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FACEBOOK | 23 luglio 2026, 12:00

Cui prodest?

"Cui prodest?" è la domanda che la politica teme di più. Dalle infrastrutture alla sanità, dalla scuola all'urbanistica, ogni decisione pubblica dovrebbe essere giudicata chiedendosi chi ne trae davvero vantaggio. Perché una democrazia matura non ha paura delle domande, ma dell'assenza di risposte

Cui prodest?

Cui prodest? Domanda antica, tagliente, che i Romani usavano per smascherare trame e interessi. Oggi, invece, sembra diventata una bestemmia civile: guai a chiedere chi ci guadagna davvero da una decisione pubblica. Guai a pretendere che la politica risponda. Guai a ricordare che il potere, quando non viene interrogato, si abitua a non spiegare più nulla.

Eppure basterebbe questa domanda — due parole, non un trattato — per leggere con chiarezza chirurgica molte scelte che hanno devastato territori, servizi e bilanci. Scelte presentate come "visionarie", "strategiche", "innovative", ma che, alla prova dei fatti, hanno prodotto soltanto cantieri eterni, sprechi, opere inutili e un silenzio tombale sulle responsabilità.

Prendiamo un caso emblematico: smantellare una ferrovia funzionante, o comunque abbandonata ma recuperabile, per proporre un trasporto su gomma. La narrazione ufficiale è sempre la stessa: modernità, turismo, sostenibilità, futuro. Ma, appena si solleva il velo, la domanda torna a bruciare: cui prodest?

Non ai pendolari, che perdono un servizio stabile. Non ai territori, che vedono sparire un'infrastruttura strategica. Non alla logica dei trasporti, che da decenni indica nella ferrovia il mezzo più efficiente.

Allora a chi giova? A chi costruisce? A chi gestirà l'impianto? A chi incasserà appalti, concessioni e manutenzioni?

Domande semplici, che in Italia diventano improvvisamente "polemiche", "strumentali", "non costruttive". Perché la politica ama la retorica, molto più della trasparenza.

E il copione si ripete ovunque.

Nella sanità: ospedali chiusi "per razionalizzare", reparti accorpati "per ottimizzare", mentre le liste d'attesa esplodono. Cui prodest?

Nella scuola: riforme cicliche che cambiano tutto per non cambiare nulla, ma che muovono milioni di euro tra consulenze, piattaforme e forniture. Cui prodest?

Nei trasporti: linee sospese, tratte ridotte, investimenti annunciati e mai realizzati. Cui prodest?

E che dire dell'improvviso cambio di destinazione d'uso nell'area del Quartiere Dora? Lì dove dovevano sorgere sei palazzine di edilizia residenziale pubblica, ora si fa spazio a un supermercato. Anche in questo caso la domanda è la stessa: cui prodest? Chi ci guadagna davvero?

Come diceva Giulio Andreotti, «a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca». Non è un invito al sospetto sistematico, ma alla verifica dei fatti e alla pretesa di trasparenza.

La verità è che in Italia le decisioni pubbliche sono diventate un esercizio di narrazione, più che di responsabilità. Si decide in nome dei cittadini, ma quando una scelta si rivela sbagliata, costosa o dannosa, nessuno paga. Nessuno risponde. Nessuno spiega.

La politica ha perfezionato un meccanismo perverso: le decisioni sono pubbliche, le conseguenze ricadono sui cittadini e le responsabilità sembrano dissolversi.

Forse è tempo di recuperare quella saggezza antica che abbiamo smarrito. Non per alimentare il sospetto, ma per rafforzare la maturità democratica. Non per sfiducia, ma per rispetto verso noi stessi.

Perché una democrazia adulta non teme le domande: le pretende.

E se ogni cittadino, davanti a ogni proposta — grande o piccola, locale o nazionale — si fermasse un istante e chiedesse cui prodest?, forse molte scelte non passerebbero più nel silenzio. Forse certi progetti non nascerebbero nemmeno. Forse la politica tornerebbe a ricordare che governare non significa raccontare, ma rispondere.

Due parole. Un metodo. Una difesa civile.

E, soprattutto, un promemoria: il potere non teme le opposizioni. Teme le domande.

Vittore Lume-Rezoli

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