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ATTUALITÀ POLITICA | 13 settembre 2026, 19:16

Opere pubbliche, la sfida è progettare oggi il valore di domani

Dal forum “Opere Pubbliche Strategiche. Costruire il futuro del Paese”, ospitato a Courmayeur, emerge la necessità di superare una visione frammentata degli investimenti pubblici. Programmazione, progettazione, realizzazione e gestione devono diventare parti di un unico processo. L’ingegnere valdostano Fabio Inzani, presidente di Tecnicaer Engineering, indica nella capacità di progettare opere flessibili, sostenibili e capaci di generare valore nel tempo la vera sfida per il futuro

Opere pubbliche, la sfida è progettare oggi il valore di domani

Non basta più costruire un'opera pubblica: bisogna chiedersi quale valore sarà in grado di produrre tra 10, 20 o 30 anni. È questa una delle questioni centrali emerse a Courmayeur durante il forum “Opere Pubbliche Strategiche. Costruire il futuro del Paese”, ospitato venerdì 11 settembre 2026 al Pavillon di Skyway Monte Bianco e promosso da Tecnicaer Engineering con Motore Sanità. Un confronto che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, amministratori, tecnici, mondo accademico e professionisti provenienti da Piemonte, Lombardia, Liguria, Valle d'Aosta e Sicilia, mettendo al centro non soltanto la quantità degli investimenti, ma soprattutto la loro capacità di trasformarsi in sviluppo concreto per territori e comunità.

Il punto di partenza è una cifra che da sola restituisce la dimensione della sfida: in Italia il costo delle infrastrutture strategiche e prioritarie viene indicato in 522 miliardi di euro. Una massa di investimenti che rende ormai insufficiente la tradizionale logica secondo la quale un'opera viene valutata principalmente in funzione del costo di costruzione e della data di inaugurazione. Il vero parametro dovrebbe essere il suo intero ciclo di vita: consumi energetici, manutenzione, costi di gestione, resilienza, capacità di adattarsi a nuove esigenze e, soprattutto, ricadute economiche e sociali.

È proprio su questo terreno che si inserisce con particolare forza l'intervento dell'ingegnere valdostano Fabio Inzani, presidente di Tecnicaer Engineering, realtà nata ad Aosta e oggi impegnata nella progettazione integrata di opere pubbliche complesse, con una particolare esperienza nel settore sanitario. Il suo intervento ha spostato l'attenzione dal semplice “fare” al modo in cui un'opera viene concepita e accompagnata nel tempo.

«La qualità di un'opera pubblica non si misura il giorno dell'inaugurazione», ha sottolineato Fabio Inzani, richiamando la necessità di progettare infrastrutture capaci di continuare a produrre valore anche dopo la loro realizzazione. Il concetto espresso dall'ingegnere valdostano è particolarmente significativo: un progetto di qualità non deve essere concepito come una risposta rigida a un'esigenza contingente, ma deve lasciare spazio alla trasformazione, consentendo all'opera di evolvere insieme alla società e ai territori.

Da qui la necessità di un cambio di paradigma. Programmare un'infrastruttura senza coinvolgere adeguatamente chi dovrà progettarla significa rischiare di creare una frattura tra l'obiettivo politico-amministrativo e la sua concreta realizzazione. Allo stesso modo, progettare senza conoscere fino in fondo le strategie di sviluppo del territorio può produrre opere tecnicamente corrette ma incapaci di esprimere tutto il loro potenziale.

La proposta emersa dal confronto di Courmayeur è quindi quella di costruire una sinergia operativa permanente tra chi programma le opere pubbliche e chi le progetta, mettendo competenze amministrative, tecniche ed economiche nelle condizioni di dialogare fin dalle prime fasi. Non una semplice collaborazione occasionale, dunque, ma un modello nel quale programmazione e progettazione procedano insieme, condividendo obiettivi, priorità, vincoli e prospettive.

Il tema è particolarmente rilevante in una fase nella quale le amministrazioni pubbliche sono chiamate a gestire investimenti sempre più complessi e a dimostrare non soltanto di saper spendere le risorse disponibili, ma di saperle spendere bene. Un'opera che viene completata nei tempi e nei costi previsti ma che richiede successivamente ingenti risorse per essere mantenuta o che diventa rapidamente obsoleta non può essere considerata pienamente riuscita.

