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Chez Nous | 20 luglio 2026, 08:00

Une pension de reconnaissance sociale pour les femmes au foyer oubliées

Una pensione di riconoscimento sociale per le casalinghe dimenticate

Une pension de reconnaissance sociale pour les femmes au foyer oubliées

Per decenni la sinistra ha riempito piazze, convegni e programmi televisivi parlando di emancipazione femminile, di parità di genere, di quote rosa, di linguaggio inclusivo e di soffitti di cristallo. Sono battaglie importanti, nessuno lo mette in dubbio. Eppure esiste una categoria di donne che, proprio da quella sinistra che si proclama paladina dei diritti, è stata dimenticata o, peggio ancora, considerata quasi un residuo di un'Italia che non piace raccontare. Sono le casalinghe. Quelle vere, quelle che negli anni Sessanta e Settanta hanno rinunciato a un lavoro retribuito non per scelta ideologica, ma perché così funzionava la società di allora: il marito lavorava fuori casa e la moglie cresceva i figli, amministrava il bilancio familiare, si prendeva cura degli anziani, seguiva la scuola, cucinava, puliva e teneva insieme quella straordinaria impresa che si chiama famiglia.

Oggi quella vita viene liquidata con una parola pronunciata quasi con sufficienza: "casalinga". Come se fosse stato un passatempo e non un lavoro a tempo pieno, svolto sette giorni su sette, senza ferie, senza tredicesima, senza malattia e soprattutto senza contributi previdenziali. Eppure, se l'Italia ha conosciuto il miracolo economico, lo deve anche a quelle donne. Mentre gli uomini lavoravano nelle fabbriche, negli uffici o nei campi, loro garantivano gratuitamente servizi che oggi costerebbero allo Stato una fortuna: accudivano i figli, assistevano gli anziani, sostituivano asili nido inesistenti, doposcuola, assistenza domiciliare e perfino sostegno psicologico. Erano, a tutti gli effetti, le vere manager della famiglia, senza le quali il sistema economico e sociale italiano non avrebbe mai retto.

Lo Stato, diciamolo con chiarezza, ha fatto un affare enorme. Per decenni ha risparmiato miliardi di euro in servizi sociali perché c'erano milioni di donne che svolgevano gratuitamente quel lavoro. È stato il welfare invisibile della Repubblica, quello che non compariva nei bilanci pubblici ma che permetteva ai conti dello Stato di reggere. Quelle donne hanno prodotto ricchezza, stabilità sociale e capitale umano senza mai ricevere uno stipendio né maturare una pensione. Oggi, però, quando hanno superato i settant'anni, lo Stato sembra essersi completamente dimenticato del loro contributo.

Molte vivono con la pensione del marito, spesso modesta. Altre sopravvivono con la pensione di reversibilità. Tante non dispongono nemmeno di un reddito personale e devono ancora chiedere denaro ai figli per affrontare una visita specialistica, acquistare farmaci o concedersi una piccola spesa personale. È questa la dignità che una Repubblica dovrebbe garantire a chi ha dedicato l'intera esistenza alla famiglia? È questa la tanto celebrata emancipazione femminile di cui si riempiono la bocca politici e opinionisti?

Ed è qui che la domanda diventa inevitabilmente politica. Dov'è il femminismo militante quando si parla di queste donne? Dov'è la sinistra che si definisce dalla parte degli ultimi? Dov'è quel mondo che ogni 8 marzo organizza manifestazioni, convegni e campagne mediatiche sulla condizione femminile? Perché, quando si affronta il tema delle casalinghe senza pensione, improvvisamente cala il silenzio? Forse perché non fanno tendenza. Non rappresentano il modello della donna manager, non riempiono i talk show, non generano migliaia di "like" sui social. Eppure sono proprio loro ad aver cresciuto la generazione che ha costruito l'Italia moderna.

Per questo sarebbe arrivato il momento di avere il coraggio di una proposta tanto semplice quanto giusta: istituire una pensione di riconoscimento sociale di almeno 500 euro mensili, destinata alle casalinghe che non hanno maturato una pensione propria perché hanno dedicato la vita alla cura della famiglia. Non sarebbe un'elemosina, né una misura assistenzialistica. Sarebbe, piuttosto, una restituzione. Lo Stato dovrebbe semplicemente riconsegnare una piccola parte di ciò che ha risparmiato per decenni grazie al lavoro gratuito di queste donne. Cinquecento euro al mese non cambierebbero radicalmente la loro condizione economica, ma restituirebbero qualcosa di infinitamente più importante: autonomia, libertà e dignità. Significherebbe poter pagare una visita medica senza dover chiedere soldi ai figli, acquistare gli occhiali, affrontare una terapia, concedersi una spesa personale con la serenità di chi dispone finalmente di un reddito proprio.

