, obbligando chi gestiva a stirare i budget verso l’alto ma ponendo una serie di problematiche difficilmente gestibili.
Innanzi tutto l’accordo sindacale non è una soluzione strutturale, scade nel 2017, prevede risparmi inferiori di circa 10 milioni rispetto alle disdette ma, soprattutto, per far contenti i lavoratori ha aperto le porte a massicce uscite con la legge Fornero. Con l’applicazione di questo istituto i risparmi sono minimi rispetto alle diminuzioni registrate dall’accordo sindacale ma la gente non lavora più, sta a casa pagata dall’azienda, quando usciranno tutti i costì in parte saliranno perché per assicurare i servizi alla clientela si sono già dovute assumere nuove forze, ma, è questo l’aspetto più incredibile, per far uscire tutte quelle persone a fare nulla, con poco risparmio, la casa da gioco deve fornire all’Inps una fideiussione bancaria di importo elevatissimo oltre a pagare il TFR in un’unica soluzione a chi esce.
Si tratta di svariati milioni di euro, probabilmente alla fine più di 10, che il casino deve anticipare all’Inps, soldi che non ha e per i quali deve indebitarsi pagando gli interessi, o chiederli alla proprietà, magari attingendo alla ricapitalizzazione recentemente richiesta. Che senso abbia tutto questo non è dato sapere, certo sapere oggi che una persona uscirà tra 3 anni dall’azienda in anticipo può essere utile, ma lo stesso risultato si raggiunge con meno costi e rischi con una procedura di mobilità.
Per questi motivi la direzione aziendale ha chiesto ai sindacati di rivedere alcune cose, come i premi di produzione, ma non può fare molto di più senza l’assenso dei sindacati, che ora non potrà più arrivare, anche perché l’accordo è a tempo determinato e non prevede una risoluzione unilaterale, per cui almeno fino alla fine del 2017 questa è la situazione. Peggio ancora per gli usciti Fornero, per loro non c’è più niente da fare, il loro costo è cristallizzato fino alla fine e quindi ulteriori risparmi su chi rimane in azienda a loro non interesserebbero.
Ma come il domino i problemi non finiscono qua, il 2015, finita la stagione degli scioperi, consolidò una crescita positiva del fatturato (hotel e casinò) e delle mance, il bilancio migliorò ma il peso finanziario del costo del personale e soprattutto delle uscite per la Fornero, frustrò il paziente lavoro di ricerca di nuova clientela, per cui Scordato & Co non poterono che tagliare su tutto, questo, sommato ad alcune scelte gestionali sicuramente discutibili, ha portato ad una grave disaffezione della clientela che è migrata in parte verso altre strutture. Con i fichi secchi non si fa marketing e promozione, tant’è che questo sarà il peggiore anno del casino valdostano rispetto alla concorrenza dopo tanti anni.
Ora recuperare questo stato di fatto sembra un’impresa titanica, mancano le risorse e soprattutto ci vorranno gli anni. Oltre a questo l’azienda è da rifondare, ma l’inserimento di manager adeguati è un lavoro lungo e delicato oltre che oggi troppo costoso, inoltre c’è bisogno di interventi urgentissimi che può assumere solo chi conosce a menadito l’azienda e il mercato.
Quali le soluzioni a questo punto che deve trovare ora la proprietà oltre che azzerare senza tante mezze misure i manager?
Difficile da dire, un rilancio delle attività sembra un percorso difficile e rischioso, l’azienda nel giro di un anno ha perso completamente la strada senza progetti concreti ed è diventata un caos organizzativo, i tempi per rimetterla in sesto sarebbero lunghissimi a patto che le scelte questa volta siano coerenti con le necessità. Per cui sembra che la privatizzazione sia la strada più gettonata, e può essere una soluzione sensata, ma per farla bene ci vorrà tempo, più di un anno, ma nel frattempo?
Nel frattempo la logica imporrebbe interventi rapidi su due binari: la scelta di una governance reputata ed esperta sotto il profilo amministrativo e soprattutto finanziario, capace di guidare al meglio le procedure per la privatizzazione e capace di trovare e gestire la liquidità necessaria ad arrivare alla privatizzazione, e il supporto di un manager che conosca a fondo queste aziende particolari (hotel e casino) e possa consigliare con la sua esperienza i giusti passi per portare ad un risultato positivo la procedura di privatizzazione e anche immediatamente gestire la quotidianità, sostituirsi temporaneamente alle lacune dei dirigenti esistenti, incapaci di autogestirsi e decidere, riporti qualche cliente in tempi brevi e soprattutto predisponga immediatamente un business plan che traghetti l’azienda alla conclusione della privatizzazione.
Se la scelta è la privatizzazione non serve altro, non servono team fatti da personaggi mitici, non servono visioni ed illusioni ormai frustrati da mesi di confusione, basta un progetto definito e qualche manager che sappia bene cosa fare.
Chissà se questa volta dopo aver toccato il fondo non si riesca a mettere ordine e affrontare con razionalità e coerenza, anche politica, un problema così importante.











