La decisione assunta dal Parlamento francese di introdurre il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni e di estendere il divieto di utilizzo dei telefoni cellulari anche nelle scuole secondarie di secondo grado rappresenta un passaggio destinato ad alimentare un ampio dibattito politico, educativo e sociale in tutta Europa. Il provvedimento dovrà ancora completare il previsto percorso di verifica sotto il profilo della legittimità costituzionale e della compatibilità con il diritto dell’Unione europea, ma il suo significato va oltre la singola norma approvata.
Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) accoglie con grande attenzione questa scelta, interpretandola non come una semplice limitazione dell’accesso alle tecnologie, ma come un segnale della crescente responsabilità delle istituzioni democratiche nei confronti delle nuove generazioni. Il presidente del CNDDU, prof. Romano Pesavento, sottolinea infatti che “la questione digitale non può essere affrontata esclusivamente come un problema tecnico o di controllo, perché riguarda direttamente la formazione della persona, la tutela dei diritti fondamentali e la qualità della cittadinanza democratica”.

Secondo il presidente del Coordinamento (nella foto), “per la prima volta uno Stato europeo affronta in modo organico il rapporto tra minori, piattaforme social e responsabilità pubblica, riconoscendo che la crescita dei ragazzi non può essere affidata soltanto alle dinamiche del mercato digitale o alla sola attenzione delle famiglie”. Una riflessione che apre un tema centrale: chi deve garantire che gli ambienti digitali nei quali bambini e adolescenti trascorrono una parte significativa della loro vita siano realmente sicuri e rispettosi della loro dignità?
Il riferimento, spiega il CNDDU, è anche ai principi contenuti nella Convenzione delle Nazioni Unite sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza, che riconosce ai minori il diritto all’informazione, alla partecipazione e alla libera espressione, ma stabilisce contemporaneamente che ogni decisione debba essere orientata al superiore interesse del minore. “Non si tratta di contrapporre libertà e divieto – evidenzia Pesavento – perché la vera sfida consiste nel costruire un ambiente digitale nel quale i diritti dei giovani siano realmente tutelati”.
Il presidente del CNDDU richiama inoltre il ruolo crescente delle grandi piattaforme digitali: “I social network non sono più soltanto strumenti di comunicazione. Sono luoghi nei quali si costruiscono identità, linguaggi, modelli culturali e relazioni sociali. Per questo motivo la loro regolazione non può essere considerata estranea al tema dei diritti umani”.
La questione, dunque, non riguarda un rifiuto della tecnologia. Al contrario, il Coordinamento evidenzia come gli strumenti digitali rappresentino “una straordinaria opportunità per l’apprendimento, l’inclusione e la partecipazione”. Tuttavia, aggiunge Pesavento, “ogni innovazione porta con sé una responsabilità educativa. La tecnologia non è mai completamente neutrale, perché incorpora logiche economiche, modalità comunicative e modelli comportamentali che incidono sulla crescita delle persone”.
Particolare attenzione viene dedicata anche al divieto di utilizzo degli smartphone nelle scuole superiori previsto dalla Francia. Per il presidente del CNDDU “la scuola deve rimanere uno spazio nel quale concentrazione, ascolto, confronto e pensiero critico possano svilupparsi senza interferenze continue”. Limitare l’utilizzo dei dispositivi personali durante le lezioni, precisa, “non significa essere contro il progresso, ma riaffermare un principio fondamentale: la tecnologia deve essere al servizio dell’educazione e non sostituirsi alla relazione educativa”.
Il tema interessa da vicino anche il sistema scolastico italiano, che negli ultimi anni ha rafforzato le indicazioni sull’uso degli smartphone durante l’attività didattica. Il CNDDU valuta positivamente questo orientamento, ma invita a non fermarsi al solo aspetto regolamentare. “La vera sfida – afferma Pesavento – è aggiornare e potenziare l’educazione alla cittadinanza digitale prevista dalla legge n. 92 del 2019, perché oggi gli studenti devono essere messi nelle condizioni non solo di utilizzare gli strumenti tecnologici, ma soprattutto di comprenderne criticamente il funzionamento”.
L’evoluzione dell’intelligenza artificiale generativa, dei sistemi algoritmici di raccomandazione e delle piattaforme social rende infatti necessario un nuovo investimento culturale. “La scuola – ribadisce il presidente del CNDDU – deve fornire ai giovani gli strumenti per interpretare il mondo digitale nel quale vivono, evitando sia la demonizzazione della tecnologia sia un’accettazione passiva dei suoi effetti”.
Per questo motivo il Coordinamento auspica che il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara promuova un confronto nazionale coinvolgendo scuole, università, pedagogisti, studiosi delle neuroscienze, psicologi dell’età evolutiva, giuristi, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, il Garante per la protezione dei dati personali, AGCOM e le associazioni delle famiglie. “Serve un grande patto educativo nazionale – sostiene Pesavento – perché nessuna istituzione può affrontare da sola una trasformazione così profonda”.
Sul piano politico, la scelta francese apre una riflessione più ampia sul ruolo degli Stati europei davanti al potere crescente delle piattaforme digitali. Sul piano sociale, pone interrogativi sul rapporto tra giovani, famiglie e strumenti tecnologici sempre più presenti nella vita quotidiana. Sul piano economico, richiama la necessità di confrontarsi con modelli di business basati spesso sulla permanenza degli utenti online e sulla raccolta dei dati personali, anche quando gli utenti sono adolescenti.
“L’esperienza francese – conclude il presidente Romano Pesavento – non deve essere considerata né una soluzione definitiva né un modello da applicare automaticamente. Deve però diventare un’occasione per aprire un confronto serio, fondato sulla ricerca scientifica, sull’equilibrio giuridico e sulla responsabilità educativa”.
La discussione avviata dalla Francia va quindi oltre il semplice divieto dei social ai minori. Tocca il cuore dell’educazione nel XXI secolo: quale rapporto deve esistere tra persona, tecnologia e democrazia. La sfida non è scegliere tra passato e futuro, ma costruire cittadini capaci di abitare il futuro senza perdere autonomia di giudizio. In una società nella quale sempre più spesso algoritmi e piattaforme orientano informazioni, relazioni e comportamenti, il compito della scuola resta quello indicato dalla Costituzione: formare persone libere, consapevoli e capaci di esercitare pienamente i propri diritti.