Naturalmente non mancherà chi obietterà che una misura del genere costerebbe troppo. È la risposta che sentiamo ogni volta che si parla di giustizia sociale. Curiosamente, però, le risorse si trovano sempre quando si tratta di finanziare bonus elettorali, incentivi temporanei, rottamazioni fiscali o interventi pensati più per raccogliere consenso che per sanare vere ingiustizie. Quando invece si propone di riconoscere il lavoro di milioni di donne che hanno letteralmente allevato questo Paese, allora improvvisamente il portafoglio dello Stato si svuota e la prudenza contabile diventa un principio assoluto.

La verità è molto più semplice e, forse proprio per questo, più scomoda. Il lavoro domestico non retribuito ha prodotto ricchezza nazionale senza comparire nel PIL. Ha consentito allo Stato di spendere meno, ha permesso all'economia di crescere e ha tenuto insieme il tessuto sociale del Paese. Se oggi parliamo tanto di riconoscimento del lavoro di cura, allora bisogna avere il coraggio di riconoscere anche quello svolto da una generazione di donne che non ha mai chiesto nulla e che oggi rischia di trascorrere la vecchiaia nell'invisibilità economica.

Sono curioso di conoscere il parere delle professioniste della politica, delle parlamentari che ogni anno celebrano l'8 marzo con solenni dichiarazioni e delle tante interpreti del femminismo mediatico. Una domanda è sufficiente: le donne meritano tutela solo quando fanno carriera oppure anche quando hanno rinunciato alla propria carriera per costruire una famiglia e crescere cittadini, lavoratori e contribuenti?

Per mezzo secolo la sinistra ha difeso le lavoratrici. È arrivato il momento di difendere anche chi ha lavorato una vita senza essere mai considerata una lavoratrice.

Le casalinghe senza pensione non chiedono privilegi. Chiedono soltanto che la Repubblica riconosca, sia pure con mezzo secolo di ritardo, il valore di un lavoro che ha consentito all'Italia di diventare quella che è. Questa non sarebbe assistenza. Sarebbe giustizia. E forse sarebbe la più grande politica a favore delle donne che la Repubblica possa finalmente avere il coraggio di realizzare. Non si tratta di riproporre il modello della donna confinata in casa, che appartiene a un'altra epoca. Si tratta di riconoscere che milioni di donne non ebbero una reale possibilità di scelta e che la Repubblica ha il dovere di sanare, almeno in parte, quella ingiustizia.

Una pensione di riconoscimento sociale per le casalinghe dimenticate

Pendant des décennies, la gauche a rempli les places publiques, les colloques et les plateaux de télévision en parlant d'émancipation des femmes, d'égalité entre les sexes, de quotas féminins, de langage inclusif et de plafond de verre. Ce sont des combats importants, personne ne le conteste. Pourtant, il existe une catégorie de femmes qui, précisément de la part de cette gauche qui se proclame la championne des droits, a été oubliée ou, pire encore, considérée comme le vestige d'une Italie que l'on préfère ne pas raconter. Ce sont les femmes au foyer. Les vraies. Celles qui, dans les années soixante et soixante-dix, ont renoncé à un emploi rémunéré non par choix idéologique, mais parce que telle était l'organisation de la société de l'époque : le mari travaillait à l'extérieur et l'épouse élevait les enfants, gérait le budget familial, s'occupait des personnes âgées, suivait la scolarité des enfants, cuisinait, entretenait la maison et faisait fonctionner cette extraordinaire entreprise qu'est la famille.

Aujourd'hui, cette vie est résumée par un mot souvent prononcé avec une certaine condescendance : « femme au foyer ». Comme s'il s'était agi d'un simple passe-temps et non d'un travail à temps plein, exercé sept jours sur sept, sans congés, sans treizième mois, sans arrêt maladie et, surtout, sans aucune cotisation pour la retraite. Pourtant, si l'Italie a connu son miracle économique, elle le doit aussi à ces femmes. Tandis que les hommes travaillaient dans les usines, les bureaux ou les champs, elles assuraient gratuitement des services qui coûteraient aujourd'hui une fortune à l'État : elles élevaient les enfants, prenaient soin des personnes âgées, remplaçaient les crèches inexistantes, les études surveillées, les services d'aide à domicile et même une partie du soutien psychologique. Elles étaient, à tous les égards, les véritables gestionnaires de la famille, sans lesquelles le système économique et social italien n'aurait jamais tenu.

L'État, disons-le clairement, a réalisé une affaire exceptionnelle. Pendant des décennies, il a économisé des milliards d'euros en dépenses sociales grâce aux millions de femmes qui accomplissaient gratuitement ce travail. Elles ont constitué le véritable État-providence invisible de la République : celui qui n'apparaissait pas dans les comptes publics mais qui permettait précisément de les équilibrer. Ces femmes ont produit de la richesse, de la stabilité sociale et du capital humain sans jamais percevoir un salaire ni acquérir de droits à une retraite personnelle. Aujourd'hui pourtant, après avoir dépassé les soixante-dix ans, elles ont le sentiment que l'État a complètement oublié ce qu'il leur doit.

