Poche righe, formulate con cautela istituzionale: "simboli religiosi", al plurale, non "il crocifisso". Ma tutti sanno di cosa si sta parlando, e la risposta è arrivata puntuale, muscolare, quasi liturgica: la Lega Vallée d'Aoste ha lanciato la campagna "Il crocifisso non si tocca – Touche pas à ma croix", invitando i cittadini a tappezzare i social con l'hashtag della mobilitazione.
Ed eccoci qui, un'altra volta, all'ultima crociata. Nel nome di Dio, patria e libertà, qualcuno è sceso in trincea per difendere due assi di legno appesi a una parete.
Come è già successo, in questa terra e altrove, il crocifisso è tornato a essere impugnato non come segno di fede, ma come clava identitaria, come bandiera da sventolare contro un nemico – anche quando il nemico, in fondo, sta solo chiedendo di discutere.
C'è una contraddizione che nessuno, in questa polemica, ha il coraggio di nominare: mentre i cristiani frequentano sempre meno le chiese, mentre in Valle d'Aosta le piccole cappelle e le chiesette rurali cadono in abbandono, il crocifisso diventa oggetto di battaglia politica più che di devozione.
Non è detto che la fede sia sparita: forse, semplicemente, sempre meno persone sentono il bisogno di manifestarla in pubblico. Ma è un fatto che il simbolo si difende con più energia di quanta se ne spenda per i valori che dovrebbe rappresentare.
Einstein, che certo non era un teologo, diceva che la vera religiosità non si porta appesa al collo: si porta nel cuore e si dimostra con le azioni. Oggi sembra vero il contrario. Il crocifisso resta appeso – in aula, al collo, sui social – mentre i valori che quella croce dovrebbe incarnare vengono, nei fatti, sistematicamente traditi.
Chi era, davvero, l'uomo sulla croce? Vale la pena ricordarlo, con tutta la crudezza che merita: l'uomo messo in croce duemila anni fa era, per condizione storica e sociale, esattamente il tipo di persona che oggi arriva su un barcone, che sale su un tetto per protesta, che attraversa un mare per cercare salvezza da qualche parte in Europa.
Era un perseguitato, un povero, uno che predicava l'accoglienza del diverso e l'amore per l'ultimo. Eppure, verso chi oggi ripercorre – nei fatti, non nel simbolo – quella stessa condizione di fragilità e di fuga, non si vede lo stesso slancio di difesa che si mobilita per un crocifisso in un'aula consiliare.
È una distinzione che fa male a guardarla in faccia, ma è quella che la cronaca politica valdostana, come quella nazionale, continua a confermare: c'è chi in questi anni ha fatto della fermezza sui migranti – respingimenti, porti chiusi, retorica della "sostituzione", diffidenza sistematica verso chi arriva – uno dei propri tratti identitari più riconoscibili, e proprio da quelle stesse file si leva oggi la voce più forte a difesa del crocifisso.
Il paradosso è totale: si rivendica un simbolo che rappresenta un condannato, un migrante, un uomo ucciso dal potere perché scomodo, e nello stesso momento si tiene la porta chiusa a chi, quella condizione, la vive ancora oggi sulla propria pelle.
Forse la differenza sta proprio qui: Cristo, dalla croce, non è mai sceso. Chi arriva oggi in Italia, invece, scende spesso da un barcone – e per questo va rimandato indietro. È un cortocircuito logico prima ancora che morale: si onora la vittima di duemila anni fa e si respinge la vittima di oggi, come se la croce fosse un monumento al passato e non un appello, ancora aperto, sul presente.
Non è in discussione il diritto di un partito di difendere una tradizione, né il valore storico e culturale che il crocifisso ha, in Valle d'Aosta come nel resto del Paese – un argomento, va detto, che ha anche solide basi giuridiche, richiamate a più riprese dalla giurisprudenza, dalla Cassazione alla Corte di Strasburgo.
Il problema non è la croce in sé. Il problema è la sincerità di chi la difende.
Perché difendere un simbolo per partito preso, senza mai interrogarsi sul contenuto che quel simbolo dovrebbe custodire, è un esercizio vuoto. È teatro identitario, non fede. È usare la croce come clava contro un avversario politico, non come bussola per le proprie scelte pubbliche.
E il paradosso più amaro è che a farne le spese, alla fine, non è AVS, non è la Lega, non è nessun partito: è il messaggio stesso del Vangelo, ridotto a vessillo elettorale mentre l'accoglienza, la cura per il fragile, l'amore per l'ultimo – cioè le cose che quella croce dovrebbe davvero significare – restano fuori dall'aula, dimenticate.
Il mondo va avanti, i simboli restano appesi al muro. I valori, quelli, se ne vanno per conto loro – e nessuno sembra accorgersene.