La progettazione diventa quindi una componente strategica delle politiche pubbliche. Significa valutare, prima ancora di aprire un cantiere, come un'infrastruttura potrà cambiare nel tempo, quali saranno i suoi costi di gestione, quali trasformazioni tecnologiche potrà accogliere e come potrà continuare a rispondere alle esigenze di una popolazione che cambia.

Il forum ha affrontato questa questione attraverso due prospettive complementari: da una parte la pianificazione strategica e il ruolo delle istituzioni nella definizione delle grandi direttrici di sviluppo; dall'altra la cosiddetta “messa a terra” dei progetti, cioè il passaggio dalle decisioni alla realizzazione concreta. Un passaggio nel quale spesso si concentrano ritardi, difficoltà autorizzative, sovrapposizioni di competenze e problemi di coordinamento.

Emblematico, in questo senso, è anche il contributo arrivato dal settore energetico. Nel corso del confronto, Enrico De Girolamo, direttore generale di CVA, ha richiamato l'attenzione sui tempi autorizzativi, evidenziando come in alcuni casi possano diventare più lunghi persino rispetto ai tempi necessari per progettare e costruire le opere. Un problema che riguarda direttamente la capacità di trasformare gli investimenti programmati in infrastrutture effettivamente operative.

La questione assume un significato particolare in Valle d'Aosta, dove la dimensione territoriale, la conformazione geografica e la necessità di tutelare un patrimonio ambientale e paesaggistico di straordinario valore rendono ancora più importante la qualità della progettazione. In un territorio alpino, infatti, una grande opera non può essere valutata soltanto sulla base del suo costo iniziale: deve essere considerata anche per l'impatto sul territorio, la sostenibilità nel lungo periodo, l'accessibilità, la manutenzione e la capacità di integrarsi con le esigenze delle comunità locali.

È proprio qui che la riflessione di Fabio Inzani (nella foto) assume una valenza che va oltre il singolo progetto. L'ingegneria, nella sua impostazione, non è soltanto una disciplina chiamata a risolvere problemi tecnici, ma diventa uno strumento attraverso il quale trasformare una decisione pubblica in un patrimonio destinato a durare. Il progettista deve quindi essere messo nelle condizioni di partecipare alla costruzione della strategia e non soltanto intervenire quando le scelte fondamentali sono già state compiute.

Il messaggio è particolarmente importante anche per le amministrazioni regionali e locali: la qualità di una politica infrastrutturale dipende sempre più dalla capacità di mettere in relazione visione politica, programmazione finanziaria, competenze tecniche e conoscenza dei territori. La grande opera non è un fine in sé, ma uno strumento per migliorare servizi, competitività, sicurezza, mobilità e qualità della vita.

In questo quadro, la prospettiva indicata da Inzani introduce un elemento decisivo: progettare per il cambiamento. Un edificio pubblico, un ospedale, una struttura energetica o un'infrastruttura di mobilità devono poter essere modificati, ampliati, aggiornati e adattati senza essere necessariamente sostituiti. La vera sostenibilità, quindi, non coincide soltanto con l'efficienza energetica o con la riduzione dell'impatto ambientale, ma comprende anche la capacità dell'opera di non diventare rapidamente un costo per la collettività.

Il passaggio da una cultura della costruzione a una cultura del ciclo di vita dell'opera rappresenta probabilmente una delle trasformazioni più importanti che attendono la pubblica amministrazione italiana. E richiede un rapporto diverso tra committente pubblico e progettista: meno separazione dei ruoli e maggiore condivisione degli obiettivi.

Il confronto di Courmayeur ha dunque posto una domanda semplice, ma destinata a pesare sulle future politiche infrastrutturali: quanto vale davvero un'opera pubblica? La risposta non può essere contenuta nel solo valore dell'appalto. Un'opera vale per ciò che costa, ma soprattutto per ciò che restituisce alla collettività durante tutta la sua vita utile.

Ed è proprio questa la prospettiva indicata da Fabio Inzani: trasformare l'ingegneria in uno strumento capace di tradurre l'investimento pubblico in un patrimonio duraturo, aperto all'evoluzione e in grado di generare valore per le comunità. Perché costruire il futuro, in fondo, non significa soltanto decidere quali opere realizzare, ma avere la capacità di immaginare come quelle opere potranno continuare a servire il Paese quando il presente sarà già diventato passato.

pi.mi.

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