Beaucoup vivent grâce à la pension de leur mari, souvent modeste. D'autres survivent avec une pension de réversion. Nombre d'entre elles ne disposent même pas d'un revenu personnel et doivent encore demander de l'argent à leurs enfants pour payer une consultation médicale, acheter des médicaments ou simplement s'offrir une petite dépense personnelle. Est-ce là la dignité qu'une République devrait garantir à celles qui ont consacré toute leur existence à leur famille ? Est-ce cela, l'émancipation féminine dont les responsables politiques et les commentateurs aiment tant se réclamer ?

C'est ici que la question devient inévitablement politique. Où est le féminisme militant lorsqu'il s'agit de ces femmes ? Où est la gauche qui affirme défendre les plus faibles ? Où est ce monde qui, chaque 8 mars, organise manifestations, conférences et campagnes médiatiques sur la condition féminine ? Pourquoi, dès qu'il est question des femmes au foyer sans retraite, le silence s'installe-t-il ? Peut-être parce qu'elles ne sont pas à la mode. Elles ne représentent pas l'image de la femme cadre dirigeante, elles ne remplissent pas les plateaux de télévision et ne génèrent pas des milliers de « likes » sur les réseaux sociaux. Pourtant, ce sont elles qui ont élevé la génération ayant construit l'Italie moderne.

Il est donc temps d'avoir le courage d'une proposition aussi simple que juste : instituer une pension de reconnaissance sociale d'au moins 500 euros par mois, destinée aux femmes au foyer qui n'ont jamais acquis de retraite personnelle parce qu'elles ont consacré leur vie à leur famille. Il ne s'agirait ni d'une aumône ni d'une mesure d'assistance. Ce serait un acte de restitution. L'État ne ferait que rendre une petite partie de ce qu'il a économisé pendant des décennies grâce au travail gratuit de ces femmes. Cinq cents euros par mois ne transformeraient pas radicalement leur situation économique, mais leur rendraient quelque chose d'infiniment plus précieux : l'autonomie, la liberté et la dignité. Cela leur permettrait de payer une consultation médicale sans demander d'argent à leurs enfants, d'acheter une paire de lunettes, de suivre un traitement ou simplement de disposer enfin d'un revenu personnel.

Bien sûr, certains objecteront qu'une telle mesure coûterait trop cher. C'est l'argument que l'on entend chaque fois qu'il est question de justice sociale. Curieusement pourtant, les ressources apparaissent toujours lorsqu'il s'agit de financer des primes électorales, des aides temporaires, des amnisties fiscales ou des mesures davantage destinées à recueillir des voix qu'à réparer de véritables injustices. Mais dès qu'il s'agit de reconnaître le travail de millions de femmes qui ont littéralement élevé ce pays, les caisses de l'État semblent soudainement vides et la rigueur budgétaire devient une vertu absolue.

La réalité est pourtant beaucoup plus simple, et peut-être justement pour cela plus dérangeante. Le travail domestique non rémunéré a produit de la richesse nationale sans jamais apparaître dans le PIB. Il a permis à l'État de dépenser moins, à l'économie de se développer et à la société de rester soudée. Si l'on parle aujourd'hui de reconnaître le travail de soin, alors il faut aussi avoir le courage de reconnaître celui accompli par toute une génération de femmes qui n'a jamais rien demandé et qui risque aujourd'hui de finir sa vie dans l'invisibilité économique.

Je serais curieux de connaître l'avis des professionnelles de la politique, des parlementaires qui célèbrent chaque année le 8 mars par de grandes déclarations et des nombreuses figures du féminisme médiatique. Une seule question suffit : les femmes méritent-elles d'être défendues uniquement lorsqu'elles font carrière, ou également lorsqu'elles ont renoncé à leur carrière pour fonder une famille et élever des citoyens, des travailleurs et des contribuables ?

Pendant un demi-siècle, la gauche a défendu les travailleuses. Il est temps désormais de défendre aussi celles qui ont travaillé toute leur vie sans jamais être reconnues comme des travailleuses.

Les femmes au foyer sans retraite ne demandent aucun privilège. Elles demandent simplement que la République reconnaisse, avec un demi-siècle de retard, la valeur d'un travail qui a permis à l'Italie de devenir ce qu'elle est aujourd'hui. Ce ne serait pas de l'assistance. Ce serait un acte de justice. Et ce serait peut-être la plus grande politique en faveur des femmes que la République puisse enfin avoir le courage de mettre en œuvre.

Il ne s'agit pas de remettre à l'honneur un modèle de femme confinée au foyer, qui appartient à une autre époque. Il s'agit de reconnaître que des millions de femmes n'ont jamais eu de véritable liberté de choix et que la République a le devoir de réparer, au moins en partie, cette injustice historique.

piero.minuzzo@gmail.com

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